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TUTTI I NOSTRI DESIDERI

Non ci sono più le fiabe di una volta: quelle moderne ricalcano la realtà, smarginandone appena il perimetro lungo i confini dell’improbabile, e la smettono di terminare con il classico “…e vissero tutti felici e contenti”, tanto non ci crede più nessuno. Anche i desideri sono mutati, e mescolano le eterne aspirazioni dell’uomo con le improrogabili esigenze del superfluo quotidiano, come già Epicuro, nel IV secolo avanti Cristo, concisamente annotava: “Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non necessari,altri nè naturali nè necessari”. La contemporaneità ha enormemente dilatato questa terza categoria, così che l’abitudine spesso compulsiva al consumo rende tutti non solo vittime, ma anche in parte complici della attuale deriva finanziaria ed economica.

Di tali argomenti (oltre che d’amore, di tempo e di morte) parla questo film dall’intimismo tipicamente francese, sempre in grado di trasformare anche una banale corsa in autostrada in un’occasione di approfondimento psicologico, sfruttandone tutti gli interstizi per condurre la trama in porto, con sicura lentezza. Anche se i giorni scarseggiano, perchè la protagonista Claire ha un tumore cerebrale che non perdona.

Giovane, bella, mamma di due bambini e moglie di un fragile bricoleur in cerca di occupazione, l’eroina è sfuggita ad un passato di banlieue per approdare al mestiere di magistrato, che la porta a incontrare tutti i giorni le vittime del credito al consumo e la protervia truffaldina delle preposte aziende, sorta di anello intermedio e ufficializzato tra l’avidità rigorosa delle banche e la voracità clandestina degli usurai. Scopertasi malata, ha due obiettivi: assicurare un futuro alla famiglia residua e salvare dalla catastrofe una donna indebitata, madre a sua volta di due compagne di scuola dei suoi bambini.

La soccorre nell’intento un collega più anziano,tanto abile quanto disincantato,che nell’irrimedialità della situazione ritrova lo slancio delle grandi cause .Il tutto fra l’esplicitazione degli aspetti legislativi e l’occultamento dei sentimenti più profondi. Perchè l’assunto dell’apologo si gioca fondamentalmente di sponda, nei gesti trattenuti come nei silenzi, mentre la macchina da presa affronta direttamente l’apparenza di una normalità quotidiana fatta di bagnetti, di cene, di riparazioni alla nuova casa, di infanzia che sa di borotalco, per cui ogni semplice promessa declinata al futuro diventa una sfida all’incertezza del domani.

L’interesse di un plot già visto mille volte si riabilita in parte tentando di fondere i grandi temi del vivere e del morire – con le differenti forme di coraggio emotivo e civile che ci vogliono per affrontarli entrambi – ed è soprattutto affidato ad una sceneggiatura più puntuale nel lasciare solo intuire che nel dire. Conta altrettanto la credibilità di due bravi attori, Vincent Lindon nella parte del magistrato e Amandine Dewasmes in quella di Claire. Entrambi dotati di un carisma funzionale ai singoli ruoli e di una abilità sommessa che lascia immaginare un amore sublimato dalle circostanze, e perciò tanto più altruista.

E proprio della fiaba il film ha l’eccessiva lentezza, le forzature improbabili che spesso il cinema riserva alla malattia (come chiunque frequenti gli ospedali senza essere medico può facilmente cogliere) e la relativa credibilità della diatriba legale e dei tempi burocratici connessi, secondo un incerto amalgama fra l’analisi sociale di denuncia e il dramma esistenziale. La sua forza va trovata piuttosto in un attento e commosso artigianato (un po’ abile e un po’ ricattatorio) che esprime il meglio di sè nelle ellissi dei dettagli: si pensi, in particolare, all’efficacia apparentemente poco avvertibile del sonoro, che tuttavia completa i pensieri e le parole non dette con il rumore dei bambini e quelli della casa, con il sospiro appagato del cane che accoglie il suo padrone, con la consolatoria canzoncina adolescenziale…

Certo non a caso il regista Philippe Lioret ha esordito come tecnico del suono,per poi affermarsi in modo particolare con il suo penultimo film Welcome (2009) presentato allo scorso Torino Film Festival. Mentre Tutti i nostri desideri – che è un gran bel titolo, quasi meglio dell’intera pellicola- è molto liberamente tratto dal romanzo Vite che non sono la mia, di Emmanuel Carrère: autore ambizioso, diseguale, ma magnifico almeno nel suo primo libro La settimana bianca (Einaudi, 2004). Di quello stile rimangono l’abilità nel creare atmosfere sottili che progrediscono lentamente nell’angoscia, fino al tragico epilogo finale; ma sempre con una scrittura un po’ di sbieco, quasi parlando d’altro.

Anche in questo caso (come per Piccole bugie fra amici) il cinema francese si dimostra molto professionale, pur non riuscendo a trovare nè un registro convincente fino in fondo, nè dei timbri che, per quanto diseguali, riescano ad imporsi nel tempo. Prova ne sia che tematiche toccanti, di cui tutti hanno in qualche modo esperienza diretta o indiretta, durano per la durata del film. Poi, come i buoni profumi con dei fissatori inadeguati, le emozioni si trasformano nel ricordo e svaniscono in fretta.

TUTTI I NOSTRI DESIDERI di Philippe Lioret, Francia 2011, dur

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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