Film

MARGIN CALL

“La attuale maxi perdita di 2 miliardi di dollari di JP Morgan per le scommesse perse sui derivati sarebbe in realtà maggiore di un altro miliardo di dollari…”. Madrid, Atene, stessa data: “File di correntisti si affrettano a ritirare i loro risparmi dalle banche”, nell’illusione del si salvi chi può, già vista durante la Repubblica di Weimar. Intanto sugli schermi televisivi e sui giornali di mezzo mondo infuriano le critiche e le ricette miracolose dei tanti che ritengono di sostituirsi a Obama, alla Merkel, a Monti e altri nomi a piacere, mentre twitter cinguetta folkloristicamente…

Ma sono cumuli di parole: una revisione dell’attuale modello capitalistico sembra impraticabile,e il Titanic pare destinato ad avanzare con tutte le sue avarie genetiche per schiantarsi dentro una trama già scritta. Non che la gente balli, beninteso, che ognuno comincia almeno a verificare la perdita del suo potere d’acquisto, ma – per una arcinota reazione psicologica ai bollettini di guerra – se può andare al cinema preferisce optare per qualche cosa che distrae e non impegna. Mentre dovrebbe invece precipitarsi a vedere questo film, se non altro per disporre di una maggior consapevolezza di quanto gli sta toccando in sorte.

Operazione dunque prima di tutto altamente didattica e civile, questa di Margin call, come solo il cinema statunitense sa talvolta fare, guardando dritto negli occhi una realtà che scotta, mentre in Italia già riteniamo benemerito ed audace ricostruire più o meno abilmente la strage di Piazza Fontana o il massacro della scuola Diaz.

Qui siamo invece nel fatidico giorno e nella lunghissima notte prima dell’inizio “ufficiale” della crisi finanziaria del 2008, presso una innominata ma esemplare banca di investimenti a New York. Che scopre quasi di colpo l’eccesso di rischio che la infetta e non ha altra soluzione che infettare cinicamente anche gli altri. Per cui oggi, grazie anche alle recidivazioni successive (visto che nessuna seria regolamentazione è stata nel frattempo introdotta) si continua a subirne le conseguenze speculative, aggravate da ogni Stato secondo le proprie peculiarità, spesso altrettanto colpevolmente recidive: all’interno di un sistema malato senza vera volontà di diagnosi e di cura (ossia della capacità di ripensarsi drasticamente) non c’è organo che non sia di fatto intaccato o intaccabile.

Il film inizia anche lui con delle file meste, che avanzano all’interno di affollati open space: ma non si tratta dei greci o degli spagnoli di oggi, bensì dei primi licenziati dalla stessa banca, con i loro lindi scatoloni di servizio, da rassegnati barboni di lusso. Intorno, la meschinità spietata o pusillanime dei colleghi, secondo l’antico copione dell’homo homini lupus, o del mors tua vita mea. Ma è solo il ben orchestrato inizio di un dramma tanto esplicito quanto teso, che spiega i meccanismi tecnici della vicenda con la chiarezza adatta “alla capacità di comprensione di un bambino o di un dobermann”, e li fa progredire illustrando anche il contesto aziendale con sobria e chirurgica abilità.

Pochi tocchi ad orologeria per farci via via penetrare nella psicologia dei bravi interpreti, nella pochezza spietata delle gerarchie (secondo una vertiginosa escalation del principio di incompetenza inversamente proporzionale al potere decisionale) nonché nei brevi tentennamenti individuali fra moralità fittizie e corruttibilità scontate. In un crescendo shakespeariano che non inscena la quasi romantica avidità di Wall Street (1987) bensì la compostezza storica e realissima di un’oligarchia stragista che comunque si salva sempre a suon di dollari. Intanto New York dorme ignara, contemplata dall’alto di ore concitate e stranite, che hanno il sapore metallico delle lattine e delle sigarette consumate in fretta da manichini in costume d’ordinanza. E tutti gli altri al di là del recinto.

Non una più o meno sommaria lezione di finanza, di economia, di sociologia, bensì una robusta sceneggiatura che riesce ad amalgamare le tracce delle varie discipline secondo le modalità di un intrattenimento che tiene desta l’attenzione dall’inizio alla fine più e meglio di un thriller, girato con mano ferma da un regista in grado di innestare gli accadimenti umani e le specificità tecniche sulla capacità di fare spettacolo, senza nulla concedere agli effetti scontati di un cinema di genere. Curando la trama e tutti i suoi dettagli fino ad un epilogo che – come in tutti gli incubi – termina solo per continuare, e in cui il coro delle comparse è costituito dagli stessi spettatori, che di fatto ne prolungano le emozioni accortamente armonizzate.

Anche se siamo poco inclini a premiare la pregnanza degli argomenti alti quando la loro rappresentazione non ci pare qualitativamente adeguata, raccomandiamo vivamente questo film che, pur non essendo “d’autore”, vanta palesi meriti su entrambi i fronti, tali da intrattenere fornendo nel contempo più chiavi di lettura. Per quanto magari risaputa, è una visione che funge da accurato ripasso di una delle principali cause dei plurimi e disgraziati eventi in cui siamo ancora immersi. Incomparabilmente superiore al confuso e piatto Too big to fail presentato lo scorso anno al Festival di Roma.

Se ne esce sia eccitati che desolati, ma in qualche modo anche più consapevoli, grazie alla persuasività della rielaborazione drammaturgica, talora più efficace delle notizie note e della eventuale conoscenza delle dottrine.

MARGIN CALL di Jeffrey C.Chandor, Usa 2011, durata 109 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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