Film

UOMINI DI PAROLA

E’ come ai vecchi tempi”. “No, è molto meglio”. “Perché?”. “Perché questa volta lo sappiamo apprezzare”. Racchiuso in questa semplice verità esistenziale, ecco un film di una classicità così desueta da risultare del tutto inattuale, a cominciare dal titolo, una volta tanto quasi meglio dell’originale Stand up, guys. Vecchi ragazzi non solo di parola, ma anche di parole, che trascorrono da una scena all’altra con la puntualità di un ormai scomparso lavoro artigianale: coscienzioso, sapiente, esercitato con mani che sapevano riparare tutto quello che oggi si butta via. Certo, di un’eleganza non alla moda, basata quasi esclusivamente sulla dignità di competenze lunghe una vita.

Curiosamente, la sceneggiatura è di Noah Haidle, un giovanissimo che potrebbe avere letto gli Essais di Michel de Montaigne (la parola è per metà di colui che parla e per metà di colui che ascolta) e che riesce a tessere un funambolico eppur pacato gioco verbale di continui rimandi tra ex compagni di rapine. Al (Al Pacino) ha subito una condanna e non ha denunciato gli altri due complici; esce di galera dopo ventotto anni per un colpo che è accidentalmente costato la vita al figlio del capo della polizia locale, e viene preso in sollecita custodia dall’altro membro della gang, che lo aspetta ai cancelli del carcere. Il tempo è poco non solo in assoluto, ma anche relativamente all’incontro: Doc (Christopher Walken) è ricattato dalle forze dell’ordine, che gli impongono la vendicativa eliminazione dell’amico, pena la sua morte e quella della giovane nipote. Le implicazioni di un apparente amarcord sono chiare da subito, e le schermaglie sono tese sia al recupero di qualche conforto elementare rappresentato dal cibo e dal sesso, sia al ripasso di modalità iniziatiche, di reminiscenze e di tratti di carattere che hanno costituito non solo un passato ormai irricuperabile, ma anche un sodalizio di lealtà e di virili consuetudini che stanno per concludersi. Raggiunto e coinvolto il terzo membro (Alan Arkin) che ormai vegeta in una casa di riposo, i tre parlano, sanno e agiscono come se non sapessero, concedendosi un libero tributo alle gesta che furono, sino all’epilogo finale.

Spesso Hollywood ha giocato la carta delle star mitologiche per riempire di consumata bravurai tempi più o meno morti di pellicole-omaggio; eppure questo è un film che assembla con intelligente commozione e contenuta retorica tutti i luoghi comuni di scontate antitesi (giovinezza-vecchiaia, mitologia della memoria-disillusione della realtà, vacuità del senso ultimo-profondità dell’attimo, deontologia del male-implacabilità del bene) senza generare il funereo sentimento di noia tipico di ogni déjà vu costruito commercialmente come una vetrina.
L’illuminata calibratura della regia, della fotografia e del copione sono al servizio di tre star che hanno la sovrana impudicizia di esaltare ironicamente le devastazioni dell’età in funzione di un rigurgito di esuberanza a breve termine: le chiome mitragliate, i ginocchi incerti, i calzoni ascellari a modellare gonfiori di adipe anziché di muscoli, la perfezione di una recitazione che ha sempre qualche arabesco di troppo, altrimenti non sarebbe perfetta. Così si è quasi obbligati a stare al gioco, senza che le citazioni offuschino regole collaudate, e senza che la precisione delle ricetta prevarichi le intermittenze delle immancabili reazioni collaterali.

Efficace parafrasi dell’adagio “se gioventù sapesse e se vecchiaia potesse”, il film viene distribuito in una stagione distratta dalla calura estiva, senza aria condizionata, in una sala cinematografica che sta per chiudere definitivamente. Ed è un peccato, perché è un onesto ed interessante esempio di un sornione professionismo narrativo in fase di declino, senza effetti speciali, che riguarda solo la modesta qualità dell’esistere, intrisa di pochi momenti eroici, di plurime, piccole esaltazioni senza motivo, di infinite ripetizioni quotidiane che non fanno storia, e tuttavia costituiscono le prigioni e le sicurezze che ognuno sperimenta campando.

UOMINI DI PAROLA, di Fischer Stevens, Usa 2013, durata 95 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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