Film

TED

Tutti conoscono il complesso di Peter Pan, ma chi ha mai sentito parlare della sindrome di Wendy? Probabilmente perché le femmine non solo maturano prima, ma maturano comunque. Mentre per i maschi il confine con l’età adulta è più incerto, e talora può non presentarsi mai. Tuttavia è più facile che siano le donne a restare attaccate ai peluche, alle bambole o ai pupazzi della loro infanzia, mentre i maschi spesso li rinnegano, almeno ufficialmente, come un sintomo di debolezza, cercando di dimenticare il conforto diurno e notturno di quei compagni usurati dall’intensità esclusiva di frequentazioni, poi, lentamente o bruscamente, interrotte.

Dunque l’idea di abbinare un Peter Pan di 35 anni – che ha le sembianze di Mark Wahlberg – ad un classico Teddy bear giallo miele – ovviamente di nome Ted – è quasi peregrina, ma resa irresistibile dal fatto che il peluche ragiona, parla e si muove come un umano. Insomma, rappresenta un desiderio diffuso, il cui esaudimento fa sì che i due non solo crescano insieme, ma siano complici nell’età adulta, nonché nostalgici dell’infanzia insieme.

Naturalmente, Ted viene dotato di tutte le debolezze trasgressive di un individuo che dice parolacce, non reprime nessuno sfiato corporale, ha l’idea fissa – che mette frequentemente in pratica – del sesso, guarda filmastri alla tv e si fa incessantemente di canne e di cibo spazzatura – tanto da indurre furbescamente a vietare il film ai minori di quattordici anni. Mentre la bella Mila Kunis rappresenta l’amore e quindi il palese conflitto di interessi con l’orsetto ormai adulto, impiccione e invadentissimo nei confronti della coppia. Una comunità adulta di recente formazione, ancora intenta a costruire quei ricordi che viceversa legano indissolubilmente il protagonista maschile e Ted, con tutto il loro peso pregresso e il culto condiviso di eroi divinizzati – per esempio Flash Gordon.

Il film comincia incorniciando il tema alla Walt Disney, ma lo fa in modo melenso, con la solita voce fuori campo che ha la risibile goffaggine degli adulti quando contraffanno il loro modo di esprimersi per rapportarsi ad una sbagliatissima idea dell’infanzia. Poi prosegue senza ulteriori mediazioni, entrando in presa diretta con il lavoro, l’amore, l’amicizia, gli equivoci, le gelosie, le sofferenze, le rotture e addirittura la morte. Il copione è ondivago, comprende perfettamente le debolezze affettive degli spettatori e tuttavia ha delle difficoltà a snodarsi con coerenza, vanificando in parte l’acuta, facile – ma al tempo stessa difficilissima – trovata di fondo. Né si risparmiano le citazioni che vanno dai fumetti e film del gatto Garfield a Justin Bieber e Miley Cyrus, fino alla presenza in carne e ossa di Norah Jones che canta Come away with me, rimpiangendo un’appassionata sveltina adolescenziale proprio con Ted.

L’occhio al botteghino consente così non solo di colpire allo stomaco le generazioni più o meno adulte, ma anche quelle che hanno appena lasciato la mano dei loro amici inanimati, e che vengono tuttavia ricatturate non tanto dall’orsetto, ma da riconoscibili stili di vita e modi di dire gergali. Naturalmente mediando molto fra Europa e Stati Uniti, e quindi allungando talora malamente un brodo in cui nuotano sia le verdurine edificanti dell’amore e dell’amicizia senza malintese competizioni, sia il grasso di una scorrettezza spesso di maniera.

Peccato, perché l’unico modo di uscirne era forse proprio quello di forzare ulteriormente la mano, evitando un’opera di mediazione fra tutti i gusti, sulla base del minimo comun denominatore dell’infanzia. Che si poteva trattare seriamente senza rinunciare né al comico né al patetico e approfondendo meglio i temi della solitudine, dell’immaginazione, della condivisione e del diventare adulti senza peggiorare, mantenendo almeno in parte la naturalezza primigenia. Accanto alla facoltà di continuare a stupirsi e a riempire i vuoti della vita con i pieni dell’immaginazione, che rimane comunque consolatoria e vera anche quando è un’illusione della mente o del cuore.

Si guadagna l’uscita senza noia, ma consapevoli di aver perso, almeno in parte, una buona occasione. E tuttavia molti rimangono con il rimpianto di non aver potuto pagare il biglietto anche per Ted (eroe volutamente privo dei connotati caratteristici di E.T., ma animato in modo altrettanto accattivante) sedendoselo vicino a triturare pop corn, e fingendo di indignarsi ad ogni sua sconvenienza uditiva o olfattiva, ma con il segreto compiacimento dell’affetto alimentato dall’orgoglio.

TED di Seth Macfarlane, Usa 2012, durata 106 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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