Film

IL COMANDANTE E LA CICOGNA

I tempi sono quelli che sono: tautologia che non vorrebbe dire niente, se non contenesse un implicito eufemismo. Nel senso che i tempi sono pessimi, solo che una volta questo pensiero lo si lasciava alle zie e ai nonni nostalgici, mentre la novità è che oggi lo stesso assunto può essere condiviso anche dai giovani. Così Silvio Soldini deforma lo spirito di Fantasmi a Roma di Elio Pietrangeli e Ennio Flaiano (ossia una delle poche commedie fantasy del cinema italiano,1961) in una sorta di attualizzazione dal titolo sepulvediano, mentre i contenuti sono un pasticcio tra l’exemplum medioevale, la cronaca e l’apologo.

Sarà una predisposizione genetica dovuta al diminutivo-vezzeggiativo del suo cognome, ma il regista ha uno spiccato debole per la carineria ,e la ruba al gusto di vecchie zitelle tutte merletti e poco arsenico per ammannirla semplificata ad un vasto pubblico, addolcito dalla trasparenza delle metafore e delle maschere. Incrociando l’attualità con la suggestione dei morti che ritornano, delle cicogne dall’indole umana e delle statue che commentano, a significare tutto lo sdegno dei trapassati nei confronti dei costumi correnti, senza però mai sbilanciarsi troppo.

Così, in una città che è il frutto di un fantasioso collage torinese alla Dario Argento, il bronzo equestre di Garibaldi battibecca con il gesso appiedato di un allusivo e milanesissimo cavalier Cazzaniga, mentre Verdi e Leopardi a loro volta interferiscono aulicamente, utilizzando vetusti idiomi di maniera, conditi da simulazioni dialettali dagli accenti riprovevoli e dalle nasalità gassmaniane: la retorica risorgimentale viene scomodata tramite parsimoniose citazioni da antologia delle scuole medie -e quindi riconoscibili da tutti- per sottolineare l’infrangersi impotente delle speranze da parte di coloro che hanno preparato o contribuito all’inverarsi dello spirito -oggi tradito – dell’unità d’Italia. Con un audace quanto banale parallelismo tra i monumenti (la cui etimologia viene dal verbo latino monere, per segnalare il mezzo e l’atto che contribuiscono ad avvertire e ricordare) e gli uccelli, diversi nella mobilità, ma unificati nello sguardo dall’alto.

In basso, varia umanità in forma di bipedi senza ali vive la propria piccola esistenza apparentemente scollegata dal tempo eterno: Valerio Mastrandrea è un idraulico alle prese con una figlia disinvolta e un figlio pubere, mentre il disordine della sua casa e della sua vita viene notturnamente condiviso da una moglie defunta che lo veglia e ne minimizza le ansie, in quanto è una che ormai la sa più lunga. Luca Zingaretti è un avvocato all’arrembaggio con tanto di parrucca esagerata, quasi a voler mascherare gli imbrogli che persegue, mentre Giuseppe Battiston (stessa mole, ma molto più pelo del solito) rappresenta un originale che cita continuamente aforismi dei grandi del passato. Tra di loro,oltre ad un cinese smaliziato, la delicata non-avvenenza di Alba Rohrwacher, squattrinata pseudo artista dai finti capelli neri, che finirà tra le braccia del baffuto Mastrandrea,a dotarlo pro tempore di una donna in carne e ossa.

Inutile dire che i personaggi descritti sono stilizzati anche sotto il profilo tricologico perchè il loro collegamento è quasi privo di interesse dal punto di vista della trama: mentre la realtà e la non realtà sono manicheamente divise, senza sfumature, tra il bene e il male. Insieme a un po’ di noia,rimangono in piedi alcuni gustosi sprazzi di battute e situazioni, che sembrano pescati con leggerezza da una commedia all’italiana riveduta e corretta dalla bozzettistica degli sketch televisivi, come nei vecchi Caroselli. E in questo senso c’è una pericolosa somiglianza tra l’opera e la pubblicità relativamente recente di un preparato medicinale contro le infreddature, con panorami a volo d’uccello su metropoli grigie e statue parlanti che si ammalano e nel contempo propongono rimedi.

Rimedi invece non ce ne sono per l’ispirazione discontinua, irregolare e spesso incompiuta che contrassegna parte dell’opera recente del regista: da Agata e la tempesta (2004) a Giorni e nuvole (2007) fino a Cosa voglio di più.. Si capisce quindi perchè alcuni autori rimangano ancorati nella memoria ad un particolare titolo (nella fattispecie Pane e tulipani – 1999) e perchè una parte dell’attuale cinema nostrano sia tutt’altro che ignobile, ma abbastanza prossima ad una forma di afasia artistica, che spesso tenta di rinnovarsi ibridando un po’ goffamente i generi, senza riuscire ad amalgamarli. Con il risultato che si cerca sollievo nella produzione straniera, dato che nelle nostre odierne tasche rimangono, con facile battuta, più spiccioli che Soldini.

IL COMANDANTE E LA CICOGNA di Silvio Soldini, Italia Svizzera Francia 2012, durata 108 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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