Film

I COLORI DELLA PASSIONE

Vienna, Kunsthistorisches Museum: La salita al Calvario di Pieter Bruegel il Vecchio (1564) è esposta accanto alla Grande torre di Babele (1563). Tra i due quadri un solo anno di differenza, eppure La salita al Calvario già comincia a lasciare dietro di sè lo spirito ora umile e giocoso, ora boschianamente allucinato e retorico del grande fiammingo, per preludere alla allegoria disperata de I ciechi, sua ultima opera (1568).

Ne La salita al Calvario, solo il gruppo di Maria e delle pie donne in basso sulla destra indossa gli abiti dell’iconografia. Il resto della folla è ritratto nei costumi e nelle occupazioni dell’epoca, coro bizzarro a un Cristo posto al centro eppure quasi invisibile, anonimo tra gli anonimi. In alto,sulla destra, un nero cerchio di formicolante umanità attende lo spettacolo dell’esecuzione. In mezzo, anche come discrimine fra il chiarore e l’oscurità, un mulino di puerile innocenza sfida la forza di gravità da una scheggia impervia di roccia, ad invocare il cielo come a segnarne il confine.

Fiandre, metà del sedicesimo secolo: un albeggiare contadino annuncia l’inizio del lavoro; un mugnaio accanto alla sua grassa moglie comincia a saggiare la qualità della farina, mentre il figlio adolescente s’inerpica per una stupefacente scala, sorta di vertigine babelica verso l’alto, fino ad affacciarsi proprio sotto le pale di quel mulino dipinto. Intorno, altri domestici indugi prima di lasciare le coperte del sonno, mentre bambini circoscritti al loro infantile “qui ed ora” giocano sempre uguali a loro stessi, in ogni epoca. Odore (visivo) di secrezioni non deterse, di coltri arruffate e stantie, di ruote di pane appena sfornato. Intanto, soldati venuti da lontano inquietano l’ordinarietà abituale dei risvegli per confluire insieme agli altri verso la tela. La lingua che parlano allude alla sanguinosa rivolta scoppiata nelle Fiandre contro l’intransigenza di Filippo di Spagna nei confronti della riforma protestante.

Polonia, giorni nostri: il regista, poeta, pittore, compositore, scrittore e produttore Lech Majewski concepisce il film The Mill and the Cross – da noi distribuito con il titolo I colori della passione – e lo realizza genialmente incrociando più piani: il punto di vista di Bruegel e del committente, che si infiltrano ai margini dell’opera; il farsi del quadro medesimo, con le comparse che vivono la loro vita, entrando progressivamente a far parte del dipinto; la storia della passione di Cristo che confluisce a sua volta sulla tela, umanizzata e contrappuntata dagli abitanti del villaggio, secondo un nitido trascolorare che diventa sovrapposizione significante.

Non si pensi tuttavia ad un film artistico sull’arte, lento e frigido come una lezione, in bilico
fra le sublimi ispirazioni e le cadute di The tree of life di Malick (2011) e gli estetismi di stupefacente ed estenuata maniera del Faust di Sokurov(2010). Semmai ad una invenzione che forse sarebbe piaciuta a Pasolini, e che Peter Greenaway potrebbe invidiare, con echi di quel cinema alto e divulgativo che Roberto Rossellini avrebbe voluto realizzare nelle ultime fasi della sua vita.

Il commento parsimonioso degli stessi interpreti è in perfetta sintonia con l’eloquente meraviglia delle immagini. Scelte accuratamente in una serie di “fermi” animati, studiatissimi anche tecnicamente, che inquietano lo spettatore, secondo l’eterno ricatto della bellezza che fugge e che si vorrebbe viceversa arrestare e possedere per sempre. Bellezza che infatti trova un’ulteriore pregnanza nella misura della sua rarefatta brevità, riuscendo ad essere palpitante ,partecipe e perfetta come la moneta di una dolente parabola.
Un film più da vedere che da commentare, per non aggiungere ulteriori, goffe sovrapposizioni alle folgorazioni dell’ineffabile. E che si propone non soltanto di indagare sulla genesi e la ratio di un capolavoro, bensì di raccontare la vita che scorre dentro un tempo fisico-filosofico che la lascia passare con superiore indifferenza, e di indagare altresì sul potere dell’arte, in grado di ricomporre e di interpretare l’attimo, consegnandolo per sempre ad una eternità umana.

I COLORI DELLA PASSIONE di Lech Majewski, Svezia Polonia 2011, durata 97 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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