Film

MELANCHOLIA

La possente e struggente musica del Tristano e Isotta di Wagner non irrompe nella sala, ma sembra fermare le immagini sullo schermo in una sorta di minacciosa attesa, mentre dall’alto piovono le sagome di uccelli come foglie ridotte in cenere. Questo è il prologo del film che, almeno inizialmente, sembra proporsi le vette immaginifiche de Tree of life di Terrence Malick mentre è invece in grado di semplificarne lo spirito, senza cadere negli abissi di goffaggine di una pellicola che veniva premiata da quello stesso Festival di Cannes che nel contempo radiava Lars von Trier per le sue imperdonabili – e sciocche – dichiarazioni antisemite.

Restava però la Palma d’oro assegnata alla protagonista Kirten Dunst come migliore attrice, non potendo – per coerenza – riconoscere diversamente la grandezza di questa opera. Il titolo è lo stesso della celebre incisione di Dürer (1514) probabile allegoria alchemica dell’impossibilità di modificare il piombo delle anime perdute nell’oro delle anime salvate. Tema che in qualche modo sembra ispirare – rovesciandolo – anche l’assunto del film, benché la Melancholia del regista danese sia il nome di un pianeta che sta per incrociare la traiettoria della Terra.

Suddivisa in tre parti, la storia affronta le reazioni di due sorelle (Justine e Claire) alla possibile distruzione del nostro habitat. Dapprima facendoci assistere alla lunghissima agonia ‘civile’ dell’una, anima plumbea e malata, che si manifesta per gradi, andando a distruggere proprio il suo lussuoso matrimonio – una cerimonia tradizionalissima, ambientata in un indimenticabile castello reso moderno da tutti i comfort che il denaro del cognato può offrire (e probabilmente gratificando anche l’autore, reo di aver aggiunto un “von” nobiliare al proprio cognome plebeo, in modo tanto snobistico quanto ingenuo). Poi ricongiungendo Justine alla solida, paziente, comprensiva Claire, che del castello è proprietaria tramite il marito.

Il pianeta a poco a poco si avvicina come una livida luna domestica, poi sembra allontanarsi e infine, inevitabilmente, collide. Con una delle più commoventi scene finali che il cinema ci abbia mai regalato negli ultimi anni.

Di ispirazione solo apparentemente fantascientifica, il film è in realtà la trasparente metafora sia ecologica che intimista di due diversi comportamenti all’approssimarsi della morte: è quieta, determinata (e perciò salvifica) la risposta dell’anima perduta, in grado di mettere in progressiva discussione i riti della tradizione, fino a vanificarli per poi affrontare l’ultimo momento con la calma lieve e soccorrevole di chi non ha nulla da perdere, perché già sa. E, sapendo, deve a ruoli invertiti distribuire l’estremo viatico al nipotino e alla sorella, che viceversa si consuma nell’incertezza inquieta dell’attesa. Perché madre, perché moglie, perché ordinata responsabile di un ruolo; perché, appunto,”normale”.

Sceneggiato come una partitura musicale che consente al regista di padroneggiare in contemporanea l’intera simultaneità dei particolari, Melancholia si snoda lento, imponente e semplice: dove per semplicità s’intende l’arte di scarnificare il complesso, rendendolo evidente senza alterarne la verità. Si veda con quale penetrante forza di persuasione von Trier assecondi la narrazione, via via tracciandone i dettagli in modo sia preciso che allusivo, consentendo alla spettatore di farsi a sua volta eco dei suggerimenti, fino a godere e completare per conto proprio ogni minimo spunto inventivo e visivo. Non solo, ma riesce a contrapporre in modo assolutamente naturale la più o meno prosaica quotidianità con la lontanissima eppur prossima astrazione di altri mondi. Senza effetti speciali, bensì con la sola forza dell’intelligenza, della compenetrazione psicologica, delle superbe ambientazioni.
Ed evitando sempre di cadere in tutta la serie di pacchianate sempre in agguato quando si parla di fantascienza metaforica e non, ma, anzi, contrapponendo un umile bastoncino con un cerchietto di ferro ad un ultramoderno telescopio; nonché erigendo una infantile capanna di rami secchi a totemica difesa dalla distruzione imminente.

Proprio la distruzione comporta a sua volta la contraddittoria visione di una Terra “cattiva” ormai insterilita, e quindi passibile di una fine e il conseguente goethiano rimpianto sulla bellezza dell’attimo di vita che fugge. Con una grazia di ispirazione che permea anche tecnicamente tutta la pellicola, mai appesantita dal geniale miscuglio di allusioni alte (il già citato Dürer, Brueghel, Caravaggio, Millais, Tarkovskji) bensì fruibile come un meraviglioso racconto anche da parte dello spettatore meno avvertito. Che stenterà magari ad accettarne l’assunto finale (benché trasfigurato da un tocco di sublime poesia) che porta a concludere in un modo amaro quanto ecumenico: la distruzione simultanea che tocca egualitariamente tutti, come un ultimo atto di giustizia a suo modo assolutorio. Non diversamente dal senso di questi bellissimi versi di Giovanni Raboni: “Si farà una gran fatica, qualcuno / direbbe che si muore – ma a quel punto /ogni cosa che poteva succedere / sarà successa e noi / davanti agli occhi non avremo / che la calma distesa del passato /…. / E tutto, anche le foglie che crescono, / anche i figli che nascono / tutto, finalmente, senza futuro”.

MELANCHOLIA di Lars Von Trier, Danimarca, Francia, Svizzera, Germania 2011 , durata 130 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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