Film

THIS MUST BE THE PLACE

La vita come un breve intervallo, trascorsa tra l’enunciazione di quello che si farà in futuro e la quasi subitanea constatazione che “ormai è andata così”. In questa concezione astratta della realtà si imbozzoliscono i giorni sempre uguali di Cheyenne, attempata rockstar che non vuole crescere, autisticamente ibernata da un trucco che lo maschera e lo sottrae ad un passato lontano, più sconfessato che rimosso. Nel contempo, quel trucco lo protegge dalla paura di vivere, rassicurandolo con la noia depressiva di abitudini, presenze e ambienti sempre uguali: la villa concepita da architetti snobisticamente estranei, la moglie materna che lo ama (anche sessualmente), l’avveniristico supermercato delle meraviglie quotidiane, gli sporadici contatti con pochi amici stralunati come lui.

Finché una tardiva prova iniziatica non lo agguanta, nelle vesti del solito viaggio oltreoceano per riconciliarsi con tutto quel che ruota intorno alla morte del padre. Sicché lo si vede sostituire il carrello della spesa con un più adeguato trolley, costante appendice al rimorchio, protesi sia funzionale che simbolica di ciò che si è comunque costretti a portarsi dietro finché si è ancora vivi.

Inutile sottolineare come la tanto strombazzata trama suddivisa tra l’Irlanda e gli Stati Uniti non sia altro che un pretesto per conferire al film un’ossatura anche narrativamente e storicamente ambiziosa (compresa la tematica dell’olocausto). Quello che interessa principalmente a Sorrentino è il personaggio, e, attraverso il personaggio, una serie di notazioni sull’esistenza, sempre in bilico tra il paradigma letterario e scampoli d’esperienza colti al volo in mezzo alle tante offerte del mercato della vita.

C’è tuttavia nel film un punto preciso, quello in cui il protagonista immaginato incontra un protagonista reale, ossia il famoso musicista David Byrne, autore anche della bella colonna sonora. E gli chiede perchè mai siano stati amici, pur essendo così diversi. A partire da questo momento, il carattere scontornato da trucco, parrucco e movenze anchilosate al limite della stilizzazione decolla anche umanamente, e si fa protagonista intelligente e consapevole di quello che gli è accaduto e gli sta accadendo, per rifondare quello che accadrà. Senza fatalismi ripetitivi, ma con coscienza più consapevole.

Una liberazione che matura attraverso la solitudine dei grandi spazi aperti e gli occasionali incontri con gente qualunque, sempre desiderosa di andare al nocciolo problematico della propria vita, quasi che solo ciò che è sconosciuto possa mettere alla prova, generando nel contempo contatto genuino e sorpresa. E, attraverso lo stupore, anche la rivelazione delle tante piccole e infernali bellezze dello stare al mondo.

Si snoda così un percorso affascinante composto di dettagli e ritagli che coinvolgono sia gli ambienti che le figure al contorno, meravigliosamente paralleli e funzionali alla “ritrasfigurazione” del protagonista da maschera a persona; in cui Sorrentino torna a dare il meglio di se stesso,con quelle capacità ellittiche di simbolizzazione che assumono di volta in volta il carattere delle epifanie. Complice non soltanto il modo di inventare l’assurdo, ma anche di raffigurare la realtà mediante sintesi sempre particolari, grazie all’uso singolare e sapientissimo della fotografia e delle scenografie – qui debitrici, seppur in un modo comunque personale, all’inquietudine metafisica dei dipinti di Edward Hopper e alla sua successiva secolarizzazione nei quadri di David Hockney.

Si esce dalla visione del film gratificati dalla profusione di intelligenza cinematografica, e un po’ frastornati dall’accumulo dei numerosi particolari che scorrono quasi immobili eppur veloci, fagocitati dall’iperpresenza di Sean Penn e da una certa macchinosità pretestuosa dovuta ad una superfetazione del plot. Perchè questo non è il miglior film – nel senso di “perfetto”- del più geniale regista italiano degli ultimi venti anni. Bensì una sorta di splendente compromesso tra le presupponibili esigenze di un’internazionalità mai sperimentata prima e le tematiche da sempre perseguite in veste più autoctona.

Quasi che la presenza di una grande star (che gigioneggia in modo perfin troppo indelebile, come il suo mascara), e la ribalta di un mondo straniero anziché italiano avessero instillato nel regista una sorta di ansia da prestazione per accumulo, impedendogli quelle mirabili sintesi organiche tra creazione e rappresentazione, caratteristiche portanti e prive di sbavature ne Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006), Il divo (2008) e nello scintillante romanzo Hanno tutti ragione (2010).

Infine, anche se non ci si vuole fare preventivamente influenzare, è pur vero che bisogna calcolare l’inflazione di immagini, notizie, riassunti e invenzioni varie che hanno preceduto la visione del film, ben prima della sua presentazione al Festival di Cannes nel maggio 2011. E che, inevitabilmente, nella loro inessenzialità cronachistica, hanno creato preventivi fraintendimenti, indebite anticipazioni e sovrapposte attese. Tenetene conto durante questa prima visione, che ne comporta – e ne merita – almeno una seconda, di decontaminazione e di approfondimento.

THIS MUST BE THE PLACE di Paolo Sorrentino, Italia Francia Irlanda 2011, durata 118 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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