Film

IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA

Chissà qual è la giusta misura nell’abilità di aggiungere dettagli ad una storia esile e viceversa nel sottrarli ad una trama composita .L’interrogativo, probabilmente futile, comporta una risposta altrettanto irrilevante e pilatesca: dipende. E nel dipende è forse compresa l’essenza stessa dell’espressione artistica.

In questo film siamo sicuramente nel primo caso; lo si capisce fin dalla inquadratura iniziale, irradiata dal rosso della maglietta di un dodicenne che vuole piegare a sua misura una realtà che non lo corrisponde: aggrappato ad un telefono che squilla a vuoto, rifiutandosi di accettare l’abbandono del padre. Che continuerà a inseguire con una pervicacia adulta nella determinazione e infantile nella speranza, fino all’incontro con un individuo più immaturo e meno responsabile di lui. Lungo la linea di quegli abbandoni che segnano un destino, essendo la fanciullezza l’unica età deputata a ripetersi per tutta la vita.

Mentre la seconda inquadratura è soffusa dell’azzurro che emana dal pigiama del piccolo protagonista. Contrapposto , mediante astuzie tenaci, all’istituto per minori in cui è parcheggiato dalle mancate promesse dello sventato genitore ; alla ricerca ostinata della perduta bicicletta, a sua volta simbolo di un passato comunque condiviso, che lo riporta sempre a quello stesso padre negato, nonostante le progressive crudeli evidenze a cui rifiuta di sottostare. Fino ad incontrare e a consegnarsi con riserva ad una giovane parrucchiera, altrettanto brusca e determinata, ma comunque capace di un affetto inizialmente di tipo quasi sacrificale. Affetto che si snoda silenzioso lungo le domeniche dei temporanei affidi del bambino, insidiato da un altro finto padre putativo sotto la specie di un post adolescente corrotto, perfetto modello per instradarlo sulla via del male. Con una rapina per procura ed un secondo salvifico rinnegamento, fino alla conquista di una nuova consapevolezza; mentre resiste immutata la figura della giovane , emblema di una surrogata maternità naturale , frutto di una scelta tanto civile quanto affettiva . Intorno a cui si addenserà e ricomporrà felicemente il passato di entrambi, intenti alla fine nelle modeste serenità di un giorno qualunque: un picnic a due lungo il fiume, una gita in bicicletta, la promessa di una grigliata in cortile e di un cinema alla sera, secondo il reciproco contagio di piccole abitudini comuni da condividere per il tempo che verrà.

Parabola semplice, realistica nei rischi e edificante nella soluzione , soffusa di quel tanto di miracolistico che ogni tanto la vita riserva ai respinti, l’ultimo film dei fratelli Dardenne è un attento e sapiente accumulo di particolari, che ruotano intorno ai due protagonisti della storia. Tanto speculari quanto complementari, come in ogni apologo di reciproco riscatto : lei tostamente adulta, eppure inconsapevolmente intenta a colmare dei vuoti; lui audace fino alla patologia, spinto dalla necessità di un’accettazione che gli medichi le solitudini subite. Due magnifici attori, perfettamente funzionali alla pellicola.

In mezzo, le ruote di una bicicletta da bambino, emblema fragile di un viaggio fra delusioni e speranze, che attraversa la pellicola con sobria armonia, grazie ad una sceneggiatura che sa dove vuole andare a parare. E ad una regia fluida nel concatenare le circostanze, facendole progredire per accumulazione di dettagli: i dialoghi scarni sui divieti, gli orari, il cibo, a occultare il sentimento; i gesti forti od inconsulti, che talvolta sfociano nelle chiusure compulsive dell’infanzia; la telecamera quasi fissa sugli eventi, in un’alternanza di campi lunghi e di primi piani; la fotografia con sempre una punta di colore in più, a tratti quasi una rivisitazione, seppur sommessa, delle tecniche del cinemascope in voga negli anni 50 e 60.

E mille tocchi e rintocchi tanto credibili quanto simbolici, intersecati l’uno nell’altro, a comporre uno spartito che tra toni acuti e gravi finisce per raccordarsi intorno ad una composta tonalità media: sicuro pregio, ma in qualche modo anche elegante limite del film. Che sa cosa dire, e lo dice bene senza retorica; ma nel corso del progredire avrebbe forse bisogno di una qualche stonatura, di un cambio di ritmo ,di uno scarto laterale. E invece sacrifica sull’altare di una ispirata e luminosa diligenza quel tanto di estro in più che lo avrebbe portato a fuoriuscire dalla categoria della classicità cui appartiene. Per veleggiare verso luoghi di ancor maggior presa artistica ed emotiva, visto che si partecipa più con la mente che non , fino in fondo, con il cuore. Quasi un paradosso per un lungometraggio tutto centrato sui sentimenti.

Prova ne sia che l’apprezzamento si affievolisce quando il film comincia a diventare ricordo, essendo una di quelle opere assolutamente tutte esplicite, che rimangono fisse nella memoria, senza sapere trasformarsi o crescere con i dovuti echi.

IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA di Jean Pierre e Luc Dardenne Belgio Italia Francia 2011, durata 87 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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