Film

COME UN TUONO

Ufficialmente, le guardie e i ladri sono da sempre obbligati a contrapporsi, e per farlo devono essere analoghi e speculari, altrimenti il gioco non potrebbe continuare. Ufficiosamente, capita talvolta che i rispettivi figli si mettano di mezzo e le regole saltino, la chitarra stoni, il soufflé si afflosci, la ballerina si sfranga le rotule proprio nel passaggio più aereo.

Diviso in tre parti – mentre ne sarebbero bastate due – il film gioca d’audacia e affida alla sequenzialità temporale l’antitesi tradizionalmente sincronica o parallela tra buoni e cattivi, inseguitori e inseguiti. Inizialmente girato con i personaggi tutti di spalle, a significare che l’imminenza degli eventi siglerà un futuro già completamente consumato, il prologo contempla un Ryan Gosling che si muove millimetricamente, i muscoli aguzzi in sintonia con il respiro, la sfrontatezza racchiusa in una gabbia senza orizzonti, il giro della morte come metafora di una vita che si sposta continuamente senza mai cambiare cielo. Di mestiere fa lo stuntman, o meglio, l’impiegato della motocicletta in un luna park itinerante, finché l’imprevedibile collisione con una paternità seminata per caso non lo porta a volere quello che gli è sempre mancato. E per averlo diventa stanziale e passa alle rapine, molto simile in questo al cupo eroe romantico di Drive (2011) capace di risvegliare educati palpiti senili anche nelle spettatrici più attempate, ma non in Eva Mendes, che tiene contraddittoriamente duro con nostro personale disappunto.

E’ la parte migliore del film che, come Psycho (1960) rinuncia presto e con coraggio al proprio protagonista d’elezione, ammaina l’adrenalina, accetta il percorso più piano ma più politicamente scorretto del suo alter ego, ossia il poliziotto inseguitore. L’emozione scema, compensata dall’attenzione ai contrappunti, che vedono nello sbirro un genitore disincantato ma socialmente ben inserito, pronto ad un avvenire pubblico dopo aver rinunciato alla tenerezza, al rimorso e alle illusioni di giustizia.

Ma la letteratura è in agguato: Shakespeare si fa beffe fumettistiche dei belli e dannati del noir, il Turgenev di Padri e figli comincia a berciare sullo sfondo mentre un Freud da cheese cake si appropria della pasta e ci affonda le mani. Anche lo stesso regista comincia ben presto ad annoiarsi del lungo teorema che fa quadrare troppo ragionieristicamente una banale aritmetica travestita da nemesi greca, e i figli irrompono sulla scena, annacquando non solo la storia, ma anche una scenografia e un’ambientazione debitamente alla Edward Hopper (il titolo originale è The place beyond the pines). Si iniziano a scartare i soliti Baci Perugina (“Chi corre come il fulmine si schianta come il tuono”;”Chi è zoppo fa carriera politica come il presidente Hoover”) si accoppa lo scorrere del tempo con la esiziale sovrimpressione “15 anni dopo…”, vengono recuperati maldestramente i drammoni degli anni cinquanta, quando l’amore si faceva solo dalla cintola in su, mentre la morte distoglieva gli occhi dai cadaveri mimetizzati fra le supellettili.

Probabilmente siamo in una curiosa fase di transizione cinematografica: lo sfinimento dello spettatore viene cesellato da durate inutilmente sovrabbondanti, proprio mentre la rete ci insegna che l’attenzione e la pazienza sono sempre più labili; l’ellisse significante è scartata in favore di un fraseggiare pomposo, ad effetto, che puntigliosamente non salta una virgola, pensando forse che l’esplicitazione ossessiva favorisca il fascino della narrazione, mentre la cultura del pubblico si assottiglia; tutti i generi si contaminano per contagio, le citazioni vengono sparse a piene mani, si strizza l’occhio di qua e di là, ma si rimane nell’analogico più stantio, mentre cominciano a imperversare le espressioni fantasiose del digitale; si affollano le sale di film televisivi, nel senso che si può scomparire a far pipì, a sciacquare l’insalata o a vezzeggiare il cane senza che la partecipazione ne risenta; intanto le fiction seriali imperversano sui piccoli schermi, attirando più ingegni e più professionalità delle Major. Forse si sta facendo strada un mercato per pensionati con qualche analfabetismo di ritorno, che strangola per superfetazione mestieri rodatissimi, intuizioni geniali, ambizioni degne di miglior causa. E non riusciamo a capire cosa ne pensino i giovani, magari ignari degli eventuali confronti nostalgici con il passato, ma adusi ad altre forme di comunicazione. Peccato, perchè il registra Cianfrance (il cui curioso cognome sembra pronunciato dall’ex Papa) ha già dato prova di talento con Blue Valentine (2010) mischiando con efficacia abbandoni e durezze, sentimenti e destini, bravure attoriali (lo stesso Ryan Gosling e Michelle Williams) e piccole profondità, i cui echi qui trapelano potentemente ma per difetto, frastornati e diluiti dagli inciampi citati: solo uscendo a metà proiezione si potrà dire di aver assistito a un discreto film, anche se pagato il doppio.

COME UN TUONO , di Derek Cianfrance, Usa 2012, durata 140 minuti

Previous post

NELLA CASA

Next post

L'IPNOTISTA

Marinella Doriguzzi Bozzo

Marinella Doriguzzi Bozzo