Film

L’IPNOTISTA

E dire che i nefasti indizi erano già tutti presenti: l’omonimo libro di Alexander e Alexandra Andhoril (pseudonimo Lars Kepler – due al prezzo di uno) strombazzatissimo come molti banali titoli nordici e abbandonato dopo le prime 20 pagine per l’insulsa tetraggine della scrittura; il regista Hallstrom, ricordato in particolare per due film abbastanza stucchevoli (Le regole della casa del sidro e Chocolat); la partecipazione di attori totalmente privi di quel minimo di glamour che spesso aiuta a digerire cine-polpette anche mediocri…

Invece, proprio come tutti gli sventati protagonisti dei thriller, che se avessero un minimo di buon senso non aprirebbero quella porta e non affronterebbero a mani nude un individuo sospetto che ostenta una motosega, siamo caduti nella trappola di una storia abbastanza risibile, a metà strada tra i freudismi psicologici di una tragedia greca d’accatto e le contorsioni famigliari dei drammoni di Mario Merola, epperò ammantati di grigio e puntiglioso rigore nordico, che tutto livella nella sua nevosa indistinzione.

Ci troviamo in una Stoccolma priva di qualsiasi belluria turistica e un uomo stramazza in una palestra, accoltellato frettolosamente e senza pathos da mano ignota. Intanto la di lui famiglia viene sterminata, tragedia visiva in realtà affidata ai conati di vomito del poliziotto che ha scoperto il crimine. Interviene un impacciato detective che, ahilui, si chiama Jonna Linna come un cuginetto di Winnie the Pooh. Costui non sa che pesci pigliare e si affida alle doti da ipnotista di un riluttante medico, sempre stordito da doti massicce di sonniferi perché crede di avere dei problemi da dimenticare, finché non si scopre a sua volta vittima del o dei micidiali killer.

Naturalmente, poiché ogni storia di questo tipo deve rispettare i suoi possibili estimatori, non possiamo proseguire oltre nella trama che, se non fosse lentissima e noiosissima, potrebbe anche offrire qualche motivo di sano sarcasmo da comitiva a causa della sua superficialità sia clinica che ispettiva, con un finale che sfida qualsiasi legge fisica della dinamica dei corpi. Ora, la filmografia è piena di vicende incredibili e deludenti che tuttavia si lasciano vedere perché almeno sollecitano l’infante curioso e avido di paura che alberga in ogni spettatore; ma se la storia zoppica, si può salvare con le atmosfere, con i dialoghi, con la colonna sonora, con la fotografia, con una sfrenata dose di pulp e via elencando. Invece il paradosso di questo film consiste nel piatto realismo di tinelli sfatti, di rughe profuse, di bocche amare e di occhi gonfi che lascerebbero presupporre un parallelo realismo narrativo: purtroppo il medico ipnotizza chiunque, alla ricerca di verità impossibili, e meno male che non dice “a me gli occhi”; un adolescente in fin di vita scappa disinvolto e mezzo nudo dall’ospedale, i piedi piatti nella neve; Lena Olin (ex affascinante partner di Robert Redford in Havana e moglie del regista) è una pittrice solo per riuscire a tracciare un identikit alla Modigliani; indizi e ricercati sono sotto gli occhi di tutti, ma se ne accorge solo lo spettatore… e ci fermiamo qui per non menzionare altre decine di dettagli stonati.Siamo viziati da stereotipi polizieschi che affidano le indagini a individui superdotati e caratterizzatissimi, mentre il quotidiano è denso di ottimi e incolori marescialli Gargiulo o equivalenti svedesi; ma che il povero Jonna Linna venga anche abbandonato sulla porta di casa, solo come una renna il giorno di Natale, mentre gli irriconoscenti salvati gli brindano sul muso azzannando del take away asiatico è quasi troppo e la dice lunga su un film nemmeno capace di terminare, se non di iniziare e di proseguire.

Il compianto Stieg Larsson, con la sua seduttiva trilogia Millennium, ha avuto molti meriti, ma ha inconsapevolmente scatenato mandrie di epigoni dozzinali sia in letteratura che sullo schermo. Il cinema l’ha adottato due volte – e quasi in contemporanea – con risultati relativamente modesti, ma almeno in un rifacimento c’era Noomi Rapace e nell’altro Daniel Craig che si battevano in una Svezia “normale”, all’interno di vicende ben congegnate e ben scritte, anche se ipertrofiche. E il successo cinematografico delle due pellicole è dovuto non tanto ai loro meriti intrinseci, quanto al godimento degli spettatori chiamati a ripercorrere sullo schermo le gesta dei loro affascinanti eroi di carta. Qui si cerca di campare sulla scia di quei ricordi ma, non avendo alle spalle un testo neanche pallidamente meritevole, si finisce col fare peggio di qualsiasi serie televisiva su Fox Crime.

L’IPNOTISTA di Lasse Hallstrom, Svezia 2013, durata 122 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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