Film

NELLA CASA

Una pièce teatrale sulla scrittura, riversata in un film: tre distinti mezzi espressivi che s’ intersecano su tre piani diversi, a cui si aggiungono quello della realtà e quello delle tante simulazioni possibili, mentre la storia avanza e si frantuma all’interno di un luogo chiuso ma spesso osservato dall’esterno, in cerca di ispirazioni e di indizi. E poi i rapporti tra i personaggi veri e quelli trasfigurati, così come il legame misterioso, lontano e vicinissimo, tra chi scrive e chi legge. E ancora le citazioni da Hitchcock, Chabrol, Cèline, con tanti libri che vanno e vengono – Tolstoij, Flaubert… – mentre il senso della testualità lascia irrisolto un dilemma di fondo: scrivere significa inseguire e affermare dei desideri intrinsecamente vitali, oppure sostituisce quella vita che non si sa o non si può vivere?

Sintetizzato così, potrebbe sembrare un pensum di illimitata ambizione e di un intellettualismo direttamente proporzionale al calo verticale della palpebra, tanto più che il regista François Ozon (8 donne e un mistero, Potiche…) è un ibridatore nato, che mischia volentieri i generi senza arretrare di fronte a nessuna suggestione, con risultati diseguali nel tempo. Invece, grazie alla sua sceneggiatura ferrea e alla salda capacità di dirigere e rappresentare ogni elemento, sia verbale che visivo, il film si lascia vedere con facile diletto, anche se certe forzature diligenti diluiscono a tratti la felicità dell’ispirazione.

L’inizio è frontale: in una scuola vera, un allievo dotato prende sul serio il classico temino sull’ultimo week end, scempiato dai più secondo smozzicate frasi di circostanza. Immediatamente s’infervora un intristito professore di lettere che risponde alla faccia da mela renetta di Fabrice Luchini, sedotto sia dalla qualità della prosa sia dalla bizzarra chiosa in calce: “continua”. Il deluso insegnante senza adepti si trasforma di colpo in un mentore e, memore delle frustrate aspirazioni giovanili, comincia a seguire passo passo gli sforzi descrittivi del novello artista. Quest’ultimo, a sua volta, sperimenta in diretta, sedotto dalla dozzinalità borghese di un villino che appartiene ad un compagno bietolone, ma cresciuto alla luce di tradizionali affetti materni e paterni. Stretta una pretestuosa amicizia, s’ insinua nell’agognato mondo circoscritto della casa, ne respira gli arredi e le suppellettili, osserva di nascosto i tre personaggi e le loro dinamiche, riversandole sulla carta.

Intanto il professore rende complice la moglie dell’appassionante cronaca dal vivo, mentre i fatti propri ed altrui diventano progressivamente una miniera ambigua e quasi ossessiva di interrogativi reali come di possibili illazioni romanzesche. L’adolescente scava vieppiù nelle plurime esistenze, comincia a manovrarle sia come attore partecipe che come autore, scompigliando le ambizioni e le illusioni di tutti, in un modo che non è troppo diverso – implicazioni a parte – dall’ospite misterioso dell’indirettamente citato Teorema di Pier Paolo Pasolini(1969) – che si nutriva degli altri facendo nel contempo dono di sé, sul filo di una relatività sessuale senza preferenze di genere.

Tuttavia l’interesse del film non è centrato esclusivamente sull’ambiguità tra vero, verosimile e inventato (oppure sull’arte che imita la vita che a sua volta imita l’arte) ma anche e soprattutto sul recupero degli stilemi e delle atmosfere che rendono l’esistenza, a saperla osservare e investigare anche voyeuristicamente, ricca di tutti quegli elementi di genere che caratterizzano i thriller come i romanzi di formazione, di sentimenti e di atmosfere. Basti pensare al luogo del titolo, che viene esplorato sia come invidiabile rifugio che come ricovero di latenti contraddizioni e tentazioni, continuamente in bilico fra l’ovvietà funzionale di un frigorifero e l’intimo mistero di un cassetto chiuso: lacerti e deiezioni da cogliere, decifrare, sublimare, facendoli risalire agli individui, a loro volta investigati con la colpevole doppiezza di chi viola l’isolamento interiore ed esteriore di dormienti ignari ed offerti.

Inutile sottolineare che ogni cosa deraglierà dai binari consueti, in un crescendo fra realtà e finzione che è uno degli aspetti meglio orchestrati del film, permeato da una abile suspence tanto domestica quanto sottilmente insidiosa, in cui Ozon riassume il meglio di sé: i personaggi delineati con tratti lievi, l’implicito e l’esplicito che si rintoccano senza mai sgranare un meccanismo complesso e delicato, la quotidianità che si accoppia giustificatamente con il melodramma, le scenografie e gli oggetti non come contorno, ma come disvelamenti di un contesto, la verità per accumulo di accenni, il male non tanto come banalità, quanto come inconsapevole cannibalismo della giovinezza e dell’autorialità.

Sullo sfondo, la dicotomia fra classi diverse, fra diversi modi di amare o non amare e, soprattutto, la perfetta fusione fra la voce della lettura fuori campo, le immagini e gli accadimenti, a totale riabilitazione – una volta tanto – delle goffaggini delle chiose esterne alla rappresentazione. Una pellicola che pesca nel passato, assemblandolo e rinverdendolo, senza scadere in supponenze griffate, ma restituendo un insieme alla portata di tutti. La sua capacità divulgativa sacrifica eventuali spessori, ma viene però abilmente compensata da un meritevole equilibrio tra le parti e i molteplici piani di lettura che si possono cogliere o tralasciare senza intaccare la fruibilità complessiva dell’opera.

NELLA CASA di François Ozon, Francia 2012, durata 105 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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