Film

IL CECCHINO

Ci sono i film gialli, quelli noir, quelli rosa ma inutilmente si cercherebbe sulla scala Pantone il colore dei polar, ibridi polizieschi di matrice francese e derivazione americana, tutti indistintamente contrassegnati da una tinta livida che mescola il blu scuro, il verde e il grigio in un’ unica, indefinita ma inconfondibile tonalità temporalesca, volta ad identificare tanto le anime tormentate dei protagonisti quanto il loro guazzare nell’oscurità del male.

Prelevato dai patri lidi ed importato in Francia in virtù dei suoi gloriosi precedenti- Romanzo criminale, Vallanzasca- Michele Placido si destreggia come può con un tramone già confezionato che ruota attorno a due attori gallici per eccellenza- Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz – mentre probabilmente a lui è stata lasciata la scelta sottotono di Luca Argentero e della figlia Violante, rispettivamente ridotti ad un grumo di peli ed a un tremolar di tette. E pensare che, in tema di ibridi, questo innesto franco italico avrebbe potuto rivelare delle interessanti sorprese anche sotto l’aspetto cromatico, unendo la squillante, quasi verniciata gamma di tonalità tipiche del regista con la rugginosità di una Parigi dominata dalla tour Eiffel.

Invece, come a voler avallare la scarsa importanza italica rispetto all’asse politico franco- tedesco, il regista si appiattisce totalmente sulle superfici del genere, mantenendone solo le sfumature cupe e seguendo passivamente una sceneggiatura meccanicistica nella quale alle psicologie totalmente estroflesse proprie dei cascami del genere si mescola una storia che per avere un senso ricorre fittiziamente ad un segreto condiviso fra i due antagonisti, risalente addirittura alla guerra in Afghanistan.

Non si capirebbe comunque granchè tra un gioco fra la polizia, il cecchino che dai tetti tenta di proteggere l’assalto ad una banca perpetrato dai suoi complici, e una borsa di denaro che passa da nascondigli d’acqua a occultamenti di terra mentre tutti, rigorosamente sotto una pioggia scrosciante, forniscono il peggio di loro stessi, tradendosi e ammazzandosi vicendevolmente. I colpi delle sparatorie sono a mitraglia, il sangue non sgorga ma schizza come il pomodoro da una pasta troppo condita, e allo spettatore non resta che armarsi di una propria pazienza investigativa con l’ombrello aperto, il tovagliolo annodato al collo e gli appositi tappi conficcati nelle orecchie, a rimpiangere il pulp tarantinesco o le ambiguità e i percorsi catartici di Olivier Marchal (36, Quai des Orfèvres, L’ultima missione) entrambi non a caso affidati alla maschera tormentata dello stesso Auteuil.

Che dire? Difficile suscitare talento, entusiasmo e fede nei partecipanti ad un progetto di
sottocassetta, che sembrano esausti ancora prima di cominciare e che alla fine se ne vanno con la consolazione delle dovute prebende, aggrappandosi soltanto, per la dignità dei nomi che portano, ad una professionalità collaudata che rimane però in superficie. E se non ci credono gli autori e gli attori, perchè dovrebbe divertirsi lo spettatore e cosa mai altro potrebbe aggiungere lo stremato recensore per arrivare ad una lunghezza standard?

Potrebbe richiamare Shakespeare e Dostoevskij senza crederci per niente, oppure ricamare un po’ sul simbolismo di una fotografia che gioca con una certa efficacia tra l’alto e il basso, rispettivamente espressi dalle vedute sui tetti e dai percorsi oscuri che sembrano i labirinti delle coscienze, se solo i manichini ne disponessero. Oppure ancora rammentare la più bella inquadratura del film, quella che precede la resa dei conti, in cui, mentre un uomo sta morendo sull’asfalto, irrompono con gran rumore di ruote due ignari e indifferenti skaters che passano veloci lasciandosi il set alle spalle: postuma vendetta di una regia diligente ma vincolatissima, e riscatto in extremis dello spettatore.

IL CECCHINO di Michele Placido, Francia 2012, durata 89 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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