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UN GIOIELLO DEMOCRATICO

A partire da Thackeray per arrivare sino a George Eliot  attraverso il naturalismo sociale di Dickens , l’ottocento inglese batte la via del realismo  . Realismo che  con Anthony Trollope porta ad una sorta di equanime , serio , talvolta  spassosissimo  intento documentaristico , mentre con Wilkie Collins  evolve verso il gusto dell’intrattenimento  straordinario e sensazionale , confluendo entrambi più tardi nel naturalismo francese , imperniato sulla ricerca anche violenta della verità oggettiva ( Emile Zola , Guy de Maupassant ) .

Poco diffusi in Italia , e a torto considerati dei minori , Trollope e Collins sono diversamente importanti ; il primo  senza epigoni espliciti , il secondo saccheggiato indirettamente in lungo e in largo tramite i  suoi imitatori e seguaci , in qualità di indiscusso inventore del romanzo poliziesco . Amico intimo e primario collaboratore di Dickens con cui divide l’idealismo radicale e le passioni  per l’editoria , il teatro  , i viaggi e i bordelli , Wilkie è uno straordinario  inventore di giochi e mescolatore di carte : la conoscenza della legge , dei salotti e dei bassifondi  gli fornisce lo spunto su cui innestare una fiction sempre appassionante , resa funambolica dalla rigorosa complessità delle trame , e irresistibile da una suspense continua di matematica infallibilità , anche in virtù dell’obbligo di pubblicare a puntate  secondo il motto “Falli ridere , falli piangere , falli attendere “.

Uscito sul periodico All The Year Round nel 1868 , La pietra di luna segue l’altrettanto famoso La donna in bianco , da cui mutua non tanto il procedimento processuale , quanto l’alternarsi di più voci testimoniali che scrivono memorie e punti di vista intorno al misterioso trafugamento di una pietra preziosissima e iettatrice , dopo un festeggiamento di compleanno , in una lussuosa dimora di campagna vicino a Londra . Il pretesto è quasi ridicolo nella sua scontata innocenza , eppure l’origine asiatica e sacra del gioiello accenna al colonialismo , al razzismo , ai misteri di una  religione e di una mentalità diverse , con tre indiani che compaiono e scompaiono non tanto come serpenti , ma come vermi da pera evocati da un flauto magico . Collins però non è Salgari , l’esotismo è solo un deterrente  per dilatare  all’estremo un  cerchio di specchi , blindandovi dentro i costumi del tempo attraverso l’invenzione di indelebili personaggi .

Sfilano così gli stili , le psicologie , le manie e le caratteristiche personali e sociali di un maggiordomo fedelissimo e zelante , incline al cicchetto misurato , al sonnellino senile e alla consultazione oracolare del Robinson Crusoe di Defoe , antesignano del Mr Stevens di Quel che resta del giorno ; la zitella di certa nascita ma incerte fortune , devota fino allo spasimo erotico , che infila ovunque pubblicazioni edificanti non diversamente dagli   individui che vi vogliono convertire con i loro opuscoli mentre reggete tre borse della spesa e state correndo per acchiappare il treno . Oppure la gobba redenta dalla carità nobiliare , prima  ladra e poi  serva in grembiule bianco , abile nell’ingegno , ambigua nelle passioni . O ancora i due giovani amorosi di prammatica , l’uno dedito , attraverso le opere di beneficenza , alle estasi  delle pie donne , l’altro ingarbugliato dalle influenze francesi italiane e tedesche di un’educazione all’estero . Fino al sergente Cuff , anticipatore di Sherlock Holmes ,  impassibile investigatore deduttivo , eppure perso nel sogno botanico di un riposo pensionistico   circondato da quelle rose che per Nero Wolfe diventeranno orchidee .

Tutto è come sembra , tranne i fatti e le loro sequenze : smontate e rimontate lungo un lavoro strutturale da far invidia alla perizia multidisciplinare  di un architetto  . L’edificio sta in piedi sino alla fine , e al divertimento dell’intrigo si aggiunge con leggera naturalezza lo spaccato di una collettività in cui le differenze di classe fra nobili , professionisti e servi si oppongono e si compenetrano secondo una dialettica funzionale densa di contraddizioni . Vincono l’intelligenza e la dignità rispetto a nascite con inalienabili diritti , un curioso protofemminismo matriarcale aleggia nell’aria , eppure le fanciulle sono da proteggere e da compatire in punta di etichetta , mentre le peccatrici devono essere comunque accolte e salvate contro la loro volontà . L’imprescindibile manicheismo dei buoni e dei cattivi è  sfumato dalla conoscenza dei pensieri intimi dei soggetti e dei loro dialoghi : quotidiani , spesso prosaici ,  in bilico fra la dissimulazione e la confessione . Con incursioni ante litteram nella psicanalisi e nella fisiologia  delle droghe come perdizione e terapia. E sempre , sempre , con un umorismo sottile che è  sia  divertita conoscenza umana che affilata critica dei tempi .

Trascorre ovunque il piacere del nuovo alla luce di un familiare dèjà vu , sia che lo si legga – rilegga per l’invenzione della trama , o che  ci si diverta a coglierne le numerosissime ascendenze e  discendenze letterarie , non certo solamente di genere . E non potrebbe essere altrimenti , visto che si tratta di un modernissimo archetipo di centocinquant’anni fa in cui ispirazione , letteratura  e svago si mescolano perfettamente , con l’ammirevole diritto di una primogenitura  sperticatamente lodata da T.S Eliot .  Un motivo in più per ricorrere ad una voce lontana che si ritrova  ad echeggiare ancora oggi  nei meglio blasonati manufatti seriali di matrice televisiva , alla faccia del penoso Revival di Steven King ,  dell’inizialmente promettente e poi deludente Sangue e neve di Jo Nesbo , e dell’ultimo passabile titolo di Fred Vargas , non ancora tradotto in Italia .  Insomma , La pietra di luna è morfologicamente un diamante raro , inventivamente un gioiello di lusso , egualitariamente un intelligente tributo   nei confronti della democratizzazione dei consumi ,  alla felice portata di tutti .

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Il libro

LA PIETRA DI LUNA di Wilkie Collins , Garzanti 2002 , 533 pagine , 10 , 50 euro . Disponibile in eBook a 3,99 euro

L’autore

Wilkie Collins – 1824 ,1889 – nasce da un padre bigotto , pittore di chiara fama . All’età di ventitrè anni , per poter accedere all’eredità , è costretto a redigerne una monumentale biografia  . Dopo incerti pellegrinaggi tra il precocissimo amore per una matrona con il triplo della sua  età ,  gli studi di legge e il commercio del te , decide di dedicarsi alla letteratura senza disdegnare ogni sorta di piaceri ,  compresi quelli della carne , fino ad una complicata eppur pacifica bigamia , benchè convinto di non sposarsi per “non far cadere una donna nelle umilianti catene del matrimonio” . Nel 1851 conosce Charles Dickens e nel 1852 pubblica Basil , il suo primo titolo di suspense , mutuato dalla tradizione del romanzo gotico . Esperto nella tematica del d’oppio nonchè di donne perseguitate , riscuote il suo primo  successo da star nel 1859  con La donna in bianco , cui faranno seguito altri grandi romanzi e racconti  , da La pietra di luna a Armadale a Senza nome .

La citazione

“Nella prima parte del Robinson Crusoe a pagina centoventinove , troverete scritto così : ” Ora m’accorsi , benchè troppo tardi , della Follia di cominciare un Lavoro prima di valutarne il Costo , e prima di calcolare esattamente la nostra propria Forza per condurlo a termine ” .”

Le connessioni arbitrarie ( e virtuose )

Troppe . Un romanzo di affascinate cartapesta che inscena non solo l’amicizia fra Collins e Dickens , ma anche le mode letterarie e lo spirito dei tempi è Drood di Dan Simmons.La discendenza del maggiordomo la si può ritrovare  nel recentissimo La sposa giovane di Alessandro Baricco

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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