Film

TREE OF LIFE

Il Signore dà, il Signore toglie, siamo tutti solo di passaggio, eccetera, eccetera… Si potrebbe essere dalle parti della Bibbia, con il pluricitato libro di Giobbe, così come presso il vicino di casa, che si conduole con frasi fatte, imbarazzato per il nostro dolore. Ma non si tratta di fede o di agnosticismo, bensì di una sorta di panteismo naturalistico che accompagna con una mistica voce fuori campo tutta la (terribile) durata del film. Per chi non ama i reading tanto di moda, finisce per suonare come lo stridore del gesso sulla lavagna.

Perché il regista cerca di trattare il senso della morte nel non senso della vita, e viceversa. E lo fa con il piglio del grande ibridatore, che si propone di creare il fiore perfetto. Ma non un fiore qualsiasi, Il Fiore, ossia la classicissima rosa: iconografica, magnifica, con tanti petali, le venature delicate e il rigoglio di ogni foglia contro la minaccia di ogni spina. Ispiratissima e tecnologica insieme, ma senza profumo: mischiando senza risparmio tanto il talento quanto il cattivo gusto, senza sapersi contenere.

La trama è presto riassunta: una famiglia texana degli anni ’50 composta da una madre dolcissima e da un padre tanto autoritario quanto religiosamente osservante, che cerca di inculcare nei figli disciplina e metodo per garantire loro un futuro più competitivo, ricco di soddisfazioni non solo spirituali. A 19 anni, il primogenito muore, gettando in un dolore attonito i genitori ed i fratelli. Che vengono colti nel momento in cui ogni significato ed ogni speranza vacillano, senza che lo smarrimento possa assumere un nome o una giustificazione. Alla disgregazione dei singoli si sovrappongono le immagini dell’eterno scorrere della natura , colta – a partire dalla preistoria – sia nella minaccia dei magmi vulcanici e delle onde, come nell’innocenza della vegetazione, dei pesci e degli uccelli.

Lo spettatore si trova a frequentare di colpo, con dovizia di incanti visivi stilizzatissimi, i documentari del National Geographic, o la sezione video-art di una Biennale. Per poi tornare a ritroso nel tempo presso quello stesso nucleo famigliare, accompagnato nella sua crescita di affetti e di incomprensioni. Che è l’elemento migliore del film, troppo sbrodolato e ripetitivo nella seconda parte ma con il pregio di scrivere una sorta di sillabario dell’infanzia e della giovinezza, sfogliato e riconoscibile da tutti: i misteri dell’universo casalingo sbirciati da sotto il tavolo; i giochi di grida in giardino nei pomeriggi di primavera; il blu incantato dei sentieri nelle notti d’estate; la complicità tra fratelli; l’eterna durata del tempo giovanile che sembra non passare mai, portando a quel tipo d’ozio che spesso significa anche esplorazione, riflessione, scoperta. Fino ai primi turbamenti sessuali, e al rancore verso il padre, carnefice della sempre complice e consolatoria figura materna.

Anche in questo caso, però, non si pensi ad un vibrare di corde emozionali: la scelta del regista è esemplare, nel senso etimologico di modello dimostrativo, e non tratta episodi, bensì momenti, quasi accennati in guisa di ideogrammi, interrompendosi sempre prima dello sgocciolare del sentimento. Con inquadrature sapienti, scorci suggestivi, luci ed ombre calcolatissime e rarefatte, aiutate da una scenografia perfetta nel disegnare casa, mobili, suppellettili e natura che sollecita più la memoria della ragione che non quella del cuore.

Si torna infine all’ispirazione esistenziale di fondo, ossia quella dell’unico Grande Essere, entità naturale di cui facciamo parte. Da un lato, volendo forse cogliere uno dei tanti aspetti insopportabili della morte, ossia l’indifferenza biologica della natura nella sua eterna spinta a trascorrere oltre; dall’altra però esprimendo più speranze che dubbi, soprattutto grazie al già citato e concettualmente modestissimo commento fuori campo, trapuntato dall’incombente colonna sonora originale di Alexandre Desplat, anche questa a suo modo ipertrofica e classicheggiante. Con sette o otto conclusioni sgranate come un rosario che non sa finire, di un tenore francamente sconcertante.

In concorso al Festival di Cannes che si sta svolgendo, il film ha diviso critica e pubblico, lasciando viceversa noi in un blocco compatto di imbarazzo. Nel senso che ne abbiamo apprezzato solo alcune parti, non capacitandoci – come per La sottile linea rossa, 1998 – di trovare riuniti nella stessa opera tante intuizioni talentuose mischiate a parecchio ciarpame. Un mix che sarebbe giustificabile in un neofita di genio che, nell’ansia di dire tutto per la prima volta non sa sorvegliarsi e rinunciare a nulla, ma che diventa incomprensibile in un rodato quasi settantenne. Che, a lasciar perdere l’assunto, spesso inciampa pesantemente negli accessori, così pensati e ripensati da accentuare l’errore. Difficile da classificare nel modo tradizionale, tra alti e bassi – anche ricattatori : dalle pochissime alla moltissime stelle

TREE OF LIFE di Terrence Malick, Usa 2011, durata 138 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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