Libri

SETTIMO BOUQUET

LA PROVVIDENZA ROSSA di Lodovico Festa , Sellerio 2016 , 572 pagine , 15 euro

Una “compagna”  trentenne viene assassinata a colpi di mitra davanti al suo chiosco di fiori . Il delitto ,  banale nelle motivazioni e nella  soluzione , è viceversa un insolito  pretesto per ripercorrere , anche urbanisticamente , la Milano degli anni settanta ed ottanta ,  dominata dalla contrapposizione scaltra e connivente fra i poteri forti dell’epoca : l’ancora fideisticamente ideologico e monoliticamente disciplinato apparato comunista , la chiesa , la democrazia cristiana , il brigatismo rosso , l’estrema destra nostalgica  . Si intersecano e si sovrappongono  così le indagini speculari della polizia e delle varie diramazioni organizzative del PCI , affrontate da un giornalista che è stato a lungo funzionario nelle fila del partito e  quindi ( come spesso gli autori di genere ) sa il fatto suo  , anche se un po’ meno come scrittore . In bilico fra il rigurgito personale , il saggio sociopolitico e l’analisi investigativa , La provvidenza rossa gode di qualche vantaggio : illustra senza paludamenti un pezzo della storia partitica lasciata vacante , per ragioni anagrafiche ,  dalla ben diversa penna di Morselli ( si veda in particolare Il comunista ) ; mescola il  resoconto persuasivo e fin troppo dettagliato ( talora ripetitivamente ) con una  lungimiranza storica favorita dalla retrodatazione del giudizio ; ripropone ai giovani/adulti  di allora spezzoni di memorie sepolte  che riportano a fatti , atmosfere , personaggi tali da assurgere al rango di una michetta ( se non di una madeleine ) in grado di confrontare i nostri ieri con il nostro oggi . Però secondo la moda del momento , timorosa di sfidare frontalmente ogni argomento serio , diluendolo fra le pieghe di una divulgazione che trascorre nell’intrattenimento . E l’intrattenimento c’è , continuamente serpeggiante nei tanti incontri gerarchici e umani che costellano la ricerca di una verità da piegare agli interessi difensivi della Causa ,  in nome di un obiettivo superiore , si chiami rivoluzione al governo , manipolazione delle masse , alterazione machiavellica della verità . Però è uno svago sia sapido che per certi versi troppo tecnico , ossia godibile da lettori addentro al  come eravamo , e nel contempo letterariamente poco sublimato : si veda una certa goffaggine nel riproporlo come lascito autografo del principale inquirente ,  e la pur scorrevole ordinarietà della scrittura , pretestuosamente attribuita alla sua pignola laurea ingegneristica . L’eccesso di necessitanti comparse risponde  a dei requisiti somatici da casellario che stanno tra Delly , La giornata di uno scrutatore e le schedature capillari dei diversi organismi del tempo ;  e sotto il fil rouge di una  rappresentazione sia austera che ironica si affaccia il sospetto che quando non si riesce a fare di meglio si ricorra ad una leggerezza pretestuosa , che annacqua le intenzioni  schiacciando l’occhio al divertissement . Senza soddisfare appieno nè le une nè l’altro , ma con un allettante tocco di originalità .

5

DI RABBIA E DI VENTO di Alessandro Robecchi , Sellerio 2016 , 407 pagine , 12,75 euro

Anche qui una Milano investigata per cerchi concentrici e paralleli come la sua planimetria ; anche qui la contrapposizione tra le  strutture di una polizia diversamente indagante in funzione dei  livelli gerarchici e degli imperativi personali , e un gruppetto multietnico di privati cittadini dalle variegate motivazioni ; anche qui un omicidio iniziale che comporta altri delitti a catena ( e non sociopolitici come nel libro di Festa ) perchè gli scricchiolii del mondo ancora equilibratamente compartimentato de La provvidenza rossa sono ormai franati nel crollo del si salvi chi può , sostituendo l’ideologia individualistica a quella di massa . Insomma , la capitale  affaristica dell’Italia di oggi , con il solo tocco nostalgico degli umori lividi e sentimentali di uno Scerbanenco aggiornato e di un Carofiglio rivisitato nelle malinconie solitarie di una personale colonne sonora ,  con Bob Dylan a sostituire i R.E.M . Perchè qui siamo nel genere seriale professionistico : il ricorrente protagonista Carlo Monterossi è un invidiato ideatore di programmi televisivi popolari , chiamato in causa da un sussulto reattivo nei confronti di una dilagante corruzione dell’intelligenza , dell’etica ,  della semplice compassione ; l’autore Alessandro Robecchi è a sua volta  una firma dello spettacolo , alla  terza , ormai collaudata prova  , dopo  Questa non è una canzone d’amore e Dove sei stanotte . Ben più attento e ispirato  nella scrittura , fino a raggiungere una sorta di eccesso di lucidatura come per  i fu mocassini con le nappine , e puntuale nei meccanismi di una trama a scatole cinesi , che tiene bene dall’inizio alla fine , pur con qualche dilatazione di troppo . Chi volesse piacevolmente  occupare il percorso ferroviario di un’andata e ritorno  sufficientemente lunghi, può divertirsi a confrontare questi eleganti Sellerio blu , confacenti alla bisogna anche nel formato . Si troverà di fronte a due diversi tipi di abilità : fondamentalmente storica nel primo , eminentemente cronachistica nel secondo , con differenti sfumature espressive che letterariamente e tecnicamente  privilegiano Robecchi , ma inventivamente premiano l’ibridazione di Festa . Tre i  denominatori comuni : una sorta di possibile volontà di “riscatto “da se stessi e dalla propria storia professionale in entrambi gli autori ; l’interessante sovrapponibilità  topografica  che permette di confrontare la Milano del dopo Expo e quella dell’antica  Fiera Campionaria , con tutti i relativi annessi  di atmosfere e di costumi ; la fruibilità intelligente dello svago , tra tanta simil spazzatura : più restrittiva anagraficamente quella di Festa , più genericamente adattabile quella di Robecchi . L’uno rimane nella memoria come fenomeno a dispetto dei personaggi , l’altro ritaglia figure e momenti  con una loro sommessa incisività .

5

PAPAVERI ROSSI – 1920 – di  Emil Nolde

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Marinella Doriguzzi Bozzo