Film

NON LASCIARMI

Da If (1968) a Another country (1984), tanto per citare i primi titoli che ci vengono in mente, l’Inghilterra è di diritto la patria dei collegi cinematografici. Qui siamo nell’imponente residenza di Hailsham: i ragazzi, colti nell’età magica tra le ultime levigatezze dell’infanzia e l’affacciarsi dell’adolescenza, sono tutti belli e curatissimi. Serpeggiano le affinità elettive, che poi diverrano turbamenti e amori, con l’ancoraggio indissolubile delle prime esperienze complici a unire asimmetricamente Kathy, Tommy e Ruth.

Ma la parola “donatori” prende a serpeggiare qua e là, dapprima casuale e poi via via più inquietante mentre l’attenzione alla loro salute si delinea sempre più minacciosamente programmatica. Finché – dal dettaglio di un disegno così goffo da non poter essere ammesso nella galleria delle prove scolastiche degne di menzione – si comprende che le capacità artistiche degli allievi sono ininfluenti. In quanto cloni, sono destinati infatti solo a fornire organi di ricambio a una umanità diversamente viva. Che non compare mai, ma è il vampiro ufficiale e codificato delle loro brevi esistenze. Via via trasportate altrove e poi disperse, fino all’esito segnato in relazione alla loro funzionalità, impossibilitata a superare il terzo espianto. E che tuttavia non impedisce ai tre di portare avanti, con alterne vicende, il loro primigenio sodalizio infantile. Con tutti i risvolti normalmente umani della solitudine, della passione, della gelosia, dell’affetto, del sesso come del sacrificio. Fino all’ultimo anelito di illusoria dilazione, ferocemente respinto.

Una ferocia che tuttavia si cala in un andamento colloquiale di quasi quotidiana normalità, come se il sistema di totale distorsione dei valori di riferimento fosse scontatamente acquisito, nonostante il terrore e lo straniamento scorrano sommessi nei dettagli, più trasmessi dalla ricchezza esangue della fotografia che dai comportamenti dei protagonisti. Almeno sino all’urlo finale preso di peso dalla cretura di Munch in tutta la sua distorta e irrimediabile angoscia. Su cui avremmo di fatto concluso il racconto.

Entrando nel merito, la sceneggiatura si apre e si chiude pedissequamente come nel libro omonimo di Kazuo Ishiguro da cui il film è stato tratto, quindi con gli stessi pregi e difetti dell’opera romanzesca. Che non è tra le migliori dello scrittore, già autore del ben più felice Quel che resta del giorno fortunatamente portato sullo schermo nel 1993 da James Ivory, regista che aveva osato l’infedeltà fedele dei grandi traduttori. Non altrettanto fa Mark Digby – sceneggiatore anche di The millionaire – probabilmente a favore di una più comoda garanzia di chiarezza esplicativa, e magari ad uso di un pubblico non completamente adulto.

A parer nostro una perdita di efficacia drammaturgica: meglio sarebbe stato non far precedere e seguire la vicenda dalla voce monologante dell’unica protagonista superstite, lasciando allo spettatore la progressiva scoperta e interpretazione dei fatti, che invece viene suggerita fin dall’inizio, a partire da quel personalissimo e al tempo stesso alienato “mi chiamo Kathy H”, ossia un nome proprio ed un cognome ridotto a lettera dell’alfabeto.

Perché tutto il film è diretto con scorrevole quanto semplicistica sicurezza, interpretando lo spartito assegnato secondo una scelta che bada più alla diligenza di un’esecuzione vocalmente educata e rispettosa che non all’eccellenza personalistica – magari anche imperfetta – dei grandi interpreti. Basti pensare a cosa avrebbe potuto trarre un regista come Kubrick da una tale sorta di attonito senso dell’orrore, che allude al prezzo umano di un presunto progresso, costeggiando la fantascienza, ma al tempo stesso riecheggia le grandi tragedie storiche della razza superiore di memoria nazista, con le conseguenti possibili riflessioni sulla banalità, anzi, sulla normalità del male.

Senza escludere l’autodeterminazione nella scelta della propria fine come le varie metafore sull’esistere, indipendentemente o meno dalle domande di senso filosofico. Nasciamo infatti come essere desideranti e, pur sapendo di dover morire, non riusciamo a guardare in faccia la nostra morte, esattamente come ci distogliamo in fretta dall’osservazione diretta del sole. Continuando così a volere soltanto ciò di cui abbiamo esperienza, rilanciando di volta in volta a dispetto dei limiti naturali, fissati sempre oltre un ipotetico traguardo. Che guai se sapessimo fin dagli inizi, come gli umanissimi cloni del film, la data della nostra così prossima fine. Perchè è la speranza di un infinito domani a muovere comunque l’eterno mondo.

NON LASCIARMI di Mark Romanek, Usa Gran Bretagna 2010, durata 103 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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