Film

BEYOND

“Paradiso: pace e serenità; Gruppo: persone che stanno insieme; Spettatore: individuo che guarda”. E’ il piccolo, privato dizionario esplicativo-compensativo di una dodicenne, da cui già si arguisce che stiamo andando a parare male, anzi malissimo. L’incantevole tregua di Rango è durata poco. E non è che ce le andiamo a cercare. Salvo eccezioni, i temi più gettonati in questa stagione cinematografica 2010/2011 sono stati le famiglie/famigliacce e la morte. In questo caso – buon peso con sconto per comitive – tutte e due insieme. Ma bisognava pur capire perché questo film sia stato a suo tempo votato dal pubblico come il migliore presentato alla scorsa Mostra cinematografica di Venezia: a dimostrazione di quanto da sempre sosteniamo, ossia che il pianto paga quanto il riso. Con la differenza che quest’ultimo è meno facile da suscitare, mentre sul dolore si va giù più tranquilli.

Infatti anche in questo caso non ci si priva di nulla. Perché l’assonnato e felice ritrattino domestico dell’esordio, con i due giovani coniugi tentati dal risveglio, ma interrotti nelle loro effusioni dalle bambine piccole che portano vassoi ricolmi di cibi preparati da loro, è assolutamente illusorio. (Così come crediamo sia illusorio, dalle nostre parti, che i genitori siano serviti a letto da figli cuochi già dalle prime classi delle elementari).

Dunque siamo in Svezia, ai giorni nostri. E la felice alba della festa di santa Lucia è tagliata in due da una telefonata: la madre ripudiata di lei sta morendo, in un ospedale lontano. Fatto che la costringe ad un doppio percorso, chilometrico e introspettivo: in questo i ricordi si ripresentano a insidiare una tranquillità personale conquistata al duro prezzo della rimozione e un assetto domestico costruito in speculare opposizione a quello vissuto nell’infanzia. Da ragazzina prepubere infatti è stata non solo costretta a vergognarsi pubblicamente dei genitori, ma a far loro da balia, nonché da madre al fratellino più piccolo. Che saltellava compulsivamente ad ogni lite con pestaggio, mentre lei puliva vomiti, escrementi, sangue. Perché papà e mamma sono emigrati dalla Finlandia, e al loro morboso amore sadomaso che li rende amanti complici più che genitori responsabili, si aggiunge il dramma dell’inserimento sociale e della scarsità di soldi, annegati nella tipica bolla evasiva del vizio alcolico.

Non c’è nulla da scoprire, indovinare, apprendere. Sia perché è una storia già vista centinaia di volte, sia perché il modo di metterla in scena è di una diligenza attenta quanto scontata, agita sul doppio binario della contemporaneità e dei flash back. Con la prevedibilissima catarsi finale: morte della madre in cambio della rinascita della protagonista, che alla fine si salva dal passato mediante un ultimo gesto di pietà, a ricomporre se stessa come le mani dell’irriconoscibile umana rovina che giace inerte, ormai anche lei pacificata per sempre.

Si rimane con il ciglio asciutto e con il cipiglio annoiato, e non perché si sia dei cinici snob sofisticati , ma perché da una qualsivoglia manifestazione artistica si vorrebbe essere, se non incantati, almeno un po’ sorpresi, sviati, assorbiti, scossi, “imparati”. Cosa che non accade con questo film. E qui ne approfittiamo per aprire una breve parentesi su quello che intendiamo per giudizio critico.

Chi recensisce qualche cosa, in genere vede, legge o sente almeno in termini di quantità maggiore rispetto al pubblico fruitore. Ne risulta probabilmente un sovrappiù di “disincanto”, se non altro in funzione di una maggior disponibilità comparativa. Dopodiché si entra nella soggettività più assoluta.
Perché parlare di arte non è pertinente alla logica aristotelica di tipo assertivo – due più due uguale quattro – in termini di giusto/sbagliato. Bensì al processo che Foucault ha chiamato di “veridizione”, in cui il valore di verità è inseparabile dal personale coinvolgimento emotivo del soggetto. Dunque testimonianza singolare nel senso dell’uno numerico, che deve sforzarsi di chiarire le sue motivazioni, come sola possibilità di comunicare/condividere una verità che non sia appunto di tipo assertivo.

A voler cercare altrove eventuali elementi di interesse, si può menzionare il fatto che il film sia l’opera prima di un’attrice ultracinquantenne molto nota in Svezia. A dimostrazione che oggi le competenze tecniche d’équipe sono in grado di esaltare o di parare sia le virtù che i difetti anche degli esordienti, permettendo comunque di confezionare prodotti di qualità formale non scadente. Qualità tuttavia che non dovrebbe essere scambiata con il prodotto tout court, essendo ormai un prerequisito diffuso.
Chi vuole immergersi quindi in una storia di questo tipo, si accomodi. Non si imbatterà in un film stupido, malfatto o che presume di essere altro da quello che è. Piuttosto in un’opera facilmente comunicativa, noiosamente banale, anche se di una banalità di rispetto. E la riconoscibilità, unita alle tinte forti, può essere accattivante. Addirittura premiante. A parer nostro no. Ma è del tutto relativo, per i motivi che abbiamo cercato di spiegare.

BEYOND di Pernilla August, Svezia Finlandia 2010, durata 92 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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