Film

MOONRISE KINGDOM

“La poesia non deve necessariamente fare rima, ma deve essere creativa” comunica lui dodicenne a lei dodicenne. Peccato che Wes Anderson (specialista in famiglie bizzarre e in personaggi borderline) di rime cerchi di azzeccarne fin troppe,e alla luce di una inventività talmente intellettualizzata da perdere per strada la sua freschezza emotiva.

L’ambientazione che già tanti accordi armoniosi aggiungeva a i Tenenbaum (2001) anche qui è a tratti magnifica, e prova con successo a coniugare gli spaccati verticali tipici delle case di bambole con una sorta di mappa di un’isola che non c’è. Isola presa a prestito da quelle carte du tendre tanto in voga nel diciassettesimo secolo, in cui si tentava di tracciare, sotto forma di una topografia allegorica, le diverse tappe di un percorso amoroso. Perchè d’amore indubitabilmente si tratta, sia fra preadolescenti che fra adulti, sullo sfondo di un arcipelago tanto realistico quanto fiabescamente stilizzato, preso in prestito dalla natura del New England.

Poichè il sentimento ingigantisce nella lontananza assurgendo a paradigma, il regista retrodata la sua storia anche simbolica alla metà degli anni sessanta: due ragazzini solitari e poco accettati dalla collettività decidono di fuggire insieme,evadendo l’uno da un campo scout, l’altra da una famiglia a cui si sente estranea. Il viaggio (teso a simbolizzare la perenne illusione di avanzare in un universo che dalla sua ha viceversa l’immobilità circolare del tempo) è dichiaratamente orchestrato come i movimenti di una sinfonia: al mondo di lui, orfano ricusato dai genitori di adozione e dai compagni, corrisponde la numerosità intima e comica della famiglia di lei; alla purezza pensosa dell’infanzia che cerca di scrollarsi di dosso il suo primo piumaggio fa eco un contesto di adulti che si tradiscono, ora compunti,ora patetici,anche se altrettanto illusi,seppur dopo numerose mute di penne.

Alla natura innocente, fantasiosa come una fiaba eppure disadorna come una carta geografica, si contrappongono le ostilità e i tepori degli interni, visti da uno scenografo che ha il senso dell’estraneità come del nido. Mentre con l’organizzazione spontanea della coppia infantile, corroborata dal sapere scoutistico e dal desiderio dell’accettazione reciproca, si confrontano le imbecillità adulte di una cerchia sovrastrutturata di plurime entità sociali e istituzionali….e si potrebbe continuare ad elencare a lungo, tanto il film è impostato e pensato a tavolino in tutte i suoi rimandi, le sue specularità e le sue citazioni.

Ma,a partire dalla metà di un’illustrazione abilmente frontale del discorso, il gioco improvvisamente si impenna e perde molto del suo affettuoso distacco, tra il candidamente epico e l’apodittico,per sconfinare in una sorta di ebollizione disneyana. Come sceneggiatori, Wes Anderson e Roman Coppola figlio perdono l’occasione di mantenere il tono della parabola o dell’exemplum (che per loro natura hanno il respiro breve) e si lanciano in multiple onde materiali e metaforiche in qualche modo già viste, con il risultato di annacquare il rosolio e di benedire tutti, riscattando “ribelli” e” integrati” in un unico abbraccio umanitario. Parte dell’incanto disincantato si perde, togliendo al film quell’unità di respiro iniziale tra lo straniato, l’ironico e il riflessivo che è da sempre una delle cifre riconoscibili del regista.

Accade spesso che gli autori diversifichino all’infinito i temi che stanno loro a cuore e la ripetizione non disturba finchè le formule sono generose, disponendo di un’autenticità di ispirazione e di declinazione. Cosa che non succede in questa pellicola ambiziosa e disuguale, piena di trovate sia estetiche che passionali, ma anche di lungaggini e di disomogeneità di toni.

Le unghiate dell’originalità e della grandezza del regista si riconoscono a tratti, ma di un film che avrebbe potuto dispiegare parecchi allettamenti rimangono le location in scala spesso volutamente alterata, il ping pong del guardare e dell’essere guardati attraverso le lenti di un binocolo che prende il posto della bacchetta magica, l’accompagnamento della colonna sonora che mescola la musica da camera con l’orecchiabilità delle canzoni scalze di Françoise Hardy, il tentativo di coniugare la sensibilità con l’ronia sia individuale che collettiva. Ma le parole, nella loro gnomicità sentenziosa, rimangono spesso in superficie, e il tentativo di affiancare i due giovani e scientemente malassortiti protagonisti ad una batteria di attori quali Bruce Willis, Edward Norton, Frances McDorman, Bill Murray, Harvey Keitel e Tilda Swinton odora un po’ di autoparodia iconica in sospetto di cassetta e in apnea di estro.

MOONRISE KINGDOM –UNA FUGA D’AMORE ,Usa 2012, durata 94 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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