MAX , MISHA E L’OFFENSIVA DEL TET
Succede sempre piu’ raramente , ma succede : l’incontro con un libro accattivante sia emotivamente che letterariamente , così che non solo lo ricordiamo nel tempo , ma ricordiamo anche chi eravamo e com’era la nostra vita quando lo si leggeva , secondo una sovrapposizione vicina a quegli innamoramenti del primo momento , da “mettere in pausa per poterli riguardare poi sequenza per sequenza , e far venire fuori tutte le sfumature”.
Fin dalle righe iniziali ci siamo infatti accorti di immergerci in un mondo titanicamente proustiano ma limpido e apparentemente senza sforzo , che ci invischia in modo viscerale perché non racconta gli eventi ma li fa accadere , noi presenti , secondo una scrittura ipnotica , avvolgente , misteriosamente ritmica . Lungo un’ambizione che corteggia minuziosamente i pensieri e la memoria dilatandoli con l’accumulo di dettagli insopprimibili e significanti persino nei silenzi . Il tintinnio di un bicchiere , i dialoghi interrotti e ripresi tra le persone , l’orma di un sandalo di plastica , una risata nel buio , i vuoti e i pieni delle notte e dei giorni , delle stagioni , dei luoghi , delle foglie , delle onde , delle automobili , delle luci… mentre la dissezione chimica dei sentimenti riesce a nominare anche gli stati d’animo più’ sfuggenti , così che qualsiasi intimità individuale assume le connotazioni personali dello stare al mondo di chiunque . Solo che Proust è rivolto alla ricostruzione di un’età che sta scomparendo perché anche la giovinezza è un apprendistato ad imitazione dell’età adulta , ed esiste solo in quanto rimpianto di un mondo perduto . Mentre Harstad , nella tentacolare ma sempre nettissima e lineare realizzazione del suo universo , riesce anche ad inserire lo sguardo laterale e affilato di Salinger , che viceversa “scopre” la giovinezza come un comparto a sé stante , con una sua sottocultura ed un proprio linguaggio , in netta contrapposizione con quello dei padri . Tempi e sguardi diversi dunque , ma con un’apparentabile significatività letteraria , classica eppure attualissima . Che anche in questo caso trasforma la lettura da scoperta in durata , ossia non si legge per sapere come va a finire , ma per rimanere il piu’ a lungo possibile immersi e protetti in questo liquido amniotico , mentre la trama diventa un pretesto per continuare a continuare , con una coscienza sempre allertata ma al tempo stesso immemore di qualsiasi trapasso temporale , sì che un singolo istante può dilatarsi ad un anno , mentre una digressione ai margini apre la strada ad un ricordo che a sua volta illumina un dettaglio del presente o del passato per aprirsi comunque al futuro , grazie ad un potere stilistico che oggi è appannaggio di pochi .
Tutto il romanzo è guidato da motivi conduttori ricorrenti : la nostalgia del concetto di casa , intesa come appartenenza o meno ad un luogo ; l’ applicabilità della resistenza vietcong alla quotidianità , dove l’offensiva del Tet diventa una metafora esistenziale , un modello con cui i personaggi resistono alle difficoltà della vita , alle pressioni del capitalismo e alla perdita delle persone amate ; l’arte – in particolare il teatro e la pittura – come ossessione e come scudo , quindi non semplicemente lavoro o carriera , ma strumento di sopravvivenza biologica , per incasellare i ricordi e dare un ordine al caos del mondo ; l’iconografia pop e cinematografico – musicale come bussole estetiche che riescono a cortocircuitare realtà e finzione , quali il film Apocalypse now di Coppola , o la figura dell’attrice Shelley Duvall ai tempi di Anche gli uccelli uccidono di Altman . Mentre , con una distorsione rispetto all’età anagrafica dell’autore – nato nel 1979 – ma in perfetta corrispondenza con la nostra , le coordinate temporali partono dalla guerra nel Vietnam – 1968 – che aleggia come un fantasma attraverso la cultura dei reduci , per muoversi in seguito tra gli anni 80 e 90 prima in Norvegia , nel paesino di Forus , poi sconvolto dalle piattaforme petrolifere del Mare del nord ; e in seguito negli Stati Uniti del sogno americano , che fa da sfondo alle speranze del post guerra fredda , destinate tuttavia a scontrarsi con le difficoltà di integrazione e lo sradicamento culturale degli stranieri , nonché con le loro fatiche senza prospettive . In questo mondo di eventi e di luoghi si muovono tre straordinari protagonisti : Max Hansen , forse l’alter ego bello dell’autore , nonché voce narrante: è il regista teatrale norvegese che apre il racconto , vive negli Stati Uniti e non torna da venti anni in patria , tessendo la sua parabola diviso tra i tentativi di assimilazione culturale e la costante rielaborazione del passato , affiancato da una madre e un padre che poi si lasceranno . Misha Gray , canadese ed eclettica , affascinante controfigura sia di Duvall che di Olivia – la fidanzata di Braccio di ferro – pittrice iperrealista di talento , come Odette de Crécy grande e tormentato amore del protagonista , che incarna la totalità della dedizione all’arte ; Mordecai , amico d’infanzia di Max negli Usa , struggente attore teatrale e partner artistico con cui il protagonista condivide prima la formazione ( scolpita per sempre la messa in scena scolastica de Il rinoceronte di Jonesco) poi la scalata , e i compromessi , del mondo culturale newyorkese . Fino allo scomparso e poi ritrovato zio Owen , fratello del padre di Max , musicista fallito nonchè ex combattente in Vietnam proprio mentre la guerra volge al termine : instabile , ossessionato e irrimediabilmente segnato nel fisico e nel morale dai traumi della giungla .Intorno , il via vai sia da presepe che da metropoli di personaggi minori o di sole comparse , folgoranti come i protagonisti , quale il latino raccoglitore di foglie autunnali o l’inveterato bevitore silente di un’estate al mare.
Ma l’autore è anche un regista , come un regista è Max , il protagonista del libro , così che la narrazione tradizionale viene sconvolta da un’organizzazione romanzesca originale , che ricalca dappresso una rappresentazione drammaturgica . In raccordo con i pieni e i vuoti a cui si accennava , tutti gli spazi fisici sembrano gestiti anche loro come dei primi attori , attenti ad accogliere millimetricamente l’ingombro corporale e mentale dei personaggi e delle loro interazioni ; mentre l’approccio temporale non segue un flusso cronologico uniforme : alcuni momenti sono dilatati all’estremo o dai dialoghi o dai monologhi o dalle digressioni intellettuali , mentre altri irrompono all’improvviso come una forma di cambio di fondali o di quinte . Ognuno calca le scene portando con sé il proprio pezzo drammatico , per poi magari sparire per sempre , o ripresentarsi piu’ in là . Il contesto culturale e politico ospita la Storia che talvolta funge da propellente o da intermezzo alle storie , costituendo anche una sorta di sottotesto rispetto alle azioni principali ,così come l’importantissima presenza degli oggetti , vere madeleines del libro, viene trattata come un’attrezzatura del mestiere, costituendo sia il cardine visivo della memoria che il probabile possesso compensativo rispetto ad una realtà che comunque tende sempre a sfuggire ( si pensi alla scoperta dei furti di Mordecai dopo l’attentato dell’11 settembre alle Torri gemelle ) .
L’unione di questa struttura con un linguaggio interiore , da flusso di coscienza , animato dall’originalità continua delle osservazioni che quasi sempre si prestano a delle sottolineature ad memoriam caratterizza l’impronta registica alleggerendola tuttavia con una sorta di propria cadenza interiore che non perde mai il tempo ne’ il fiato anche nelle frasi piu’ lunghe e nelle digressioni piu’ dotte o specialistiche . Come nella vita , Harstad non taglia , ma scava e accumula , trova ed espone , inventa e misura , e le oltre 1200 pagine non rappresentano un’estensione debordante o superflua , bensì la riproduzione , precisa e poetica , nostalgica e fragile delle stesse lavatrici dipinte da Misha : l’iperrealismo approfondisce il particolare e la sua trascrizione rende malinconico e vulnerabile anche il sapere , oltre che i destini. Sì che, dopo una lettura che è anche fisicamente un vero e proprio viaggio , non ci si congeda , ammirati e sopraffatti da una grande ambizione finalmente sorretta da un altrettanto grande talento. Si fa invece un altro piccolo spazio sul comodino , consapevoli che da qualsiasi punto si torni a rileggerlo , anche brevemente , questo libro restituisce sempre qualcosa e che , nonostante l’estensione , ha ancora parecchio da dare e da dire . Perchè la sua fluvialità copre un altro aspetto puntualissimo che però scorre carsicamente: l’opera sembra sviscerare tutto in superficie , ma le sue palafitte sono lunghe .E quindi viene disseminata di indizi che all’inizio paiono sassolini irrilevanti , ma che alla fine ,nelle eventuali riprese successive , svelano altri disegni all’interno del disegno complessivo . Restituendoci ancora un ulteriore , e vitalissimo , senso nascosto .
Il libro
MAX , MISHA E L’OFFENSIVA DEL TET di Johan Harstad , Sellerio 2026 , 1242 pagine
L’autore
Johan Harstad è uno scrittore , drammaturgo , designer e graphic designer norvegese , nato a Stavanger nel 1979 . Considerato una delle voci più poliedriche , originali e versatili della letteratura nordica contemporanea , ha debuttato nel 2001 con una raccolta di prose brevi , seguita nel 2005 dal suo primo e acclamato romanzo , Che ne è stato di te, Buzz Aldrin ? (Iperborea 2008) . Oltre alla narrativa , Harstad scrive per il teatro ed è stato il primo drammaturgo residente del Teatro Nazionale di Oslo . Il suo stile si distingue per la capacità di fondere la cultura pop con profonde riflessioni esistenziali , lo sradicamento e la memoria . Pubblicato originariamente in Norvegia nel 2015 , Max, Mischa e l’offensiva del Tet ha consacrato la sua fama internazionale , vincendo nel 2018 il prestigioso Premio Europeo per la Letteratura .
La citazione
Ho pensato spesso al fatto di essere figlio dell’ultima generazione che ha creduto di fare la differenza ; appartengo alla prima generazione che ha capito che non era vero.
La maggior parte della gente se ne frega .Ci sarà sempre chi sceglierà le opinioni meno faticose , così gli rimane la forza per andarle a urlare in piazza
La memoria è un archivio pieno di impiegati inaffidabili
Ma poi c’è questo :che non tutto tollera la luce del sole , certe cose dovrebbero restare inespresse , non essere messe alla prova
Non mi innamorai di lei nonostante fosse più grande di me , ma forse proprio per questo . Era come intrufolarsi in un cinema per adulti e uscirne con delle conoscenze precluse alla maggior parte dei miei coetanei . Era come sbirciare nel futuro
Vendeva abbigliamento per signore che si trovavano nella linea d’ombra tra l’audace autopromozione giovanile e l’imballaggio tessile dell’età matura
Shelley Duvall in Tre donne di Robert Altman – 1977- premio per la miglior attrice al festival di Cannes
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