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IL REGISTA

Allora , da dove incominciamo, impazienti di dire come solo in certi momenti dell’infanzia? Perchè questo è un libro intelligente , affascinante , coinvolgente , storicamente e filologicamente saldo , grazie ad una – finalmente – struttura limpida di inesorabile linearità e nel contempo come sognata da Chagall ; e una scrittura tagliente , luminosa , essenziale , capace in poche righe di addensare dialoghi con tutte le esplicitazioni e i sottaciuti psicologici al posto giusto , ambientati in luoghi evocativi , che rintoccano , senza parere , le grandi pellicole dell’epoca , da Nosferatu a L’ultima risata di Murnau al recente Wes Anderson con le sue inesorabili geometrie . Per non indugiare sulla sapiente combinazione di primi piani , di dettagli e di carrellate lunghe , determinanti per la trasmissione fisica ed emotiva dei caratteri , dei fatti , degli ambienti , sia storici che ” in soggettiva”. Verrebbe da dire che Daniel Kehlmann ha mutuato dal suo personaggio , il regista Pabst , parecchi aspetti del mestiere , quando i metteur en scène non erano solo direttori di professionalità altrui , ma anche , in qualche modo , sceneggiatori , scenografi , fotografi , montatori..

Siamo negli anni delle due prime guerre mondiali .Georg Wilhelm Pabst , nato in Boemia nel 1885 , incomincia la sua carriera a Vienna . Durante il primo conflitto, viene internato in Francia . Dopo , rifiuta un prestigioso incarico teatrale , emergendo come figura chiave dell’espressionismo cinematografico tedesco e ponendosi in seguito come vessillo della Nuova Oggettività , caratterizzata da uno stile analitico e socialmente critico ( La via senza gioia-1925, con una giovanissima Greta Garbo ). Interessato anche al fenomeno della psicanalisi , collabora con Louise Brooks ( Il vaso di Pandora e Diario di una ragazza perduta) . Con l’avvento del nazismo , sebbene dichiaratamente di sinistra , è costretto a collaborare , compromettendo la sua immagine post bellica . Nel dopoguerra dirige altri film di argomento storico -politico compreso l’Ultimo atto , il primo ad occuparsi della morte di Hitler. Muore nel 1967  controverso condannato dimenticato e oggi comunque sconosciuto ai più , anche per la scomparsa dei cinema d’essai e fra poco dei cinema tout court.

Di fronte ad un artista complesso e dal talento dirompente , vissuto in tempi così oscuri , Kelmann cerca di affrontare di sbieco,  in filigrana , i temi del compromesso nei confronti del potere e del ruolo dell’arte nella storia , esaltata ma al tempo stesso impiegata come mezzo di proselitismo ; e direttamente una quantità enorme di materiale reso impervio non solo dai tanti avvenimenti di una vita straordinaria , ma dall’avventura nell’avventura generata da ogni singolo film . E lo fa strutturando il suo libro in grandi quadri :dalla Francia che non offre lavoro all’America tiranneggiata dalle major hollywoodiane , al rientro in Austria a causa della malattia della madre , alla Germania che lo cattura ,  imponendogli realizzazioni impegnative ma di propaganda ( “una nazione può arrossire?”) che in qualche modo Pabst abilmente aggira (“non sono ancora pronto a dimenticare chi sono”) timoroso eppure pago di poter avere una molto relativa tranquillità ma soprattutto i mezzi per dedicarsi anima e corpo al suo lavoro.

E , all’interno dei grandi quadri , affida quasi tutto alle conversazioni : quella iniziale con un vecchio assistente prelevato di peso da una casa di riposo per un’intervista televisiva sul defunto regista , che alla fine del libro chiuderà sorprendentemente il cerchio ; poi quelle dello stesso Pabst con Greta Garbo , con Louise Brooks , con Leni Riefensthal , con Joseph Goebbels , ministro della Cultura  (” pallido, sudaticcio , sotto le profonde occhiaie gli zigomi sporgevano come in chi cerca di spezzare con i denti qualcosa di duro”) talmente indimenticabile nella sua dialettica ricattatoria e nell’ambientazione lunare da costituire il fulcro dell ‘intero libro . E poi via via con i famigliari, i tecnici, gli uomini di potere e di cinema, gli scherani di protezione- sorveglianza , i servi padroni in quanto delatori..E si potrebbe continuare . Ma la straordinarietà di questi colloqui è che non soffrono di un impianto teatrale : sono la cifra stilistica della narrazione e servono ad illustrare le circostanze, i personaggi e gli stati d’animo meglio di qualsiasi pagina descrittiva . Sempre in qualche modo satirici , sempre cinematografici ( una palma in ascolto vicino a una piscina, un uccello pettegolo fermo in cielo  , delle porte  che si aprono e si chiudono lasciando intatte le pareti ) sempre apparentemente lievi , sempre contrassegnati da tormentoni ricorrenti ; ma sempre svagatamente ossessivi e minacciosamente allusivi , quasi a riassumere l’impronta e il logorio psicofisico di un’epoca tragica : amico , nemico , sconosciuto , colui che incontri può sempre denunciarti ed esserti fatale .E il parlare diventa così sia paradigma che rischio .

Dunque un libro compatto e necessario come le opere del suo stesso soggetto . Che usa con i noti e i potenti la stessa disinvoltura di Dumas , e non solo assegna all’orecchio del lettore le sue espressioni più pregnanti , ma sollecita anche gli occhi e la vista della mente . La rappresentazione è animata, viva , filmica , accattivante  e i problemi morali sono affidati al sospetto che improvvisamente s’insinua dopo l’ultima pagina : che tutti ,in fondo ,  avrebbero preferito essere morti . Se solo avessero potuto o saputo scegliere . E nella non scelta risiede sia la loro condanna che il coraggio di resistere.

PS: ben consci che qualsiasi tipo di critica si riduce in fondo ad un parere meramente personale , e quindi del tutto arbitrario , cerchiamo un appiglio almeno nei numeri : dei 106 libri letti sinora quest’anno ( Kindle è un contabile rigorosissimo) questo è uno dei migliori romanzi, e sottolineiamo la parola romanzo , per l’equilibrio tra invenzione narrativa e verità oggettiva . Apparentabile a capolavori quali La notte di Keplero di Banville o al ciclo su Cromwell di Mantel . Degno di essere letto a prescindere dalla conoscenza o meno del protagonista e dall’amore o dalla indifferenza nei confronti del cinema . Sicchè ci piace immaginare che qualcuno accolga l’invito : su una poltrona , in treno , a letto , in pigiama o in camicia da notte . Senza saperlo , potremo condividere un bel racconto , in tempi accomunati da premesse pericolose .

Il libro

IL REGISTA di Daniel Kehlmann , Feltrinelli 2024, 348 pagine

L’ autore

Di doppia nazionalità – tedesca e austriaca – nasce a Monaco di Baviera nel 1975 .Laureatosi in filosofia a Vienna , città in cui risiede , è autore di libri tradotti in decine di lingue .Il terribile e temutissimo critico tedesco M.R. Ranicki lo ha annoverato  fra i migliori scrittori della sua generazione .In Italia sono state pubblicati  : Sotto il sole , Il tempo di Mahler , La misura del mondo , Fama , romanzo in nove storie.

La citazione

“Forse non è importante ciò che si vuole.L’importante è fare arte nelle circostanze in cui ci si trova”.

“Quando si guardò intorno , gli spigoli davano l’impressione di essere storti , sotto i lampioni si allargavano ombre più scure del nero , e mentre in basso la strada si srotolava dritta verso una distanza infinita , in alto un comignolo si conficcava in una luna gigantesca.”

“Non era tanto facile parlargli . Quando non lavorava , non era molto….presente . Ma è tutto nei suoi film . La furia e l’ambizione e l’astuzia e la violenza . Quando girava , sapeva sempre cosa dovevano fare le persone . Ma cosa doveva fare lui , non lo sapeva mai di preciso .”

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