IL MAGO DEL CREMLINO
Rassicuriamoci subito . Il mago del Cremlino non è un biopic : intanto , perché i biopic riguardano soprattutto i cantanti (e risparmiamoci l’ingrato o godibile elenco) ; mentre i politici sono sparutamente rappresentati da Napoleon ( 2023 , Ridley Scott e Joaquin Phoenix ) e da Oppenheimer ( 2023 , Christopher Nolan e Cillian Murphy ) e poi perché il protagonista è l’immaginario Vadim Baronov che , pur ricalcando la figura di Vladislav Surkov ( il reale spin doctor di Vladimir Putin ) racconta a sua volta una storia romanzata : siamo infatti dalle parti di Giuliano da Empoli che nel suo omonimo libro cerca di riflettere filosoficamente e geopoliticamente su come le manipolazioni mediatiche abbiano trasformato la politica nel corso del ventesimo e ventunesimo secolo . Dunque accomodiamoci all’interno di questo punto di vista e vediamo come funziona al cinema un dramma storico ibridato con il thriller politico e la finzione speculativa . Tenendo presente , in filigrana , anche l’analogo tema trattato , piuttosto didascalicamente , in The apprentice , centrato sul giovane Trump e il suo avvocato mentore Roy Cohn . Visto che , purtroppo , i due sono ormai i nostri convitati di pietra quotidiani .
Però all’epoca Trump era un immobiliarista in formazione , filmato frontalmente in termini pseudodocumentaristici , mentre qui Putin sta per essere designato come successore di Eltsin , e compare solo nel secondo tempo , filtrato da un racconto a cannocchiale in cui l’alias di Surkov , ormai allontanato dal potere , racconta la sua formazione e la sua esperienza politica ad un americano , studioso di Evgenij Zamjatin , importante scrittore del 900 russo , conosciuto in occidente per il suo distopico romanzo intitolato Noi . E mentre Zurkov-Baronov racconta , interloquendo e discutendo ad intervalli con l’ospite straniero , la storia si snoda tra chi la Storia la trama o la disegna a supporto di chi l’incarna . Siamo negli anni 90 : l’Unione Sovietica collassa durante la perestroika e la glasnost di Gorbaciov , lasciando un paese smarrito e proiettato verso un capitalismo senza regole . Alla successione di Elstin , l’URSS sprofonda ulteriormente nel disordine economico , mentre ascendono i grandi oligarchi che privatizzano i beni dello stato controllando anche i media e trattando il Cremlino come una loro succursale . Emerge dal KGB Vladimir Putin , che deve recitare l’uomo forte in grado di arginare il caos , lo scontento e la forza centripeta delle spinte separatiste . La guerra in Cecenia diventa così il suo trampolino di lancio e il simbolo della restaurazione dell’autorità statale (“ li colpiremo fin nel cesso”) sottomettendo gli oligarchi o distruggendoli . Chi si ribella , come alcuni protagonisti del film , viene espropriato , imprigionato o costretto all’esilio . Lo stato riprende il controllo totale delle risorse e dell’informazione , cooptando opportunisticamente alcune opposizioni ( Limonov e i Lupi della notte ) . La rabbia popolare viene così incanalata e gestita anche attraverso un finto pluralismo . Con le prime “rivoluzioni colorate” filo occidentali a Kiev e le successive proteste di Piazza Maidan , il Cremlino intravede una minaccia esistenziale ai suoi confini e la paranoia dell’accerchiamento lo trasforma in una fortezza autocratica impenetrabile , nelle mani di una corte di “amici” , in genere provenienti dai servizi di sicurezza , adusi anche al polonio , quando la Siberia non basta .
Si snoda così l’avventura del mago del Cremlino prima di Putin : adolescente che rinuncia agli studi per svolgere lavoretti vari , poi teatrante d’avanguardia con spettacoli avveniristici per il contesto , ma spudoratamente importati da un Occidente altrimenti libero , infine approdato alle televisioni dell’oligarca Berezovskij , l’unico forse con una coscienza almeno postuma , che poi sostituirà nelle grazie di Putin , che lo giudicherà “un intelligente non abbastanza protetto dalla sua stupidità”. Sullo sfondo , la solita femme fatale da cercare , sprezzante e libera, cinica e profittatrice , relativamente credibile come personaggio in quanto dedita a fungere da spalla al sopito spirito critico di lui , che fa perché deve fare .Ma non si cerchino nel film degli interrogativi personali che non interessano , come non interessano i primi piani ufficiali del protagonista , ma quelli dietro le quinte , che programmano e poi motivano gli avvenimenti storici sopra accennati . Fino ad un epilogo nemesico , che la Storia vera non avvalora , ma il rigurgito romantico- giustizialista del romanzo sì .
Allora , come funziona questo particolarissima pellicola , che vede anche Emmanuel Carrère , autore dell’interessantissimo Limonov , non solo come un breve cameo nei panni di se stesso, ma anche come sceneggiatore? Funziona a cavallo di un paradosso : ad un certo punto dell’operazione , una delle giustificazioni che sorreggono la scelta di Putin risiede nella sua propensione al silenzio . Mentre il film non solo non è silente , ma è sopraffatto dalle parole al punto da dover rinunciare alla sua peculiarità cinematografica :le immagini diventano, se non un’ invariante , una mera , scaltra illustrazione del testo , che presenta altresì un’ulteriore complicazione seduttiva: tutto quello che viene detto ha una valenza gnomico-sentenziosa , per cui lo spettatore insegue a rotta di collo l’inanellarsi di un fraseggio ossessivo , sempre in forma aforismatica , eventualmente da segnare nel proprio calepino esistenziale . Sì che guardare diventa quasi superfluo , mentre la concentrazione verte sui discorsi : “si deve smettere di inventare storie per inventare una realtà”; “si disintegra per mettere fine alla disintegrazione”; ”la rabbia dei popoli è strutturale , va utilizzata indirizzandola”; “il denaro non protegge da tutto”; “ la vera forza consiste nell’essere sottovalutati” ; ciò che fa sembrare forti aumenta la forza”; “ conviene essere un artista per i politici e un politico per gli artisti”…e si potrebbe continuare per circa due ore . Niente di male : l’orecchio rimane destissimo , l’occhio un po’ meno , e allora ci si rifugia negli attori : Paul Dano , con quel viso così caratteristico da risultare non solo unico , ma nemmeno bisognoso di essere truccato , sempre bravo e credibile dall’adolescenza alla piena maturità , benche’ pochissimo rasputiniano ; Jude Law , dall’inarrivabile bellezza ne Il talento di Mr.Riply o Quando l’amore è in vacanza , fino allo sconciamento di Eden e di Enrico VIII in L’ultima regina ; qui credibilissimo e somigliantissimo a Putin senza particolari artifici , a parte forse la protrusione sempre troppo marcata del labbro inferiore ; fino ad Alicia Vikander , a disagio con gli altri e , forse , anche con se stessa .
Ciò detto circa un film eventualmente riascoltabilissimo , cosa possiamo aggiungere relativamente al confronto cinematografico fra i due satrapi sopra menzionati ? Che in entrambi i casi la realtà non è un dato di fatto , ma una narrazione da modellare secondo i propri scopi ; che i due personaggi sono ugualmente riplasmati dai rispettivi mentori ; che la verità e’ un concetto estremamente malleabile: ognuno crea la propria annullando la distinzione fra il vero e il falso ; che le regole del gioco trasmesse dall’avvocato Cohn a Trump ossia “attacca attacca attacca”; “nega tutto”; “dichiara sempre vittoria”risuonano benissimo anche nella propaganda russa descritta da Assayas – Carrère , dove la nebbia mediatica , la totale dissimulazione e la proiezione di una forza incrollabile sono gli unici mezzi per mantenere il controllo totale .E che la nostra nebbia fa invece in modo da sottolineare il cosiddetto lieto fine : entrambi i mentori vengono fagocitati dalle loro stesse creature : e questo a noi coccodrilli occidentali piace moltissimo . Non che tutta la giustizia sia fatta , ma ci si accontenta . In fondo , niente che non si sapesse già , ma un sano ripasso di questi tempi è sempre utile , come quei cartelli graffiti nei casi di disgrazia: PER NON DIMENTICARE
IL MAGO DEL CREMLINO , di Olivier Assayas , con Jude Law , Paul Dano , Alicia Vikander , Francia 2025 , durata 159 minuti