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LA ROSA NEI CAPELLI

I capelli di Harold Roux è un libro originale e sbilenco come il suo titolo-sineddoche : ha altri protagonisti e un momento centrale  rivelatore e definitivo , che  sfiora marginalmente l’insieme e al tempo stesso lo illumina di una luce composita eppure naturale come tutte le cose necessarie . Sono gli anni di college di un primo dopoguerra americano , dove quelli che oggi rimangono ancora adolescenti allora erano giovani ex soldati che amavano dalla cintola in su , come nei film di Hollywood , quando una genitalità moralmente riprovevole veniva sbrigata con le fiamme allusive di un caminetto acceso . E chi voleva capire , capiva . Prima armati e poi di nuovo inermi , confidavano in un futuro diverso da quello prescrittivo dei genitori ,  ma ardevano   nelle intenzioni  piuttosto che negli atti , ogni pensiero  un desiderio coltivato come un lungo assedio a cose e persone , ogni perdita vissuta  come la trasformazione definitiva di un’intera vita .

Romanzo fra la proiezione e il rimpianto di quanto sarebbe potuto accadere, non è stato e non può tornare , racchiude la stessa malinconia  senza aggettivi di Splendore nell’erba di Elia Kazan -1961 –  e al tempo stesso ne scompiglia e arricchisce il vissuto  estendendo un rapporto d’amore e di seduzione ad un intero gruppo vivido di caratteri e di fisicità diverse : i delicati e consapevoli da una parte, i sopraffattori malvagi dall’altra e nel mezzo un’incerta teoria di pragmatici volenterosi eppure privi della necessaria gamma di sfumature esistenziali  per comprendere anticipatamente che la vita è un breve compendio di poche occasioni ,  mentre il resto è un’impotente ripetizione .

Ripetizione giustificata e quasi sublimata dalla fede nella parola , dalla testimonianza di continuare a raccontare per ricordare e forse , finalmente , comprendere retrospettivamente . Qui architettata secondo la logica delle scatole cinesi , delle matrioske o di quelle pubblicità in cui una figura più grande ne contiene un’altra identica e più piccola , secondo una sequenza  in cui  l’ultima invisibilità  suggerisce un infinito sempre uguale a se stesso , eppure ancora teoricamente in grado di sfuggire , di  scartare , di interrompere la serialità facendosi diverso ..

Il solito romanziere in crisi , già  professore di scrittura creativa come allora l’autore – l’America ci precede quasi sempre nelle mode – sta cercando di terminare un romanzo che si sovrappone e si accavalla alla sua vita , mentre i figli bambini dipendono da una iterativa novella della buona notte , e i protagonisti del titolo in divenire sono a loro volta autori di altri tentativi di scrittura che si  rintoccano e si elidono , alternandosi a strati lungo diversi momenti generazionali  . La struttura sofisticata riflette su se stessa eppure è esente  dalle forzature e dalle ovvietà degli esausti modelli odierni , mentre le parole scorrono avanti e indietro nel tempo , fino a coincidere nei disvelamenti  come nelle elusioni . Che si sappia troppo o tutto di alcuni e più niente di altri assimila l’affabulazione all’unico atto fondativo di vite che non riescono più altrimenti a fondarsi , nonostante o malgrado le premesse di giovinezze come speranze , anche se già comunque intaccate dall’incombere di morti precoci ,  belliche e domestiche insieme  .

Appartenente a quei libri di pienezze e di assenze  così miracolosamente armonici e significanti che al solo parlarne li si profana o li si altera , I capelli di Harold Roux ritorna dopo quarant’anni esatti dalla sua pubblicazione   ad affermare rarità in via di estinzione : contempera una trama “indiziaria” che si fa via via limpida come un teorema , con tutto l’interesse e la suspense del caso ; una capacità inventiva colorata da trovate paradigmatiche e da descrizioni corticali dei caratteri , dei dialoghi , delle riflessioni e delle ambientazioni ; la grazia mirabile di una capacità verbale che trascorre leggera e poi deflagra in sintonia con il pulsare delle vite di tutti ; l ‘arte di intrattenere il lettore , sottraendolo a se stesso e nel contempo restituendolo arricchito dalla conoscenza esemplare di quanto talvolta ronza  senza posarsi , come le api smarrite  o le intuizioni interrotte dei sogni . Ancora una volta , il miracolo della letteratura trova il modo di significare  che sì ,  una rosa è una rosa rosa , ma  pensarla e conoscerla  è cosa diversa dall’assaporarla con gli occhi e il naso  per la prima o l’ultima volta : nonostante l’ovvia consuetudine , è carica di fisicità gioiose come di simbologie dolenti  non ancora  percepite , comprese o delibate a fondo . Anche da giardinieri non facilmente sorprendibili .

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Il libro

I capelli di Harold Roux di Thomas Williams , Fazi 2015 , 478 pagine , 18 euro

L’autore

Thomas Williams (Duluth , Minnesota 1926 – Dover , 1990 ) si sposta a Manhattan  ancora bambino ; dopo il servizio militare durante la seconda guerra mondiale , soggiorna brevemente nello Iowa , a Chicago e a Parigi , per approdare infine all’insegnamento nell’università del New Hampshire , luogo di elezione di un’intera vita durante cui pubblica nove  romanzi , tra cui I capelli di Harold Roux , premiato con il National Book Award per la narrativa  nel 1975 . E’ il padre della romanziera Ann Joslin Williams , cui si deve la postfazione italiana del libro , profeticamente anticipatorio della morte dell’autore stesso . Tra i suoi allievi va annoverato John Irving che ha curato l’introduzione alle sue opere postume e tra i suoi amici di caccia e pesca il compositore –  folk singer Paul Morissey , da lui spesso ispirato .

La citazione

“Quante migliaia di altre volte dovrà , con un delicato ragionamento , far passare il concetto che non c’è alcuna dichiarazione di fede o di sentimento , nè alcunchè di apparentemente bello o di disgustoso , che lo costerni o lo soddisfi , a meno che non sia il poeta a renderlo tale”.

“Il nostro eroe , piuttosto sottotraccia , è un certo Allan Benson , e la storia  ( una semplice storia di seduzione , stupro , follia e omicidio – le consuete preoccupazioni umane ) a quanto pare  inizia al compimento dei suoi ventun anni.”

“In realtà il mondo ordinato di Harold esercitava un certo fascino su Allard . Che meraviglia , dopotutto , onore , verginità , e sacralità . L’immenso valore sacro del bel corpo di Mary sarebbe stato santificato da un essere superiore fino al compimento di certi atti oscuri ; avrebbe avuto un significato al di là delle mere considerazioni carnali . Era un mondo in cui un tempo aveva creduto anche lui – diciamo alle elementari , quando bastava uno sguardo di bambina a  fargli venire le palpitazioni . Ormai aveva scelto di non sognare , ma di vivere il mondo in carne ed ossa , e nel portare avanti quella scelta provava un vago senso di tristezza e di perdita ; forse quell’intensità infantile non l’avrebbe mai più ritrovata .

I collegamenti arbitrari  ( e virtuosi )

Per la perentorietà dei disincanti : Stoner di John Edward Williams ( anch’esso “ripescato” non a caso da Fazi ) ; Nemesi di Philip Roth

Per l’originalità delle ambientazioni e dei colpi di scena : Morte a credito di Louis Ferdinand Céline ; Altre voci altre stanze di Truman Capote ; La musica del caso di Paul Auster .

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