Film

YOUTH

Che la vacanza sia  un vuoto e nel contempo una libertà dalla pienezza , lo dice l’ etimologia . Che il suo significato risieda di volta in volta solo in un tempo trascorso altrove , in una ripresa di fiato verso differenti progettualità , o in una sosta nei ricordi per affrontare gli ultimi passi , dipende dall’anagrafe . Qui siamo  nel momento  sospeso di un albergo di lusso sulle Alpi svizzere , ma potremmo essere nel sanatorio della Montagna incantata  , presso l’hotel des Bains di Mann – Visconti o in un qualsivoglia altro resort blasonato , in cui la cura dei corpi e gli agi ripetitivi del quotidiano richiamano , ad insaputa della modernità , non tanto una pretestuosa remise en forme , quanto la prefigurazione di una manipolazione imbalsamatrice . E la centralità dell’ambientazione ci dice che Paolo Sorrentino è innanzitutto uno scrittore che in questo caso si avvale della reinvenzione di due topoi letterari per eccellenza , sostanziando la parola in immagini contestuali intese a compenetrare il pensiero con la sua espressione estetica , sicchè ogni grande bellezza non è mai manieristicamente  fine a se stessa , bensì parte integrante del racconto . Basti pensare alle due rappresentazioni frontali che si affiancano e si riecheggiano , quella del dehors deserto da cui la vita sembra essere stata appena sparecchiata ,  e quella del cimitero veneziano di San Michele , in cui quella stessa vita finisce in scarto e in memoria .

Tuttavia Youth non è solo un film sulla vecchiaia e sulla morte , ma anche una pellicola su quelle tappe dell’esistere che chiamiamo infanzia , giovinezza , maturità , e che sempre si sostanziano non solo dei fatti che i singoli attraversano , ma soprattutto  dei rapporti che intessono , con particolare e ineludibile riferimento a quelli fondamentali della famiglia , delle amicizie e degli amori da cui nemmeno la più corteggiata o subita solitudine può mai prescindere . Fred è un compositore famoso che ha cessato di comporre e di dirigere , Mick un regista altrettanto noto , che sta mettendo a punto il copione di un film cui vuole affidare una sorta di testimonianza riepilogativa  . Discorrono , si bagnano , mangiano ,  passeggiano , osservano ,   scherzano , accompagnati dal mestiere , dalla prostata , dalle scommesse sull’identità degli altri ospiti , dai ricordi e dagli amori in comune , come quella lontana Gilda Black da entrambi concupita e non si sa se mai posseduta , e da chi . Intanto si destreggiano con la paternità dei rispettivi figli e dei loro matrimoni infranti , mentre molte altre figure al contorno fungono da innesco o da reagente ad una senilità consapevole , dignitosamente o attivamente accettata , e i tormenti di un copione in cerca di un finale risolutivo  come i fastidi di un invito a suonare alla festa della regina Elisabetta ondeggiano fra domande , perplessità , rifiuti .

Ogni momento o episodio è al tempo stesso progressiva definizione di caratteri , accumulo di racconti e di esperienze , riflessione di striscio sui tic della contemporaneità ed esorcizzazione del tramonto : finchè  rimane tale , è ancora e pur sempre cessione di luce . L’andamento , benchè intriso di tragedia , è ironico , affettuoso di un’affettuosità in cui l’amicizia “deve essere solo scambio di cose belle”   ,  pensoso e talvolta quasi ingenuamente  gnomico : Sorrentino è delicato , brillante , allusivo e nel contempo  esplicito , ama gli incastri significanti , i disvelamenti postumi , i rintocchi paradigmatici , i richiami misteriosi , ma disdegna le ellissi cerebrali de L’anno scorso a Marienbad e , quasi pensasse a Resnais , fa pronunciare ad uno dei protagonisti la fatidica frase “Gli intellettuali peccano sempre di cattivo gusto” . Lui quindi in questo senso si defila , l’arte non è contorcimento anche quando la vita si  stringe nell’angoscia , e il tutto assume così il senso di una narrazione veristica eppure sublimata come una sorta di compte philosophique , con tutte le velleità  della parabola . Sino al momento in cui il film avrebbe potuto terminare con una rappresentazione possente : la finalmente raggiunta levitazione di un ospite asiatico , quotidianamente sorpreso a meditare tra l’incredulità beffarda degli occidentali , mentre gli anziani protagonisti finiranno l’uno per accettare ciò che aveva rifiutato , l’altro per abbandonare ciò per cui si era battuto .

Osteggiando  gli intellettualismi , il regista non cade nel cattivo gusto , ma nell’eccesso di dispieghi sia per amore sistemico delle tante simmetrie che mette in campo , sia per overdose narrativa da abbondanza di suggestioni , alcune funzionali , altre come tentazioni al contorno  : ogni accenno viene ripreso e portato a termine perchè  prevale il diletto dell’invenzione letterariamente compiuta  , mentre alcune rinunce sarebbero state necessarie alla compattezza delle intuizioni di fondo . Fondo che si avvantaggia efficacemente di linearità e di sinuosità , avvincendo lo spettatore con la invidiabile , puntuale fusione di trama e di immagini , nonchè di accenni che meriterebbero una seconda visione . Non tanto per le profondità dell’assunto , che rimangono abbastanza intuitive e personalmente rideclinabili da ognuno , quanto per la godibilità affollata  dei riferimenti  . Nuovamente imperfetto , ma di un’ammirevole imperfezione , con Youth Sorrentino non rinuncia alla sua inconfondibile cifra immaginifica , ammorbidisce la sindrome sthendaliana da eccesso di bellezza , e conferisce maggior umanità e credibilità ai suoi personaggi rispetto a quelli dell’ultimo film . Nell’accantonare l’affresco corale per rastremarlo intorno a poche vite immerse in una tregua che è al tempo stesso sia resa dei conti che apertura verso il futuro , corre lentamente incontro  all’epilogo senza un attimo di stanchezza . Non riesce a chiudere perchè inanella troppi finali , eppure non inquina l’interesse umano ed estetico di un film che si pone come il più affascinante dei tre italiani attualmente in concorso a Cannes . Detto diversamente , per quello che vale , Youth è tutt’altro che un piccolo film , come sostenuto dall’autore , e sopporta , anzi richiede altre visioni , anche ravvicinate ; mentre con quello di Moretti ci siamo immedesimati definitivamente una volta  , e con quello di Garrone abbiamo educatamente represso qualche sbadiglio .

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YOUTH – LA GIOVINEZZA , di Paolo Sorrentino , Italia , Francia , Svizzera , Gran Bretagna 2015 , durata 118 minuti

Sorrentino

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