LA MAISON VIDE
Amiamo le case : quelle che abbiamo abitato , quelle immaginarie che disegniamo e arrediamo semplicemente per goderne l’estetica , quelle di cui leggiamo nei saggi e , soprattutto , nei romanzi .Dove non sono mai uno sfondo , ma l’estensione della psiche dei personaggi e lo specchio delle loro dinamiche sociali . Tra le tante , ci piace ricordare quelle che abbiamo prediletto e rivisitato parecchie volte . A partire da quella de I Buddenbrook di Thomas Mann, simbolo dell’ascesa e dei fasti di una grande famiglia borghese che , con il passare delle generazioni e delle fortune , si trasforma in un museo dilatato e opprimente . Il linguaggio meraviglioso di Mann è analitico , dettagliato , ironico ,perfino solenne ,scandito da rituali ripetitivi e da aggettivazioni fiamminghe che accarezzano le argenterie , i velluti , i marmi , le decorazioni , passando dal gergo commerciale dei primi capitoli alle sfumature musicali e decadenti degli ultimi addii…Per continuare con Ritratto di Signora , di Henry James , con la magnifica tenuta di Gardencourt sulle rive del Tamigi che rappresenta la lieta e fiduciosa attesa della protagonista nei confronti del mondo , contrapponendosi al successivo palazzo romano di estenuate squisitezze , ma claustrofobico fino a soffocarne per sempre tutte le premesse giovanili . Qui la prosa inarrivabile di James è eminentemente psicologica , sofisticata , piena di rimandi e di sottintesi , cerebrale ma al tempo stesso fisica , riportando sempre gli sguardi di chi attraversa stanze che traducono i labirinti morali e il progressivo isolamento dei personaggi…Per approdare a Gita al faro di Virginia Woolf , dove la residenza estiva nelle isole Ebridi è un organismo poroso e sensibile ,influenzato dalla luce , dal vento e dal rumore del mare , per poi venire abbandonata all’incuria , fino a diventare un guscio vuoto , pieno di muffa e di polvere , a raffigurare la transitorietà umana e la brevità dello stare insieme rispetto al sopravvento invincibile dell’eternità della natura .Il modernismo lirico dell’autrice si affida al flusso della coscienza , il linguaggio è poetico , pittorico , impressionista , dominato e ritmato dalle metafore marine , con frasi che fluiscono come le onde del mare rompendo ogni consecutio logica , lambendo sia la casa che i pensieri dei protagonisti …Infine si arriva alla saga dei Cazalet in piu’ volumi – qui recensiti-con la grande e materna presenza di una dimora nel Sussex , che durante la guerra diventa il rifugio dell’intero clan , rappresentando la nostalgia per un mondo che sta scomparendo . Visitata e vissuta in ogni suo angolo ,dai fumi delle cucine alle soffitte in cui si nascondono i bambini . Con una prosa caratterizzata da un realismo domestico straordinariamente empatico e cinematografico , passando dalla minuziosità dei dettagli – l’odore dei cibi , il profumo della pioggia , il freddo e il colore delle stanze ,catturate nel contempo da tanti diversi punti di vista – assortendo l’infanzia , la giovinezza , la maturità e la vecchiaia …E potremmo continuare con La fattoria dei gelsomini di Elizabeth von Arnim – qui recensito – una tenuta rurale dove la scrittrice si rifugia per trovare silenzio e redenzione e dove il giardino – come in tutti i suoi romanzi – non puo’ essere disgiunto dal perimetro delle mura .L’intero spazio allude ad una rigenerazione spirituale ,intrisa di ribellione intima e di fuga dalle costrizioni dell’alta società inglese .Il tono è arguto , pervaso di umorismo britannico e da una prosa fluida e accattivante , mischiando la satira sociale alle descrizioni liriche della natura , con un linguaggio arioso volutamente in contrasto con gli obblighi coniugali…e poi c’è la casa di Una perfetta felicità – qui recensito – affascinante costruzione vittoriana sulle rive del fiume Hudson , poco distante da New York .Qui la dimora rappresenta sia il guscio dorato sia la messinscena estetica e sociale di una coppia alto-borghese e bohèmien . Tutti i dettagli sono ricercatissimi , dai chiarori delle finestre mattutine ai bagliori dei camini serali . Quando la coppia divorzia , la casa implode su se stessa come una quinta di teatro , perdendo la sua anima . Salter usa una scrittura lirica , sensuale , fotografica ,delatourianamente sensibile alla luce e al buio , e trasmette nell’asciuttezza delle frasi sia il senso di immediatezza di un’urgenza e di una pena poetiche , sia il vuoto e la disperazione dei personaggi …
E siamo arrivati a La maison vide di Laurent Mauvignier il cui Prix Goncourt ,recentemente assegnato , ci autorizza a confrontare i contemporanei nani con i pregressi giganti: la vecchia casa padronale di un paesino rurale immaginato nella Turenna è ormai – a totale differenza delle altre – vuota da tempo : restano solo le deiezioni e i lacerti delle quattro generazioni che l’hanno abitata e che l’autore , attraverso i pochi indizi lasciati , immagina di interpretare nelle attività e nei pensieri , affrancandosi dalle pressioni coercitive della verità e della Storia . Che pero’ imperversa sullo sfondo con le due guerre mondiali e con quella d’Algeria .Ne nasce così una prima parte caratterizzata da una sorta di lungo – e talvolta estenuante – soliloquio inventivo , in cui a dominare non sono le persone , ma la voce indagatrice , dilatata , alta , puntigliosa , soffocante , prestata loro dall’autore: che impiega , spesso squisitamente , ben 744 pagine per ascoltare prevalentemente se stesso attraverso lo scavo impudico nei pensieri inespressi degli altri :indugiante , lento , minuzioso ,arabescato , spesso fuori misura letteraria in quanto troppo prono alle circonvoluzioni del bel dire , senza peraltro offrire la possibilità di quelle sottolineature apodittiche che in genere si riservano alle sintesi poetiche o aforismatiche : quando i sensi e i sentimenti si allineano fulmineamente per raggiungere rivelazioni che non si erano mai pensate o espresse chiaramente.
Con il risultato , voluto o meno , che i personaggi risultano spesso delle ombre , particolarmente introspettive e ossessive , che affrescano in tacite ma tumultuose grottesche le pareti intime di un percorso autoriale che cerca di procedere a ritroso , per individuare in se stesso i lasciti furtivi e indimostrabili di chi l’ha preceduto . Ci si spossa così prevalentemente sui non detti di Marie-Ernestine , mancata pianista costretta ad un matrimonio forzato in ragione del mantenimento della “roba” verghiana , della madre , prima domestica e poi proprietaria , del padre dispotico , del marito-padrone al fronte , che può solo pensare ,e non raccontare , gli effetti delle tante macellerie putride delle trincee . Paradossalmente , si frugano piu’ i pensieri che non i dialoghi , proprio mentre la parola impera , ossessivamente sovrana . Un po’ diversamente accade nella parte dedicata alla figlia di Marie-Ernestine, che intanto si risposa , per continuare ad avere un uomo in casa che si occupi del patrimonio .Mentre Marguerite , passata l’infanzia ad idealizzare i genitori , si perde alla scuola di Paulette , commessa in un negozio per signore , che cede agli uomini per poterli dominare , non disdegnando le pratiche saffiche .E qui , con le nuove generazioni ,lo stile si fa a tratti meno introspettivo , bensì piu’ descrittivo e dialogante , ma i tanti dettagli – circostanziati e anche sapidi – continuano a soffocare i personaggi come boa constrictor allenati da un baritono . Si’ che la trama , progettata ad anello , scorre avanti e indietro nel tempo senza nemmeno generare il desiderio , magari puerile, di sapere come andrà a finire , ed e’ concepita come i cassetti della casa abbandonata , intorno a dei larghi vuoti traumatici : vuoti e traumi che nella loro straripante cerebralità descrittiva , sono , paradossalmente , il tema centrale della casa come del fluviale , anche indisponente , romanzo . Intendiamoci: qui non si tratta di lunghezza : tanto piu’ un testo ci piace , tanto piu’ ne paventiamo la fine . Semplicemente , quando si tratta della scrittura per la scrittura , 744 pagine non bastano a scongiurare l’horror vacui , ma accentuano il paradosso di un vuoto troppo pieno . Non lo aggiungeremo all’elenco – parecchio scorciato – di cui sopra e nemmeno lo rileggeremo mai piu’. Peccato : lo scrittore , cosi’ dotato , è troppo incallito nel suo talento per capire di doversene sbarazzare almeno in parte , onde non approdare , in un’orchestra di decine e decine di elementi , all’emissione di una nota sola . A tutto discapito della credibilità della casa vuota e di chi l’ha abitata.
LA MAISON VIDE di Laurent Mauvignier , Premio Goncourt 2025 , Les Editions de Minuit , agosto 2025 , 744 pagine .In Italia sarà pubblicato da Feltrinelli in data non ancora nota
Villa Debernardy , Gières – Grenoble – 1870 , con la mia bisnonna Eve , il giardiniere Poirot e la Dent des Crolles sullo sfondo . La casa dove , parecchi anni dopo , alberi cresciuti , fiori moltiplicati , ho trascorso tanta infanzia e tanta giovinezza