LA FINE E’ NOTA
Tantissimi sono i libri che, partendo dal presente, si inoltrano a ritroso nel passato per spiegarne le ragioni, forse perché ognuno di noi non vive la propria vita secondo un tempo lineare: abitiamo il presente, ma interroghiamo o ripercorriamo spesso il nostro passato, sia per nostalgia, sia per dare un senso a ciò che ci accade oggi. Questa strutturazione analettica la ritroviamo, citando brevemente a memoria, in capolavori quali Pastorale americana e L’animale morente di Roth, ne L’amore ai tempi del colera di Márquez, ne La coscienza di Zeno di Svevo o ne La freccia nel fianco di Amis… e si potrebbe continuare.Tuttavia, dovendo adottare un criterio di prevalenza, questa ossatura regressiva la si ritrova più frequentemente nella letteratura gialla, con i suoi innumeri sottogeneri; se infatti un racconto va verso il futuro, ci porta a chiederci cosa succederà dopo, secondo una tipica corsa contro il tempo che tuttavia non dispone di quella visione d’insieme che solo la fine può dare. Se, viceversa, ci si interroga sul come si è arrivati a un certo punto, la suspense diventa quasi magnetica, spingendoci a porci come dei detective.La logica dell’indagine parte da un fatto compiuto e noi, archeologicamente, ci spingiamo con lei all’indietro, mossi da una fascinazione più esistenzialmente sottile: il passato, essendo immutabile, elimina l’ansia dell’azione immediata. In compenso, obbligandoci a rallentare, ci porta all’individuazione della crepa originaria, a diventare, cioè, gli spettatori lucidi di un destino. Non possiamo salvare chi è caduto, ma possiamo nutrire l’illusione di riuscire a tracciare la mappa di un pericolo per il futuro, quasi una forma di addomesticamento del caos. Anche se le catene pregresse sono talvolta così strette da generare puntualmente delle risposte tardive.
A questa seconda categoria appartiene magistralmente il racconto del suo altrettanto misterioso autore, che mette in scena un’indimenticabile, malinconico protagonista, tale Paulton, che sta cercando di capire se la sua vita ordinata, ordinaria e riccamente altoborghese non sia in qualche modo senza ragioni.Siamo a New York, verso la fine degli anni ’40.In una sera di pioggia, uno sconosciuto bussa alla porta del protagonista, che non è ancora rientrato. La moglie lo fa accomodare e lui dice che solo Paulton può aiutarlo, ma pochi istanti dopo si butta dalla finestra, schiantandosi sul marciapiede proprio mentre questi arriva. Si cerca di archiviare il caso come l’atto di un pazzo, ma il magnate comincia a farsi delle domande su questo sconosciuto e intraprende una ricerca in cui, a mano a mano, il suicida viene tratteggiato in modi diversissimi, secondo un intrico di rapporti fragili ed ipocriti, verso una conclusione amara e spiazzante, pretesto per comprendere se la caduta nel vuoto non sia soltanto appannaggio del morto, ma anche dei vivi.
Ora, la trama è accattivante e la scrittura piana e coinvolgente, con un fascino particolare che rende il testo indimenticabile. Soprattutto perché riesce a ricreare nel lettore una sorta di memoria artificiale, sì che ad ogni passaggio ci sembra di ripercorrere da vicino un tempo americano che non abbiamo mai abitato: i momenti della Grande depressione, del secondo dopoguerra o degli inizi della guerra fredda; e tuttavia siamo così inconsapevolmente dentro a quelle atmosfere emotive da riconoscerle come nostre.Certo, grazie al grande miracolo dei testi della letteratura americana, ma soprattutto in virtù di una prosa densa di elementi sensoriali che agiscono come interruttori genetici: il fumo delle sigarette negli uffici, il rumore delle macchine da scrivere, la pioggia sui marciapiedi della City, il nulla dei paesini perduti eppure sempre alla ricerca disperante di altri orizzonti.Tutti i dettagli sono qui così regolarmente nitidi, puntuali e pazienti, da lumeggiare dei fotogrammi che appartengono e continueranno ad appartenere alla nostra memoria come vissuti da noi stessi, mentre non c’eravamo. Disposti a provare nostalgia per un’epoca trascorsa, attraverso lo stesso sentimento che anima i personaggi verso altri tempi, a loro volta definitivamente perduti.
Il libro
LA FINE E’ NOTA, di Geoffrey Holiday Hall, USA 1949, Gialli Mondadori 1952, Sellerio, 1990, 260 pagine
L’autore
Geoffrey Holiday Hall è stato uno scrittore e giornalista statunitense, nato a Santa Cruz nel 1913 e morto nel 1981, la cui figura è circondata da un fitto mistero letterario. I registri anagrafici americani ne attestano nascita e morte, ma di lui, al di fuori di questi dati, non si sa quasi nulla: il suo editore ha perso ogni traccia d’archivio e si è persino ipotizzato che Geoffrey Holiday Hall potesse essere un agente segreto o uno pseudonimo.Da allora è scomparso da tutti i radar e, dai tempi di Leonardo Sciascia che lo scoprì e sostenne in Italia, si continua a cercare di capire chi sia stato veramente. Parafrasando il titolo, per lui la fine non è nota.
La citazione
Dall’esergo: “Oh,se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe!Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine e’ nota”. Shakespeare, Giulio Cesare
Le connessioni arbitrarie (e virtuose)
Per la vertigine a ritroso: il testo teatrale Tradimenti di Harold Pinter; il poliziesco Rose, rose di Bill James
*Disegno di Hans Hillmann per Addio mia amata di Raymond Chandler, tratto dalla mia edizione Olivetti fuori commercio, 1986.