KOLCHOZ
Cos’hanno in comune due scrittori come Carrère e Mauvignier – La maison vide – ? Assolutamente nulla , se non la vincita del Prix Goncourt 2025 da parte del secondo a discapito del primo . Per il resto , sono antitetici : uno è un vero scrittore , l’altro un fine dicitore di se stesso , che riempie dei vuoti riuscendo a svuotarli . Mentre Carrère usa l’etichetta – appiccicatagli banalmente – dell’autofiction non come un genere letterario , ma come un metodo d’indagine: costruisce mondi in grado di ricoverarci , quasi di proteggerci anche quando minacciosi , perché racconta abolendo il dilemma adulto del vero o del falso , con una – apparente – semplicità ipnotica che chiede soltanto di farsi ascoltare . Cosa che gli riesce benissimo .
Fin dal primo romanzo di successo , I baffi – 1986 – nonostante si sia ancora nella parabola di invenzione , getta le basi del suo singolare metodo . Il protagonista si rade i baffi e nessuno se ne accorge . Qui il controllo della verità non è ancora nelle mani del protagonista , ma il tema è dato : se nessuno vede il cambiamento , il cambiamento non esiste . Dunque la realtà è un accordo collettivo , e lui trascina dei lettori desiderosi di incanti persuasivi all’interno di un percorso di fragilità perentorie che , per quanto diverse , sono sempre accomunanti . Arrivato a L’avversario – 2000 – Carrère comprende probabilmente che non ha più bisogno di inventare : la realtà offre esempi più fulminanti di qualsiasi trama . Inizia così a stringere un ulteriore patto con chi lo segue : mentre racconta , lo rende partecipe dei suoi dubbi , della propria colpevole mediocrità , delle sue ossessioni e dei suoi errori . Chi legge coniuga il bisogno inesausto della narrazione con l’esigenza matura dell’esperienza . Arrivando ad opere come Un romanzo russo – 2007 – o Limonov – 2011 – il processo si completa . Anche la Storia diventa soprattutto un’esperienza sensoriale , in quanto non ricorre alla citazione delle studiate carte ma agli occhi , al naso , alle orecchie , al gusto : si percepiscono suoni , immagini , odori , sapori che valgono più di qualsiasi giudizio perché niente viene elaborato tanto corticalmente quanto ciò che ci arriva dai sensi . Inoltre , accanto alle straordinarie capacità di sintesi , riesce a creare il senso dell’oggettività del punto di vista così direttamente e meticolosamente da regalarcelo come l’unico possibile . E , anche se si tratta di una manipolazione soggettiva , di fatto ci consegna comunque sempre delle chiavi di lettura credibili , quando non addirittura illuminanti . Quindi non ci si affranca più da chi ( al posto nostro e soprattutto in questi tempi di contraffazioni imperanti ) riesce ad usare l’esigenza di trasparenza non dando mai nulla per scontato , anzi indagando insieme al lettore . Offrendogli come una mano tesa la sensazione di non venire imbonito da un autore onnisciente , ma accompagnato da un testimone che si fa delle domande , ponendo l’io narrante come un reagente dei fatti , tanto che ogni libro cambia la forma saggistica in veri e propri romanzi . Ossia , non si legge la biografia di Limonov , ma l’avventura di Carrère che cerca di capire Limonov , con una scrittura precisissima eppure piana , che non oppone mai resistenza , come un lungo dialogo privato accanto ad un camino , o su una terrazza estiva illuminata dalle trasparenze caramellate delle bibite . Bibite che , essendo il nostro anche uno sceneggiatore , vengono spesso ritagliate e dilatate fino a diventare un simbolo cinematografico e universale , infallibilmente mirato in quanto iscritto nel patrimonio genetico di tutti .
Cosa aspettarci dunque da quest’ultimo libro che prende il titolo dal suo lessico famigliare – faire kolchoz * significava ammucchiarsi da bambini nel lettone materno e , da ultimo , intorno ad un definitivo riposo , e che cambia la traiettoria della sua scrittura , che sino alla maturità ha privilegiato “la dimensione orizzontale della vita, l’amore , l’amicizia , i legami che si formano quando si compie la traversata delle stesse acque, nello stesso tempo..per poi passare a quella verticale: i rapporti tra le generazioni, antenati e discendenti che hanno abitato mondi diversi , condiviso altri racconti collettivi, altri assiomi”? In sintesi , innanzitutto una narrativa in forma di croce: “semplice” , immediatamente assimilabile , anche dolente , che entra subito nel merito con la cerimonia funebre nazionale in onore della madre , presente Macron e tutte le massime autorità governative e culturali , in onore di Lei : Hélène Carrère d’Encosse , nata Zourabichvili , cugina di primo grado dell’attuale Presidentessa della Georgia nonché storica , consulente governativa per gli affari russi , membro dell’Accademie française e poi, sino alla morte , Segretaria permanente , con una quarantina di opere importanti pubblicate e quasi altrettante onorificenze al merito . Con cui il figlio deve fare i propri conti , cominciando dallo sterminato numero di precisissimi faldoni lasciatigli dal padre , volti ad illustrare tutto l’albero genealogico delle due famiglie . Considerato da taluna critica francese come il punto debole del racconto , in cui invece non solo e’ bello perdersi perché fanno parte della storia russa ed europea , ma anche perché alcuni ritratti sono di un’evidenza pittorica e psicologica commovente , rappresentando – integrati o meno – dei grandi emigrès cacciati dalla Rivoluzione d’ottobre , apolidi , diseredati , umiliati , eppure in grado di risaltare o di distinguersi grazie ad una privilegiatissima cultura cosmopolita , all’epoca senza rivali …Quand’ecco emergere di colpo l’immagine di lei tinta improvvisamente e per sempre di biondo , a segnare non solo il suo divorzio coabitante dal marito, ma l’estraneità partecipe nei confronti del figlio , che deve compiere un lungo percorso di ammirazione e di ripulsa , dall’infanzia adorante , all’adolescenza interrogante , fino ad una maturità di dissidenza e poi di riconciliazione , quando si puo’ solo reinterpretare il ricordo . Sempre ammirato , spesso critico , continuamente dialettico al punto da ricostruire in loco una propria visione della Russia e di Putin , prendendo l’Ucraina come abbrivio fisico dell’indagine , e costruendo così una verità dei corpi e delle trincee in netta antitesi con le propensioni della madre , ancorata ad un’idea monumentale e comunque imperiale della propria terra di origine . Dove infine il figlio cessa di essere l’allievo della grande sovietologa per diventare il testimone del suo errore . Una liberazione acribica , indagante , pacatamente titanica , con tutte le tematiche e le modalità espressive che abbiamo cercato di sintetizzare sopra , in continuo bilico tra l’attrazione primordiale e possessiva della trasmissione della carne , e lo spossessamento della ragione e dell’ideologia . Affettuosa , dolente , affascinante per il modo di indagare sia gli affetti che la Storia , da un lato legandoli a doppio filo , dall’altro separandoli fino a ricongiungerli in quel fare kolchoz . Per l’ultima volta . Da Vite che non sono la mia – 2009 – a Vite che sono la mia
*Azienda agricola collettiva sovietica, villaggio
Il libro
KOLCHOZ di Emmanuel Carrère, Adelphi , 5 maggio 2026, 407 pagine
La citazione
“So, iniziando questo libro, che si parlerà molto dell’Ucraina e della feroce guerra che vi sta conducendo la Russia , perchè , nel bene e nel male , la Russia è una questione di famiglia: il nostro asse verticale…. il mondo può anche crollare – e con ogni evidenza sta crollando – ma resta comunque il mestiere di persone come me renderne conto . Allora , poichè loro sono morti , e fintanto che sono vivo, lo faccio io”