LE COSE CHE NON DICIAMO
“Ma perché la gente non dice mai niente di vero. E adesso sapevo perché. Perché dire qualche cosa di vero significa dire cose che nessuno vuole sentire. E se anche vogliono, poi non gli importa come dovrebbe. Oppure non capiscono. Essere vivi era un’esperienza privata. Ora l’aveva capito.”
“Ce n’era una nuova ogni giorno. Non si finiva più. Artie osservava tutte queste cose e a poco a poco capì che le sensazioni che aveva provato il giorno delle elezioni erano corrette: il suo paese si stava suicidando.”
Ecco, non ci capita mai di incominciare con delle citazioni dirette, ma questo libro abile e sommesso è tutto qui, giocato con umiltà tra il sentire, il capire e il sapere, e dedicato a chi, come noi, sa che la malinconia è l’altra faccia dell’entusiasmo e della partecipazione, e che moriamo sconosciuti a noi stessi e agli altri non tanto per il non detto, ma soprattutto per il frainteso. E la vita del protagonista, così empatica e così qualunque – ma osservata direttamente nel primo momento trumpiano – è sì banalmente passeggera, ma comunque più esemplare – sia durante che dopo – della maggior parte delle nostre esistenze. Perché qualcuno ne ha parlato e ne ha scritto e dunque molti la ricorderanno intatta nel suo grumo essenziale. Al di là degli affetti che si modificano nel tempo, se pure sono stati sinceri o profondi.
Dunque, si parte da una famiglia e subito ci si vieta la inossidabile citazione tolstojana, perché non si tratta di infelicità, ma di qualcosa di più sottile ed inquietante: il nucleo continua a funzionare, a mantenere le proprie abitudini mentre qualcosa tuttavia si va spegnendo. Artie, il protagonista, ha raggiunto l’età della stabilità eppure quello che ha immaginato non gli corrisponde. Quindi si interroga sui propri desideri e corteggia un’insoddisfazione cui non sa dare né un nome né una causa. Al pari dei suoi allievi, cui insegna sia la storia americana che la vita, abita una sorta di crisi adolescenziale da post formazione, quando non si cerca più qualcosa, ma si prova a dare un significato a quello che si è trovato.
Rob, il figlio, s’imbatte invece, suo malgrado, in una rivelazione cruda tale da sconvolgere gli equilibri di tutti e il dolore inelaborato non necessariamente esplode, ma può trasformarsi in segreto e il segreto genera sia ossessioni che distanze, e sia le une che le altre producono a loro volta reazioni differenti, come un domino che non cade lungo il tracciato, ma si proietta in direzioni diverse. E poi c’è la moglie psicologa che solo dopo l’irreparabilità ricostruirà retrospettivamente il non detto, proiettandolo in modo distorto su un’attenzione affettiva che non ha saputo esprimere quando sarebbe servita. E ancora, come sempre, le tante figure e figurine al contorno, anonime o corali, eppure sempre passibili di una luce, una rivelazione, una catarsi, come spesso nella scrittura della Strout, basti pensare al suo stato di grazia in Olive Kitteridge.
Perché, che si tratti di un’agnizione shakespeariana, o del riflesso di un dinghy sull’acqua, lei sa catturare, nella sua prosa introspettiva ,descrittiva, interstiziale , tutte le minuzie rivelatrici dell’esistenza, qui accompagnandole ad un’empatia allegra e tristissima, come se la vita fosse sia una lunga conquista che un dilatato spegnersi, punteggiato di domande magari ingenue e di risposte spesso opinabili, mentre il tempo ci accompagna e ci imprigiona con i suoi orari, i suoi doveri, i suoi riti sociali e le sue solitudini senza angoli e senza interlocutori. Eppure, quando riesce, anche con il calore di un incoraggiamento o l’omissione di una critica. Sì che le vicende si snodano nel presente, rincorrono un passato che si impone per labili associazioni di sentimenti o di immagini ma, soprattutto, in totale spregio della protezione di un finale, si proiettano nel futuro, rivelando quello che gli umani sotto i nostri occhi ancora non sanno, infondendo nel lettore uno struggimento indefinibile come un anticipato e indimenticabile rimpianto.
Il libro
LE COSE CHE NON DICIAMO di Elizabeth Strout, Supercoralli Einaudi , ottobre 2026, 208 pagine
L’autore
Elizabeth Strout è una scrittrice statunitense, nata nel 1956 a Portland, nel Maine. Ha insegnato letteratura e scrittura in diverse università americane. Ha esordito con il romanzo Amy e Isabelle (1998), ottenendo importanti riconoscimenti. Nel 2009 ha vinto il Premio Pulitzer con Olive Kitteridge. Tra le sue opere più conosciute ricordiamo Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile, I ragazzi Burgess e Oh William!. Nei suoi libri racconta soprattutto le relazioni familiari, i sentimenti, la solitudine e le fragilità umane.
La citazione
“La guardai, ripensando agli ultimi mesi. E nel frattempo capii che non volevo morire, semplicemente non volevo più vivere.”