Film

IL ROSSO E IL BLU

La vecchia matita rossa e blu – che presumiamo non sia più in uso – era un inesorabile strumento non solo sotto il profilo del rendimento scolastico, ma anche in termini psicologicamente più sottili: soddisfaceva l’inconscio bisogno dei meccanismi di premio-punizione (e quindi di una articolata forma di attenzione) alla base di ogni consorzio umano organizzato, sempre congegnato in modo tale da sopportare le peggiori violenze, ma mai quella più perfida e offensiva di tutte, ossia l’indifferenza. Nel contempo, la matita rossa e blu tracciava anche un solco invalicabile fra i professori che ricoprivano un riconosciuto ruolo sociale e gli allievi che, in termini individuali, non contavano niente.

Poi il giudizio e l’attenzione nei confronti dei singoli si sono democratizzati, e i docenti sono diventati socialmente trasparenti proprio come i discenti. Risultato: non ci sono dicotomie o separazioni, bensì una più o meno rancorosa/pacifica/apatica convivenza all’interno delle stesse mura istituzionali, in cui l’obiettivo del “si salvi chi può” è affidato non tanto alla trasmissione e all’apprendimento sistematici di saperi e valori, quanto alle eventuali complicità della considerazione reciproca, asimmetrica nell’età nonché meramente volontaristica.

E poiché la scuola è un’esperienza variamente condivisa, ecco che il regista Giuseppe Piccioni inizia il film con una voce fuori campo che commenta in terza persona, sicura di essere compresa da tutti, mentre la macchina da presa entra letteralmente “dentro” agli ambienti e ai personaggi, a significare che quell’esperienza è sì condivisibile, ma al tempo stesso specifica per l’ambiente periferico che si accinge a rappresentare. Poi la terza persona diventa il monologo soggettivo di un anziano professore di storia dell’arte, e lo slancio esistenzial-documentaristico si perde rapidamente per correre dietro alla bozzettistica delle storie e dei personaggi,secondo un più o meno simmetrico incrocio fra docenti e allievi.

Ci si discosta così dalla sentita e talora drammatica testimonianza dello scrittore- insegnante Marco Lodoli, espressa in libri e articoli e ispiratrice dell’annacquata sceneggiatura.

La mente corre subito al recente Detachment che contemplava il reciproco disagio delle due categorie, per sfaccettare nel contempo i singoli episodi ma con ben altra capacità di emozionare, reinventando il risaputo. Mentre qui siamo dalle stesse parti diroccate e pseudo realistiche de Gli equilibristi , con la differenza che l’attualità socialmente degradata non si limita ad un solo soggetto, ma si frantuma in plurime trame, i cui conti alla fine tornano perfettamente mediante un edificante accrocchio vintage: effetti edulcoranti tratti dal Cuore di de Amicis (1886), ingenuità vivaci ascrivibili al filone Poveri ma belli (1957), blandi accenni a Io speriamo che me la cavo (1992).

Ormai quello scolastico,per la pluralità delle frequentazioni, sta diventando un genere come il western o il fantasy, e può annoverare la denuncia, la cronaca, l’horror, il giovanilismo, la favola, la riflessione, l’iniziazione ….Nel film di Piccioni l’ambientazione è quasi marginale, le storie sono affidate a una nevrotica ed esitante Margherita Buy (molto più convinta nel precedente film Fuori dal mondo -1998 – dello stesso regista) nonché ad un perplesso Riccardo Scamarcio, mentre a Roberto Herlitzka tocca il personaggio migliore, interpretato con l’abituale carisma sia fisico che professionale.

Gli allievi sono dei cliché pretestuosi sullo sfondo, e il contesto è di una sofferenza appena accennata che non rappresenta quella vera e feroce di una nazione sempre più disattenta alla cultura e, di conseguenza, a se stessa e al proprio futuro. Il tutto accennato così, di striscio, per tocchi superficiali e senza conseguenze, quasi che la realtà non possa essere guardata negli occhi ma, per rappresentarla, sia necessario affidarla imperativamente ai lenimenti del plot, condito da qualche blanda incursione comica o ironica.

Con l’obiettivo di non dispiacere a nessuno, dando anzi un colpo al cerchio e l’altro alla botte per lusingare soprattutto i palati più assuefatti al lieto fine, ed esorcizzare o anestetizzare situazioni su cui è evidentemente problematico indagare in modo diverso. Si rientra quindi in una diligente confezione convenzionale ma di relativo lusso consolatorio, meno amabile ma più ambiziosa del precedente La scuola di Daniele Lucchetti (1995) tratto da vari scritti di Domenico Starnone.

In sintesi, un film non disprezzabile, ma né particolarmente significante né ispirato, che però ci offre almeno l’opportunità di raccomandare la lettura o la rilettura dei tre libri migliori e ormai lontani (belli,originali e dimenticati) del qui traditissimo Marco Lodoli: Diario di un millennio che fugge, Snack bar Budapest e alcuni racconti di Cani e lupi.

IL ROSSO E IL BLU di Giuseppe Piccioni, Italia 2012, durata 98 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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