Film

CORPO CELESTE

Dopo I baci mai dati di Roberta Torre, ecco un altro film con una protagonista tredicenne, sullo sfondo di un sud arcaico e televisivo insieme. Ma con un giovanissimo personaggio centrale di cultura diversa, che viene dalla laica Svizzera, al fine di assicurare al suo sguardo una alterità distaccata in quanto “straniera”.

Presentato nella sezione Quinzaine dell’ultimo festival di Cannes, il lungometraggio è l’opera prima di Alice Rohrwacher, sorella dell’attrice Alba, ed è stato accolto con giudizi molto lusinghieri. Evidentemente la famiglia è talentuosa, perchè la regia è matura e raffinata nonostante la giovane età dell’autrice, mentre la sceneggiatura – da un libro composito di Anna Maria Ortese – presenta purtroppo maggiori incertezze, circonfondendo di una sorta di atonalità priva di suspence l’intero destino del racconto.

Che si apre magnificamente su di uno spezzone periferico di Reggio Calabria, imbastardito da aridi cavalcavia e da scalcinate geometrie di cemento anonimo, mentre si sta svolgendo una primitiva quanto ingenua processione religiosa. Che dà l’avvio all’umore del film, tutto giocato tra gli interrogativi ribelli – ma soprattutto silenti – di una ragazzina che deve prepararsi alla cresima, e il volontariato un po’ maldestro e un po’ ruffiano di tutto ciò che ruota intorno ad una stanca parrocchia.
Mentre la chiesa come istituzione appare lontana, sopraffatta da maestre improvvide, preti di approssimato, indifferente ,talvolta addirittura disperato mestiere, famiglie che pensano a convivialità da abitucci della festa e rinfreschi pacchiani. Con una catechesi non solo ridotta ai minimi termini, ma penosamente contraffatta attraverso giochetti da televendita, atti ad assicurare l’attenzione di discepoli riottosi e analfabeti e, soprattutto, la riuscita della cerimonia finale, con tanto di balletti goffi interpretati da infanti scimmieschi. Già definitivamente perduti ad ogni sopravvivenza non solo spirituale ma anche civile. Che è la parte migliore del film, acuto nell’osservare e nel suggerire il senso di una comunità deprivata, in cui la tradizione via via si annacqua e si trasforma nei miseri modelli del piccolo schermo, ad enfatizzare la povertà globale dei più volte derubati, sospinti verso una illusoria modernità di cartone: con finti lustrini, peli di gatto e frasi orecchiate tutti appiccicati insieme, a tradire qualsiasi futuro.

Non si pensi tuttavia ad un film non diciamo di denuncia, ma almeno di presa di posizione, bensì ad una pellicola che scivola per accenni, lasciando immaginare allo spettatore. Che in parecchie occasioni è in grado di completare molto bene gli spunti, grazie al modo di filmare della regista, intimo, accosto ai corpi, eppure lontano sui campi lunghi, nutrendo le belle scenografie sia di sottintesi come di distanze. Si veda l’abnegazione delle maestre, intrisa di ignoranza e di piccole aspirazioni al successo mondano, secondo una perfetta confusione dell’amor di sè e dell’amor di Dio, in cui ogni simbologia naufraga nella finzione secolare, nutrendosi a sua volta di modesti machiavellismi. In una sorta di artificioso entusiasmo corale, che non è altro che un modo per tenere l’oscuro senso della fede al riparo dal dubbio. Oppure si faccia caso alla complice raccolta di voti ,con le pubblicità del politico locale come santini. O, ancora, all’impianto dei rapporti famigliari ma soprattutto ecclesiali, in cui l’essere femminile continua a perpetrarsi in una logica subordinata di servizio e di accudimento a favore di quello maschile, destinato comunque all’egemonia gerarchica.

Però tutto suggerito un po’ così, grazie ad una acuta sensibilità visiva e alla capacità di cogliere per dettagli sovrapposti i personaggi e le atmosfere, senza mai volere – e anche riuscire – ad affondare il bisturi. Lasciando quasi ogni cosa alla destrutturazione dell’emotività e dell’intuito poichè manca un impianto robusto, in grado di intrattenere sino in fondo. Con piccoli sussulti di incoerenza, e con una totalizzazione del punto di vista della ragazzina che alla fine risulta poco credibile o almeno diluito fino ad una forma di staticità quasi catalettica.

Promossi a pieni voti invece tutti gli altri attori, con menzione speciale alla maestra interpretata da Pasqualina Scuncia. Ma anche le comparse non sono da meno, secondo un altro talento della regista. Che deve forse ancora un po’ sperimentarsi, magari affidando la prossima sceneggiatura ad un qualificato coautore, invece di fare tutto da sola. Tanto più che la Ortese è una scrittrice complessa ed elitaria, a maggior ragione in questo testo di meditazioni e di ricordi.

Comunque il talento naturale c’è, accompagnato da un già rodato mestiere, soprattutto visivo. Manca però un robusto spartito atto a valorizzare una voce elegante, che può promettere ancora molto, dopo questo primo film che coniuga robustezze delicate ed esilità incompiute.

CORPO CELESTE di Alice Rohrwacher , Italia 2011, durata 98 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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