L’ULTIMO TURNO
Innanzitutto , grazie a Milena Gabanelli , sempre degna di fiducia . Senza la sua segnalazione forse non avremmo letto questo libro . Che provoca da subito una memoria immediata , certamente arbitraria : quella delle case di bambole a più piani , che si aprivano a metà su appartamenti ingenuamente arredati , interrompendo intimità infantili di pupazzi spelati . O , crescendo , quella delle abitazioni sventrate fotografate da Gabriele Basilico , ancora precariamente in piedi e piene di lacerti orfani e inutili . Come quelle radiografie malate separate dall’idea sempre esteriore che abbiamo dei nostri corpi . O , dovendo pensare ad un libro , tralasciandone il raffinatissimo gioco matematico , la mente corre innanzitutto a Perec , La vita: istruzioni per l’uso : monumentale romanzo – mosaico all’interno di un solo palazzo , che cataloga vari frammenti di umanità congelandone il tempo , per dimostrare che l’esistenza non la si costruisce né la si impara , ma è un disegno collettivo destinato alla polvere . E che Pavone , giornalisticamente pragmatico , non sintetizza troppo diversamente : “…nulla migliora più , si tratta solo di peggiorare a velocità diverse , il che , alla fine , è futile . Nessuno ne esce vivo ”.
Ma, a proposito di velocità , L’ultimo turno si situa sul versante opposto a quello di Perec , che si immerge lungamente nel tempo , mentre qui tutto si svolge , in teoria , nel corso di una sola notte , accelerando temerariamente il meraviglioso Woolrich de La finestra sul cortile , da cui il più famoso film di Hitchcock. Intanto il fantasma bianco di Tom Wolfe sogghigna in un angolo , conscio di avere un eccellente epigono nel gusto della scomposizione sociale e nella ferocia satirica , quando la Metropoli per eccellenza slitta ulteriormente verso la rovina : “tutto questo non c’era più… molti degli anziani inquilini dell’edificio e il loro intero stile di vita avevano avuto lo stesso destino del mondo che avevano conosciuto: estinto , ma ancora presente”.
Dunque, il Palazzo, anche lui con un nome , come un personaggio famoso ; e di fatto il Bohemia lo è : spiato , fotografato , idolatrato e invidiato per la sua collocazione nell’Upper West Side della Grande Mela , nonché per la sua storia illustre e la sua lussuosa magnificenza snobisticamente démodé , rifugio apparentemente impenetrabile di magnati della finanza , nonché dell’élite culturale della città , sempre un po’ meno appropriati degli inquilini precedenti , fino al controllato dirazzamento di qualche noto sportivo o rapper. Con la sua schiera di sovrintendenti , portieri , manutentori fissi , e il suo viavai di ristrutturatori , domestici differentemente specializzati , fattorini, fiorai , e via elencando , fino al bellissimo personaggio del portiere Chicky Diaz , impeccabile doverista in divisa , simpaticamente equidistante , ossequioso sia per bon ton che per naturale propensione , oltre che custode , come sempre succede , non solo degli spazi , ma anche dei segreti e dei retroscena inconfessabili di tutti . Nonché intimamente devoto a due famiglie in particolare: i Longworth , con Emily casalinga di lusso ma ex gallerista d’arte , e suo marito Whit , dalle finanze incalcolabili e ovviamente oscure , via via sempre più lontani, lei dem-woke interiormente , lui esplicitamente e rabbiosamente Maga , reciprocamente intrappolati nei grandi silenzi delle grandi apparenze e nello spaccato del loro appartamento plurimilionario ; con i diktat del vocabolario mondano di lui mitigati dall’istruzione di lei . E poi i Sonnenberg , lui problematicamente riflessivo , critico estetico , grande frequentatore per lavoro di tutti gli immancabili eventi salottieri , mentre la consorte si annienta nell’attività di pubblico ministero . Amici , genitori e sempre meno amanti…
Letti così , potrebbero quasi rappresentare dei tipici personaggi di un romance fortunato , invece sono gli stilemi iper – significanti di un’opera costruita per rappresentare magistralmente l’America del nostro presente , partendo magari dalle nostalgie di Downton Abbey e di Quel che resta del giorno ; quindi non tanto vincolata alle specifiche cronologie del primo e del secondo mandato di Trump , ma rappresentata nella sua fenomenologia educativa , sociale e razziale , fortemente divisa tra aneliti e istinti opposti , dall’upper class radical chic alle categorie funzionali , disperate , delinquenziali . Lungo preoccupazioni assolutamente attuali che via via avviluppano i protagonisti , dando ad un pretestuoso thriller la tensione prima ombrosa e poi minacciosa di una manifestazione di piazza che diventa accerchiamento notturno . Risolvendo occasionalmente le antitesi fra capitalismo sfrenato e povertà , avidità e razzismo sistemico . Senza scelte di campo troppo partecipi, ma con l’ambizione di una critica che usa il pretesto di un genere per illustrare l’attrito fra un microcosmo condominiale e le diverse anime , spesso contrapposte , dell’America odierna . Secondo un motore invisibile che lentamente accende la miccia di una bomba psicologica destinata ad esplodere . E l’autore sa perfettamente come comprimere progressivamente la molla dell’angoscia , spargendo a piene mani segreti , tradimenti , ipocrisie fino al crollo in trompe-l’œil non solo delle singole maschere umane , ma dell’intero sogno americano .
E se l’unità di azione è quella di una sola notte , durante l’ultimo turno di Chicky il portiere , la struttura a fisarmonica del romanzo ne fa un’illusione ottica che si apre sui giorni , gli anni e i discorsi precedenti dei protagonisti , fino a confluire nell’appuntamento finale . Sostanzialmente rastremato intorno agli errori che ognuno commette e alle trappole provocate dalla fiducia negli altri , mentre l’odio rafforza l’odio come una nube tossica , da cui il lettore viene progressivamente circondato , senza accorgersi che la stufetta , mentre lo scalda , sta diventando letale . Quindi , anche se non è tecnicamente un thriller, genera comunque una tensione allo stato puro rafforzata altresì da un’ansia quasi voyeuristica , perché , mentre si guarda e si giudica , ci si sente anche guardati e giudicati . Non solo grazie all’abilità della struttura , ma anche all’incanto e alla precisione chirurgica della parola . Pavone ha la verve , l’intuizione poetica e il pragmatismo giornalistico che , oltre a Tom Wolfe , potrebbero ricordare anche il lirismo secco di John Fante e la prosa cinematograficamente stimolante , anche se meno calda , di J.R. Moehringer , dove la quotidianità intima diventa a suo modo epica, mentre il microcosmo del Bar delle grandi speranze si fa nazione , tra la nostalgia e la ripulsa.
Non potendo dire oltre, perché le sorprese vanno custodite fino all’ultimo , almeno una raccomandazione : chi si apprestasse a leggerlo , si munisca di una robusta matita . Perché questo è un libro che spinge inesorabilmente verso continue e multiple sottolineature : mette ordine tra i pezzi di un puzzle che già conosciamo ma che , una volta completato , svela molto di più , come tutti i giochi seri.
Il libro
L’ULTIMO TURNO di Chris Pavone , Feltrinelli Editore 2026 , 342 pagine
L’autore
Chris Pavone è nato il 23 luglio 1968 a Brooklyn , si è laureato alla Cornell University e ha lavorato per circa 20 anni come editor , prima di dedicarsi alla scrittura . Il suo primo romanzo , Il sospetto , è nato durante un periodo vissuto in Lussemburgo e ha vinto prestigiosi premi come l’Edgar Award . L’ultimo turno (The Doorman) è stato selezionato dal New York Times come uno tra i migliori libri del 2025.
La citazione
«…ognuno di noi è l’eroe della propria piccola storia insignificante , tutti noi siamo testimoni oculari e narratori inaffidabili, ognuno di noi ha torto e ragione come chiunque altro , siamo tutti nella stessa barca , la casalinga , il gallerista , il portiere , e ognuno di noi è chi è , finché non lo è più
Il libro
L’ULTIMO TURNO di Chris Pavone, Narratori Noir Feltrinelli 2026 , 432 pagine