Film

PARADISO AMARO

Un ricco ma sobrio avvocato sta trattando la vendita di un meraviglioso appezzamento di terreno, ereditato dalla bisnonna hawaiiana tramite complessi incroci parentali. Mentre i negoziati fervono, la moglie distrattamente amata (o scontatamente acquisita) entra in coma irreversibile per un incidente nautico. Sta a lui, impreparato agli affari domestici come molti uomini, raccogliere intorno al capezzale le due figlie ( una infante precoce, l’altra adolescente con mille rivendicazioni al posto dei brufoli) avvertire gli amici, scoprire verità ingrate, rincollare la vita. Fino alla civilissima decisione di staccare la spina.

Potrà sembrare strano, ma questo film ha almeno due punti di contatto con l’inapparentabile Tre uomini e una pecora : innanzitutto la storpiatura del titolo, tradotto dalla nostra prode distribuzione in Paradiso amaro, a evocare le atmosfere dei fotoromanzi anni cinquanta, con lui, lei e l’altro invariabilmente avviati sui binari del bene e del male, mentre in mezzo crescono le erbacce della passione e del tradimento. L’originale invece contempla il pregnante e jamesiano The descendants, ad abbracciare lapidariamente il senso dell’intera storia che è intrisa di dispersioni come di conquiste, metafora di quanto si degrada, si imbastardisce e si perde nel susseguirsi delle generazioni, mentre tutto va avanti, accumulando prospettive diverse, tra sconfitte e vittorie.

L’altro punto in comune è ancora più significativo, consistendo nella trasposizione di una storia classica (e già molte volte raccontata) in una terra contaminata dall’occidentalizzazione, eppure ancora mitologicamente vergine. Così che, per contrasto, ogni cosa viene rivitalizzata grazie alla lente deformante di un esotismo ingenuo. Si pensi, in questo senso, a come il film assumerebbe un diverso sapore senza quelle ville rustiche e abbienti, quelle camice sgargianti, quelle ciabatte ai piedi, quel porre sullo stesso piano automobili e natura, morte e quotidianità, ricerca e disvelamenti, affari e affetti, parenti e canzonette folk accompagnate dall’ukulele. E, in fondo, lo smarrimento, le rabbie, il dolore, l’onestà e la saggezza, che in un contesto “alieno” riescono a sembrare non solo più credibili e originali, ma quasi abituali. Come se tutte le emozioni del film potessero essere visibili, semplificate e nuovamente rappresentate grazie all’ambientazione in cui si svolgono, riconoscibile e nel contempo diversa. In bilico tra la civiltà originale e quella imitata od imposta.

“Il segreto consiste nel lasciare ai figli abbastanza per incominciare e non abbastanza per non fare niente”, butta lì, con semplicità, tra le uova strapazzate, il protagonista del film, un George Clooney felicemente inqualunquito da qualche ondulatura brizzolata di troppo. Da subito si pone con una credibilità un po’ goffa, a smentire il fascino da smoking e da passerelle. Vera bussola del film, nonostante l’evidente paradosso del suo smarrimento, con alcune sbandate attoriali qua e là, sostanzialmente dovute a certe fragilità della sceneggiatura, che il regista Payne ha personalmente riadattato dal romanzo Eredi di un mondo sbagliato di Kaui Hemmings. Non diversamente dall’operazione già affrontata nel pluripremiato Sideways uscito sette anni fa.

Solo che in Sideways l’allegoria dell’esistenza, ricondotta ad una settimana di vacanza nella California vinicola, fruiva di una grazia e di una precisione che l’attuale pellicola ritrova solo a tratti, nonostante la condivisione di parecchi spunti: il tempo per comprendere e comprendersi circoscritto a pochi giorni; lo straniamento da dislocazione; l’amaro e il bonario fusi sullo stesso piano; il linguaggio eno-agricolo per iniziati apparentabile al pidjin che si parla alle Hawaii; la centralità dei rapporti interpersonali. Ma, in questo caso, il regista-sceneggiatore alza la posta, narrando di vita e di morte all’interno dei nuclei di una famiglia e di una comunità. La primigenia, cronometrica drammaturgia si annacqua e lo svolgimento a tratti sussulta, come se a sua volta risentisse degli spostamenti dell’azione da un’isola all’altra. La fusione tra quotidianità e senso dello stare al mondo ogni tanto sgocciola, mentre colpi di scena e ordinarietà si accumulano un po’ confusamente, per dotare i sentimenti di un congruo decorso illustrativo, con un doppio lieto fine che compensi la dipartita.

Rimangono la bravura degli attori, una regia attenta a sottolineare con understatement la genialità della location senza approffittare dei panorami (onde evitare appunto l’effetto nefasto della titolazione italiana, tipo “anche i ricchi piangono”); la capacità di esemplificare sentimenti ancestrali traducendoli nel quotidiano, talvolta con effetti riusciti tra il bizzarro e l’esilarante; l’invenzione di alcuni personaggi e di alcune battute al contorno e, soprattutto, il ritratto di un uomo moderno nel dubbio e antico nell’educazione e nell’accettazione, che sa a tentoni ritrovare un equilibrio proprio mentre la sua tranquilla vita convenzionale viene minata alle radici e su più fronti.

Misura, linearità, e, perché no, anche commozione.Notevole, per chi non ha visto la straordinaria parabola di Sideways. Ma, per chi l’ha apprezzato, legittimo aspettarsi anche qualche cosa di più.
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PARADISO AMARO di Alexander Payne, Usa 2011, durata 110 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

Marinella Doriguzzi Bozzo