Film

NO-I GIORNI DELL’ARCOBALENO

La recente dipartita di Giulio Andreotti non tanto come individuo, ma come protagonista di un lungo percorso repubblicano rimanda alla tesi manzoniana sulla necessità di delegare ai posteri il giudizio, inteso come “ardua sentenza”, quasi che il ” noi c’eravamo” impedisse la testimonianza “oggettiva” dei fatti, lasciandola in dote a quelli che ci succederanno. Ma a che distanza dalla contemporaneità si diventa posteri, ossia accreditati di una esegesi non di parte? E’, in qualche modo, il grande paradosso della Storia, che si distingue dalla cronaca e assume la S maiuscola nel momento in cui può essere studiata da lontano e quindi ricostruita e interpretata -per non dire romanzata – solo quando gli animi placati “dismettono i servi e stanno in pace, la mente calma, ogni passione spenta” secondo il Sansone agonista di John Milton; o, più prosaicamente, a babbi (e figli) morti, secondo il dettato popolare. Per poi tornare comunque ossimoricamente a inoculare nel passato la coscienza o le ottiche di una diversa epoca, prova ne siano le continue riabilitazioni, riscoperte o demistificazioni di avvenimenti, personaggi, regimi passati…

Rassegnati al paradosso di un’attendibilità tanto più credibile quanto meno coinvolta, ci addentriamo in un pezzo cruciale dell’epopea cilena, condotti per mano al lontano- o vicino?- 1988 dal trentasettenne regista Pablo Larrain, già qualificatosi in tal senso con i recenti Tony Manero e soprattutto Post mortem dove il cadavere di Salvator Allende testimoniava la riuscita del golpe di Pinochet (1973), che qui è a sua volta sconfitto da un Plebiscito sancito costituzionalmente.Tra le due date, una ridda di numeri e di interpretazioni che da destra sottolineavano la miracolosa crescita del paese, da sinistra denunciavano le centinaia di migliaia di oppositori morti, spariti o incarcerati.

Anche il film rappresenta i due modi antagonisti di giudicare la stessa situazione politica, schierandosi nel contempo dalla parte della cronaca in virtù di una camera a mano e di un particolare tipo di pellicola che fruga nei pori addirittura geneticamente diversi delle fazioni avversarie. E nel contempo utilizza parecchi spezzoni d’epoca – quindi inoppugnabili documenti storici- per ricostruire dall’interno i pochi giorni di campagna elettorale che portarono alla vincita dei No alla dittatura, ossia alle elezioni libere dell’anno seguente, anche se Pinochet lasciò la guida del paese solo nel 1990, con strascichi ben accennati alla fine del film.

L’inizio è una sorta di prologo che si svolge all’interno di un’agenzia pubblicitaria che mutua dagli Stati Uniti le più avanzate tecniche in materia, quasi a richiamare le modalità dei Chicago boys (ossia di quella classe di economisti, formatasi presso l’omonima università, che contribuirono ad avviare le politiche neoliberiste cui si ispirò il Generale). Ambiguamente gestita da un titolare conservatore che accetta di fornire suggerimenti al sistema, annovera una serie di impiegati giovani, fra cui il personaggio fittizio di René Saavedra, borghesemente ben inserito, ricattabile in virtù di un figlio a suo carico e di una moglie separata e fervente attivista dell’opposizione, quindi inizialmente riluttante a fornire le proprie prestazioni ai cosiddetti “comunisti”.

Larrain, su un copione teatrale di Antonio Skarmeta (l’autore de Il postino di Neruda) è bravo nel mescolare il pubblico e il privato, ma soprattutto nell’illustrare una sinistra sicura di perdere eppure quasi ossessionata dai toni cupi della denuncia, cui l’abile Saavedra contrappone la necessità tecnica di colorare il futuro dei cileni mediante spot che rassicurino sulle potenzialità ottimistiche del cambiamento. Tutto il film è quindi una ricostruzione di piccole, modeste ma significative realizzazioni promozionali all’interno del set primario, e nel contempo una vicenda personale che tuttavia non ha la forza di amalgamarsi al contesto con la stessa potenza di quelle di Raul Peralta, il ballerino ossessionato da John Travolta, e di Mario Corneo, stenografo obitoriale. Un po’ perché la maschera di Alfredo Castro ha una ben diversa potenza espressiva rispetto a quella di Gael Garcia Bernal, occhi di foglia e profilo disinvolto da giovane papero; un po’ perché la commistione di cronaca ormai storica e di elementi romanzati è sbilanciata quasi senza filtri a favore della prima: in Tony Manero e in Post mortem prevalevano invece i secondi, che riescono a cogliere meglio il senso di un’epoca in quanto mediati ed allusivi, anziché frontali.

Dal punto di vista meramente spettacolare No ci sembra dunque il punto meno forte di questa trilogia sul Cile, perché qualcosa di ripetitivo, di semplificato e di algido, o di troppo accosto e di troppo remoto impedisce non la partecipazione ma la commozione e, di conseguenza, la restituzione di un’atmosfera tanto più prepotente quanto più indirettamente invasiva. Al punto che i toni bui dei due titoli precedenti sembrano qui rovesciarsi nel loro opposto, sicché l’allegria della speranza risulta meno cinematograficamente fotogenica ed evocativa della cupezza e della disperazione.

Rimane il meritorio intento di ricostruire un momento cruciale di un paese emblematico non solo per le sue vicende interne, ma anche per le implicazioni e per le riflessioni sull’Occidente che stiamo percorrendo, con una serie di domande troppo implicite che ammantano il film di una duplice fruibilità, tra la narrativa e l’attestazione , quest’ultima però solo per lo spettatore che voglia approfondire. Basti pensare all’appena accennato concetto di cultura e al collegabile interrogativo sulla “manipolabilità tecnica” delle masse, nonché ai richiami sommessi ad una attualità inapparentabile, eppure con i contrapposti cromosomi ideologici della consanguineità…

Sotto il profilo della rappresentazione artistica, il film sembra in parte sacrificare la pregnanza inventiva degli altri due titoli a favore di una più facile percorribilità circostanziale: il meglio che ne deriva è da ricercarsi nella volontà di non dimenticare e nella funzionalità dei mezzi tecnici (magnifici e umili i titoli di testa e di coda) affidati ad una pigmentazione geniale della fotografia e ad una quasi ossessiva, esperta ed elastica attenzione alle riprese ravvicinate in alternanza a quelle prospettiche, che ci riportano al non quadrabile cerchio della contiguità e della distanza nei confronti della Storia .

NO-I GIORNI DELL’ARCOBALENO di Pablo Larrain , Cile 2012 , durata 110 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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