Film

MIRACOLO A LE HAVRE

Dalla Le Havre de Il porto delle nebbie (film celeberrimo che vide all’opera per la prima volta il trio Prévert Gabin Carné-1938) alla Le Havre dei giorni nostri. Che potrebbe però essere anche quella degli anni cinquanta, tanto il tempo è disincarnato: qui le classi umili e non più giovani vivono spesso in una sorta di modernità retrodatata, siamo evidentemente in un apologo favolistico-realista, tanto che i soliti traduttori italiani hanno aggiunto la parola “miracolo” al più sobrio titolo originale di Le Havre.

Già, perchè il pubblico di casa nostra, se non avvertito, potrebbe scambiare per veramente veri, in sequenza: un lustrascarpe che di cognome fa Marx ed è un ex artista fallito; la di lui moglie devota, che sembra un nudo di Hopper anche se è sempre vestitissima; un commissario di polizia che sta dalla parte degli immigrati, pur rischiando di giocarsi il posto e pur avendo le connotazioni volpine del Robin Hood dei cartoni animati; una panettiera che legge ad alta voce Kafka per intrattenere i malati; una barista che ha le sembianze un po’ gualcite di una patronessa del FAI; una comunità infima che vive in scalcinati locali pubblici come se fossero scalcinati appartamenti privati e che comunque è tutta un florilegio di prego, grazie, scusi, dopo di lei, ma si figuri, may I help you?; un clandestino quattordicenne nero e industrioso che sembra appena uscito da un concorso per maggiordomi o da una premiazione oxfordiana – e infatti ha il padre professore, benché defunto; un gruppo di immigrati sans papier che mostra una convivialità da far invidia alla più esuberante delle bocciofile romagnole… e si potrebbe continuare sino all’unico ‘cattivo’ che è il motore delatorio della narrazione, in cui anche i cinefili accaniti stenteranno a riconoscere il Jean Pierre Leaud che fu attore feticcio di Truffaut.

Non che si abbia qualche cosa contro i miracoli, anzi , ci piacerebbe moltissimo poterne fruire e magari anche saperli fare. Ma questo è un film che probabilmente deve gli osanna della critica (e forse il gradimento del pubblico) al contenuto altamente edificante, mentre in realtà l’interesse dell’opera è, a parer nostro, assolutamente altrove, ossia nel modo di affrontare filmicamente il copione.

La trama è presto accennata: il protagonista Marcel fa appunto un mestiere che non esiste più, vive con una trepida e devotissima moglie di altri tempi che lo crede un bambino cresciuto, mentre in realtà è uno organizzato e che se la cava benissimo (sentimenti a parte) anche da solo. Raggiunta quell’età in cui il futuro lusinga solo come un rassicurante approdo di abitudini quotidiane, deve nel contempo affrontare la malattia terminale della compagna e l’accudimento di un giovane rifugiato clandestino, ricercato dalla polizia e in transito per Londra. Quindi si dà managerialmente da fare all’interno di una comunità alacre e solidale da far invidia a De Amicis, fino alla fioritura emblematica di un pesco fuori stagione, che è solo il miracolo conclusivo di tutti i continui prodigi che accadono nel film, ma con con un’aria di estrema, ordinaria naturalezza.

Kaurismaki è un regista finlandese stravagante e fuori dal coro. Ha spesso dichiarato di fare cinema perchè incapace di alcun lavoro onesto. E, guarda caso, tutti gli attori (in perfetto contraddittorio con l’impronta da favola buona della pellicola) hanno la faccia da malavitosi anni trenta, non sappiamo con quanta dose di ironia o meno. La sua filmografia è ricca, varia, contrastata. Di lui ricordiamo in particolare il magnifico L’uomo senza passato (2002) di cui Miracolo a Le Havre è una sorta di estroflessione. Nel primo, infatti, la protagonista femminile Kati Outinen salvava un uomo privo di radici e ne era a sua volta esistenzialmente liberata; nel secondo, la medesima attrice, con la stessa devozione nutrizionale, salva un uomo che non solo a sua volta si salva in proprio, ma è in grado di aiutare gli altri attraverso lo stesso processo di assistenza empatica.

Girato sullo sfondo di un porto-simbolo che è tanto un punto di arrivo quanto un punto di partenza, il film è scenograficamente perfetto: dagli interni poveri ma dignitosi ai vicoli su cui si affacciano sguarniti negozi e bistrot dai nomi invitanti (chi non andrebbe a bere qualche cosa sotto l’ingenua insegna biancoblu Dopo il mare?). E si avvale di un modo di girare affascinante: le immagini, pur in movimento, sono infatti prevalentemente collazionate come un insieme di fermo scena, in cui l’attenzione è volta in particolare tanto alle suppellettili quanto alle fisionomie umane e canine, inquadrate come una serie di nature morte, eppur perfettamente esplicative di atmosfere, di stati d’animo, di parole non dette.

Parole che vengono così accuratamente distillate da rasentare le tecniche del film muto e da presentarsi con la solidità apodittica degli aforismi da citazione. Niente di memorabile, ma una grazia e una sapienza che ricordano da vicino le illustrazioni di Hans Hillmann per Addio, mia amata, di Raymond Chandler. Dove tutto è raccolto in pochi segni esemplari, che immettono fortemente nel tema, lasciando però ai fruitori la possibilità di completare a modo loro il racconto.

MIRACOLO A LE HAVRE di Aki Kaurismaki, Finlandia francia Germania 2011, durata 93 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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