Film

MANUALE D’AMORE 3

Da bambini, così tanto tempo fa che sembra ieri, ci dicevano che un bel gioco dura poco. Invece siamo già al terzo prodotto con lo stesso titolo, e di manuale c’è solo il gesto atto a soffocare uno sbadiglio o a cercare in tasca una caramella lenitiva. E si potrebbe finire qui, che non ci si può nemmeno trastullar d’ombrelli, tanto comunque piove fino alla inclassificabilità metereologica.

Ma siccome al gioco bisogna starci, sforziamoci: film a episodi dunque, nemmeno in grado di collegarsi tra loro se non per labilissimi e più che secondari motivi, e che allora diventa lezione strutturata in tre parti. Per assumere il sembiante di una riflessione sentimentale sulla giovinezza, la maturità e la vecchiaia, qui pudicamente definita con l’avverbio oltre, per non infastidire quel pubblico diversamente giovane che al botteghino esorcizza o bamboleggia, chiedendo la riduzione “per senior”. Da notare, se mai ce ne fosse bisogno, che solo gli uomini rientrano nella classifica, perché a partire dalla loro maturità le compagne hanno sempre venti o trent’anni di meno. Mentre da ragazzi evidentemente no, altrimenti le partner femmine sarebbero al massimo all’asilo nido.

A far invece da imbarazzante filo conduttore, un cupido guancioso tratto da una versione burina di Caravaggio, che ci dà dentro di balestra, colpendo sempre dalle parti dell’improbabile; e che non si esime per tutta la durata della pellicola dal ronzare fuori campo, commentando filosoficamente l’incommentabile; e che di cognome, come attore, fa Propizio, a dimostrazione che la realtà offre spunti scenici di gran lunga superiori alla finzione.

Nel primo episodio, un trentenne avvocato con gli occhi verdi di Scamarcio sta per sposarsi con la bruna Solarino. Ma, in un paese della Toscana, si imbatte in una bionda Chiatti che rappresenta una sorta di addio al celibato, prima di distinguere l’avventura dall’amore vero e rientrare nei ranghi. Intorno, una raccolta di luoghi comuni presi maldestramente a prestito dalle zingarate di Amici miei, dalle anomalie dei personaggi strapaesani di Pieraccioni, e via citando e copiando fino ai film tipo Giovannona coscialunga, Quel gran pezzo dell’Ubalda, o quelli pruriginosi con Montagnani, in cui prima o poi irrompeva sempre la frase: ”Cielo, mio marito”. Per finire o cominciare dalle parti dei lucchetti di Moccia.

Nel secondo episodio, un mezzobusto televisivo ultracinquantenne viene ingannato e perseguitato da una stalker affetta da bipolarismo e ne ha la vita distrutta. E, benché risaputa in ogni minimo dettaglio, la storia vive sulle smorfie rotonde di Verdone, che riesce a dare al personaggio-panda almeno una certa dignità macchiettistica, oscillando fra pusillanimità, piccola vanagloria e perbenismo democristiano d’antan o di ritorno.

Nel terzo episodio, si rilancia col botto finale, ricorrendo a due star internazionali, ossia una Monica Bellucci magnifica (anche se seriamente avviata alle taglie extraforti) ma da sempre assolutamente inadatta alla recitazione, e un Robert De Niro settantenne ormai allenato all’avvilimento (ma perché?) dagli ultimi film, tipo la saga sulla famiglia Fotter. Entrambi coinvolti in una risibile relazione che sfocerà in un incolpevole neonato. Che, come il Cupido che regge le sciagurate sorti del film, ci scommettiamo farà anche lui il taxista nel prossimo Manuale d’amore 4 (trovatona in odore di Taxi driver, in omaggio al De Niro che fu).

Che altro aggiungere? Che Giovanni Veronesi faceva meglio a continuare nel suo precedente mestiere di sceneggiatore evitando di darsi alla regia; che il film sarà forse gradito al largo pubblico (e in questa aggettivazione quasi offensiva c’è pur sempre una notevolissima differenza fra chi è corso ad apprezzare Zalone e chi si riterrà appagato da queste tre storielle superpompate dalla pubblicità); che nella colonna sonora imperversano orecchiabilmente sia Morgan che il Raphael Gualazzi dell’ultimo Sanremo. E che ogni sforzo prodotto dalla fotografia o dagli attori è comunque tanto inutile quanto sempre sopra o sotto le righe, a seconda di come si voglia guardare allo spartito della commedia all’italiana, che è ben altra cosa.
Morale: diffidare d’ora in poi di qualsiasi manuale, se i comportamenti tipo qui riprodotti avessero mai la pretesa di classificare i sentimenti, fingendo di insegnare qualche cosa… ci potremmo ritrovare ad avvitare pomodori o a sbucciar bulloni. Giudizio a scelta, che il film risulta non pervenuto, o respinto al mittente. Perché anche l’infamia delle poche stelle bisogna meritarsela

MANUALE D’AMORE 3 di Giovanni Veronesi, Italia 2011, durata 100 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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