Film

LONDON RIVER

“Verde que te quiero verde. Verde viento. Verdes ramas”. Comincia così, con tutte le sfumature monocrome di una poesia di Garcia Lorca, un film di geometrie che si rintoccano in modo così rigoroso da sembrare infantile. Il verde della fattoria nell’isola di Guernesy, esultante e invasivo come quello di un imprecisato luogo della Francia.

Là una signora inglese di fede cristiana, rassicurante come una rosa autunnale; qua un nero musulmano e sbilenco, che sembra stare in piedi solo grazie alla luce dei suoi occhi buoni. Lei padrona di una fattoria, lui emigrato e guardia forestale. Sullo sfondo, l’idea di un’Africa dolente che non compare mai. In primo piano, il rumore confuso, affollato, multietnico di una città invasiva e dispersiva come Londra.

E la vita proseguirebbe così, regolata e protetta, o indaffarata e misteriosa, se un giorno la realtà televisiva – quella vera, sempre fatta di disgrazie improvvise – non irrompesse in una cucina diligentemente negletta dall’uso quotidiano. E l’attentato storico alla metropolitana del 7 luglio 2005 innesca una vicenda che è tutta in qualche modo già data. I due personaggi partono alla ricerca dei propri figli, percorrendo a ritroso, con piccoli morsi affannati, esistenze che pensavano di conoscere e le cui deiezioni invece affermano esattamente il contrario.

Giocato sui contrasti (tra intimità e assenza, etnia e fede, vecchi e giovani, genitori e figli, uomini e donne, città e campagna, presunta civiltà e presunta barbarie), il film squaderna lentamente tutta la gamma delle incredulità, delle incertezze, delle speranze, degli scoramenti di una ricerca. Fino a entrare nell’idea del possibile, che comporta la mortificante sequenza di amare accettazioni: l’affissione delle fotografie, la questua dei nomi negli ospedali, il disconoscimento delle salme nei vari obitori.

Ma, mentre la morte incombe, riservando tuttavia un’altra geometrica sorpresa, i due vivono il loro incontro e il loro rapporto di progressivo avvicinamento, secondo un’idea di dialogo interrazziale non tanto esemplare, quanto scontata, ancora una volta simmetricamente scaturita da un atto contrario, di odio e di fanatismo religioso e politico.

Non diciamo oltre, non ce n’è bisogno. Invece di bisogno, in questo caso, ce ne sarebbe un altro: ossia il poter disporre di maggiori gradienti di giudizio. Perchè il film oscilla fra l’avventura dello spirito e la velleità documentale; la presa di posizione politica e il sentimentalismo da cartolina; la fotografia poetico-artistica dalle tinte leggermente acidate, e la scansione naturalista di matrice televisiva. La favola moralistica dal tono lento e sempre uguale, e il realismo ideologico alla Ken Loach, quasi eterno monumento alla “gente comune”.

Sì che, fra tutto questo bilanciato incrociarsi metropolitano di binari di vita come di morte, si vorrebbe un dirottamento non previsto, un deragliamento inventivo, uno scambio anomalo, un dolore meno soave. Nonché una commozione meno commossa. Perché, e lo ripetiamo ancora una volta, non è la qualità dell’argomento trattato a definire la qualità dell’opera.

E con questo non si vuole dire che sia un film per cuori semplici, bensì che avrebbe avuto bisogno di uno scarto inventivo maggiore sia sotto il profilo della sceneggiatura come della regia. Che si riscatta però gloriosamente almeno nella scelta dei due protagonisti; in particolare Sotigui Kouyaté, rasta spelacchiato e scabro, non a caso premiato come miglior interprete con l’Orso d’argento alla Berlinale del 2009, solo un anno prima della sua morte. Eppure è difficile distinguere fra il gioco sapiente dell’attore e la sua straordinaria corporalità naturale, dall’indimenticabile modo di camminare storto senza cadere, portare diagonalmente le spalle, usare il bastone, sorreggersi alla giacca.

Ci sono molti river (oltre che nella geografia) nella storia del cinema, della poesia e del romanzo, e qui si potrebbe iniziare la sfida delle citazioni. Se anche questo può essere ammesso, non è per il suo monotono scorrere in un letto già tracciato, ma per la fisicità unica di questo soggetto allampanato, portatore quasi naturale (o quasi artefatto?) di una saggezza ormai lontana dall’occidente.

LONDON RIVER di Rachid Bouchareb, Francia Algeria Gran Bretagna 2009, durata 78 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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