Film

GIALLO ARGENTO

La vita del recensore cinematografico diventa sempre più dura in tempi di calure estive. Perchè, a parte i micidiali benefici dell’aria condizionata, sugli schermi comincia a scorrere il peggio. Come quest’ultimo film di Dario Argento, che esce due anni dopo la distribuzione in home video a causa di un contenzioso con il protagonista Adrien Brody, abituato a mettere il naso dappertutto.

Siamo nuovamente a Torino, città elettiva del regista, già ben altrimenti rappresentata in Profondo rosso (1975) e in Non ho sonno (2001). Ma scordatevi le filastrocche assassine , il progressive rock dei Gobelin, le location ardite e le risalite. Qui c’è una giapponesina in un taxi sospetto e lucido di pioggia, una hostess che fu bella (Emanuelle Seigner) la di lei sorella sullo stesso taxi, e il poliziotto che dovrà seguire le tracce delle due giovani scomparse. E fin’ ora siamo più o meno nel classico, seppur svogliato fin dalle prime inquadrature. Ma il peggio deve ancora venire, dato che il regista , a cortissimo di ispirazione, ci svela da subito il volto del serial killer, specularmente somigliante al poliziotto sia dalle parti della proboscide che da quelle del passato tumultuoso e deprivato. Utile per tornare in flash back sulle ferite infantili dei due, al fine di menare il can per l’aia arrivando a stento ai 90 minuti di prammatica.
Nemmeno cercando di sviluppare il trito tema etico del male che offre sempre due possibilità: combatterlo dalla parte dei giusti, o affondarvi fino alla psicosi più sanguinaria.

Nel frattempo, l’improbabile coppia indagante costituita dal poliziotto e dalla hostess si aggira smarrita, in una risibile contraffazione gianduiesca del ben più efficace duo formato a suo tempo da Anna Carla Dosio e dal commissario Santamaria in La donna della domenica. E mentre la sorella sta crepando tra gli immancabili riti di tenaglie, siringhe e altro stovigliame da tortura – qui anche persino il sanguepomodoro sembra annoiarsi – i due bevono delle cose imprecisate da qualche parte, giusto per ingannare un tempo che drammaticamente scarseggia, tanto è finta la corsa contro il medesimo; e nemmeno pensano ad un più appropriato Bloody Mary…

Viene meno del tutto non diciamo la suspence o la semplice curiosità, ma anche quel minimo di atmosfera affidata alle musiche e al sottaciuto che si paventa , svelandosi a poco a poco, oppure di colpo e traumaticamente. Tanto che l’unico momento appena interessante lo si ritrova nella zona di un vecchio gasometro – miglior location del film, a imperituro disdoro della Mole – dove una delle vittime si aggira finalmente sola. E poi ad un certo punto s’è fatto tardi, grazie, tutti a casa. Titoli di coda.

Che altro si può aggiungere? La sceneggiatura assomiglia a quei temini delle elementari, in cui si raccontavano delle balle più o meno stentate, e poi si finiva col giustificare il tutto svegliandosi maldestramente dal sogno. I dialoghi sono meno espressivi di una lista della spesa al supermercato dell’angolo. Agli attori non scappa da ridere o da piangere per puro miracolo, ma la concentrazione minima è comunque compromessa. Circa la colonna sonora, forse era meglio portarsi una fisarmonica da casa.

Tre tuttavia le cose degne di nota: il favore pubblicitario fatto al film dalla censura – con il divieto ai minori di 14 anni – che ha finto di prenderlo sul serio; la trovata del titolo che allude sia alla classificazione di genere che – davvero – al colore itterico della pelle dell’assassino, truccato da far pietà e sofferente di fegato ; e, a proposito di quest’ultimo organo vitale, la delusione del critico fifone – si veda la recensione The Ward di Carpenter – che per la visione si è nuovamente armato un inutile coraggio, con uno sforzo degno di migliori cause.
Ah, il numero di targa del taxi sospetto è sette nove sette quarantadue tredici. . . non prendetelo a nessun costo.

GIALLO ARGENTO di Dario Argento , Italia Usa 2009, durata 92 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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