Film

FRANKENWEENIE

Un premio cino-cinefilo immediato a chi indovina i titoli dei film ingentiliti rispettivamente da Asta, Edward, Idefix, Bullseye, Fang, Frank, Milou, Uggie… Perché di cani e cagnetti irresistibili il cinema pullula, per non parlare dei blasonatissimi Rin Tin Tin, Lassie, Beethoven, Balto, Achiko, Marley che si sono autointitolati direttamente le pellicole, un po’ come Monti il suo simbolo elettorale. Infatti i cani – secondo Lord Byron – “possiedono tutte le virtù degli uomini senza i loro vizi”, ed è quindi logico goderne la compagnia e piangerne la dipartita come per i più cari degli affetti.

Questa volta tocca a Sparky, buffa sorta di melanzana a punta, eppure animato in modo perfetto in tutte le sue movenze canine, sia fisiche che sentimentali. Sparky è l’animale d’elezione di Victor Frankenstein, ragazzino geniale e solitario, privo di amicizie perché assorto in un suo universo ingegnoso, tra la conoscenza teorica e la fede nel fare, già presago degli inganni del mondo ufficiale. Tim Burton (suo scarruffato ideatore e realizzatore, ben trenta anni dopo il progetto iniziale) non cade per fortuna e bravura nella facile dicotomia tra gli adulti cattivi e l’infanzia buona, bensì traccia una linea sottile fra chi crede nell’impossibile e chi no.

In questo senso i coetanei di Victor sono accomunati nella fanciullezza, anche se in alcuni di loro albergano già le malizie avide, conformiste e infingarde dei grandi, a separare i puri di cuore da quelli che non sanno dove l’organo alberghi, né anatomicamente né emotivamente. Tuttavia il discorso è più complesso e sfumato e tocca la vita, la morte, la scienza come strumento buono o cattivo di conoscenza in funzione dell’uso che se ne fa, nonché la mitologia di ogni possibile memoria ai suoi albori.

La storia è ambientata in una piccola provincia in cui casette e giardinetti tutti lisciati nello stesso modo convivono con i cascami moralistici di un’etica di matrice calvinista. Un giorno, mentre l’aria è pura e il sole splende senza avvisaglie, Sparky insegue fiero la palla di un formidabile strike e viene investito da un’auto. L’esistenza precipita di colpo e inutilmente i genitori di Victor cercano di consolarlo secondo la rassegnazione di chi sa: il bambino non accetta di mantenere il suo amico solo nel ricordo, ma lo vuole vivo accanto a sé.

A partire da questo momento si scatena una vicenda che tocca tutti i luoghi topici della letteratura sia realistica che fiabesca: il mulino, il luna park, il cimitero, la soffitta dell’intimità, la scuola dei concorsi, il municipio della demagogia, la festa pubblica, il laboratorio magico fatto di tostapani e bulloni, mentre la cattiva coscienza e la paura animano mostri: un catalogo di figurine classiche riscattate però dall’originalità della tecnica in bianco e nero che assume tutte le corposità rotonde o maligne della suggestione tridimensionale. Intanto i fulmini e gli aquiloni concorrono a riportare sulla terra gli insondabili scontri delle nuvole durante i temporali, in un inno all’elettricità foriera di vita e di morte come ben sa fin dal 1790 la rana di Galvani.

Chi ha in mente la filmografia e la fisionomia di quell’irregolare di Tim Burton potrà comprendere perché questo bel film non riesca ad assurgere alle vette del capolavoro. In un certo senso Frankenweenie assomiglia alla sua singolare spettinatura, che potrebbe essere sia il risultato di un improvviso balzo dal letto come lo studio lungo e accanito, ciocca per ciocca, di quanto tricologicamente alberga sulla testa del regista. Nel senso che la poesia spesso non sopporta la storia o la trama forzata, e qui tutti i meravigliosi dettagli perfidi come quelli amorevoli sono in parte spontanei, in parte studiatissimi e sofisticati a priori: una dichiarazione passionale che prende scientificamente la mira perde infatti spesso proprio quell’intensità spontanea su cui conta ossimoricamente per raggiungere il risultato.

In ogni caso, almeno i primi venti minuti si iscrivono nella storia del cinema d’animazione come quelli di Wall- E (2008) perché entrambi i titoli non riescono a mantenere l’emozionante ispirazione iniziale che, per esempio, permea viceversa quasi tutta la durata di Appuntamento a Belleville (2003) il cui cane Bruno condivide alcune delle caratteristiche di Sparky, ad allungare la lista di parte dei protagonisti citati all’inizio.

Si esce dal cinema con la sorpresa della neve che nella memoria rimarrà associata al film, e si riflette sul fatto che in sala c’erano parecchi bambini. Secondo noi era meglio lasciarli fuori a giocare con i fiocchi non perché l’infanzia non sia in grado di capire, ma perchè sono gli adulti a rivisitarla obbligatoriamente attraverso il filtro alterato del ricordo; i bambini, per quanto può durare, siano direttamente occupati a viverla.

FRANKENWEENIE di Tim Burton, Usa 2012, 87 minuti

Previous post

LOOPER

Next post

DJANGO UNCHAINED

Marinella Doriguzzi Bozzo

Marinella Doriguzzi Bozzo