Libri

PRIMO BOUQUET

Nel caso in cui qualcuno avesse voglia di regalare un libro a qualcun altro che avesse voglia di leggerlo :

FELICI I FELICI di Yasmina Reza , Adelphi 2013 , 163 pagine , 18 euro

Ambientati in una sorta di Spoon River dei viventi , i ventuno personaggi di Yazmina Reza sono collegati fra loro : amici , parenti , clienti , amanti , sposi . Ma l’autrice non è interessata  agli intrecci per illustrare attraverso le singole tessere un mosaico dei costumi , bensì ad un sentimento del sé , del tempo e dell’esistere che è innanzitutto solitudine non comunicabile e poi anche lucida o smarrita interrogazione segreta . Ogni monologo con i relativi dialoghi a grappolo sfida una geometria aperta che interseca un punto di vista e un meato dell’animo , attingendo sia dal teatro che dal romanzo . Intanto le finzioni del quotidiano procedono per forza d’inerzia , a suffragare con l’apparenza della continuità il ciclo fogliare del vivere ; si salva solo chi sa allestire un analogo talento biologico , abbandonato e indulgente . Ne risulta un’atmosfera di dolente straniamento sia dalla collettività che da una vagheggiata quanto equivocamente felice “vita vera” , colta nei momenti cruciali della più scontata routine : un supermercato , un tinello , una clinica…Si avvertono tutti gli echi delle precedenti operazioni della Reza , da Il dio del massacro all’insuperato Una desolazione , a sottolineare la coerenza inconfondibile del suo universo , tratteggiato sempre con vitrea entomologia e con ferrea eppure duttile eleganza .

LA TREGUA di Mario Benedetti , Nottetempo 2014 , 251 pagine , 12 euro

Non si tratta de La tregua di Primo Levi , ma del libro del poeta romanziere uruguaiano Mario Benedetti – 1920/2009 -pubblicato per la prima volta in Spagna nel 1978 , in Italia nel 2006 , e ripreso da Nottetempo nel 2014 . Tradotto in una ventina di lingue per un centinaio di edizioni, racconta , in apparente forma di diario , la vita di un impiegato amministrativo alle soglie di un ancor giovanile pensionamento , che trascina il presente e l’idea di futuro secondo igieniche modalità di sopravvivenza , affidate alla sicurezza confortante di automatismi privi di slancio : l’affetto partecipe eppure distaccato verso i figli adulti , il ricordo ormai quieto di una vedovanza lontana , un po’ di sesso occasionale giusto per non smentire gli istinti , qualche caffè per vedere gli altri vivere , incontrando i pochi amici del presente e del passato senza che nulla venga reciprocamente scambiato . Finchè ,  in questa sommessa letargia , irrompe l’incontro tardivo con una giovane donna , rinnovato dono del destino cui aggrapparsi , così come insperata suggestione in forma di automedicamento . Che l’amore infonda un po’ di senso e di fiato in esistenze scontate e senza risposta lo si sapeva da sempre , ed è in genere una tematica più femminile che maschile . Ma se Benedetti riesce a restituirne il temporaneo respiro secondo un tema che fa seguito a Svevo e anticipa Yasmina Reza , lo adorna anche di asciutti , teneri panni stesi tra il sole e l’ombra , la malinconia e l’ironia , come solo i latino-americani riescono a tessere in un’unica tela di innocenza e esperienza . Qui l’eccezionalità dell’ordito consiste nel verticalizzare , con disperata bonarietà e asciuttezza , l’ariosità e l’asfissia , il romanticismo e la prosaicità del vivere , mentre la trama è nel contempo testimonianza e riflessione , tra consapevolezze frontali e giovanili rifioriture di sbieco . I colori sono tanti , ma l’effetto complessivo è di un inusuale , appagante bianco e nero intorno alla natura umana , al tempo che non può tornare , alla sorte o al caso che non si lasciano blandire .

 IL COLLARE ROSSO di Jean Christophe Rufin , edizioni e/o 2014 , pagine 160 , 16 euro

Ecco un modo apparentemente semplice  e intelligente di narrare una storia edificante senza cadere nei miasmi dei protagonismi canini : un giudice militare , un contadino innamorato di una donna che lo ricambia , la prima guerra mondiale , il pacifismo combattente e sovversivo di Jaurès e l’illusione dell’egualitarismo comunista . Dietro- o davanti – l’ostinata onnipresenza dell’animale e un gesto di ribellione che declina con suspense , in modi variati e talvolta speculari , i concetti di orgoglio e di fedeltà . Così come nella commedia cinematografica , anche nei romanzi in cima alle classifiche la Francia riesce a distinguersi con prodotti di qualità e artisticamente onesti , che non si spacciano per altro da sè . Del resto l’eclettico Rufin – due volte vincitore del Goncourt – aveva già dato prova del suo talento cartesiano e insieme popolare con L’Abyssin , Rouge Brésil , Le grand Coeur (L’uomo dei sogni) .  Da notare che, forse inconsciamente , l’autore riesce a capovolgere l’idea di istinto affibbiata agli animali e quella di ragione attribuita agli uomini . Non diversamente dalla figura del cane Argo , che per primo capisce chi è Ulisse . Omero usa per il riconoscimento del padrone la figura verbale enoesen che , contenendo l’etimo di nous  ( ossia la facoltà di comprendere con mente allargata ) riguarda l’intima unione di ragione e spirito , e non certamente solo l’olfatto istintivo del cuore .

LA BALLATA DI JONNY VALENTINE di Wayne Teddy , Minimum Fax 2014 , 402 pagine , 17 euro

Jonny Valentine è una famosa pop star , ha una madre invasiva che gli fa anche da manager , un padre lontano , una guardia del corpo , decine e decine di persone che lavorano per lui , i suoi capelli da schiarire , la sua abbronzatura da rinforzare , le sue felpe da allargare per coprire i rotolini da vietatissimi carboidrati . Di suo ci mette , oltre al talento musicale , una severa coscienza della disciplina e del business . Ha 11 anni , ed è al suo primo brufolo , alla sua prima groupie , ai suoi primi bicchieri . E’ ipercontrollato e protetto non tanto in quanto bambino ma come salvadanaio , ed ha uno sguardo candido eppure definitivamente adulto . Non vuole tornare ad essere povero , capisce che l’anormalità del suo stato è la sua condanna e la sua salvezza . Scritto con una leggerezza profonda , illuminata da un garbo autentico che non sfrutta nè il miele nè la cicuta , il libro è suddiviso in capitoli che prendono il nome dalle città dell’ultimo tour canoro e tiene dritta la barra della voce monologante del protagonista , senza scadere mai nei luoghi comuni dello showbiz come nelle furbe melensaggini o nelle crudezze stantie della preadolescenza . Per esprimersi così bisogna non solo conoscere benissimo l’ambiente , ma essere in uno stato di grazia che consente di agganciare la stroboscopica irrealtà del pop alla profonda filosofia di  illuminanti giochi di ruolo .

STILL LIFE – 1866 – di Henry Fantin Latour

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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