Film

AFFETTI E DISPETTI

Il mondo del lavoro dipendente è cambiato, sia nella sua stabilità che nei suoi rapporti. E questo vale non soltanto per operai e impiegati, ma anche per le lavoratrici a domicilio. Che oggi vantano o subiscono una mobilità accentuata, e comunque hanno una vita personale alternativa, quando non ostativa, alle prestazioni di lavoro che garantiscono. Mentre si può dire che un tempo molte domestiche “nascessero” e morissero nelle grandi famiglie in cui servivano, ricattate dalle vite degli altri in sostituzione della propria, presenze scontate a cui si richiedeva non solo il servizio ma anche l’affetto. Caninamente sempre descritte nei necrologi altrui come la “fedele “… (seguiva il solo nome proprio).

Reduce dai successi del Sundance Festival, del Torino Film Festival, e della nomination al Golden Globe, il film ha come centro portante di tutta la narrazione proprio una di queste antiche figure. Ma siamo ai giorni nostri, in un Cile che comincia ad affacciarsi sulla scena della democrazia, i cui echi sociali giungono precisi anche in una pellicola costituita quasi completamente dagli ambienti di una grande e confortevole villa borghese.

Interni perimetrati, scandagliati, radiografati grazie ad una macchina da presa a spalla che non si scolla mai dalla governante Rachel e dai bambini, adolescenti e adulti che compongono il nucleo in cui lei domina servendo. Tenendoli tutti in pugno con la sua insostituibilità malata, consapevole però di essere nel contempo sia una parte che da parte rispetto al gruppo che ama e tiranneggia. (A questo proposito è interessante notare come il titolo originale sia La nana, ossia la bambinaia, la tata, puntando sul personaggio. Mentre la traduzione italiana, seppur banale, ne qualifica la trama, più ancora che il contesto).

Trama fatta di quasi niente, eppure in cui ogni minima tessera, con il suo colore, non è lì per caso; quasi che, sottraendone una, si vanificasse il mosaico, tracciato in bilico fra amore e odio, sensibilità ed egoismo, gelosia e possesso, bontà e ipocrisia, da parte di una formidabile attrice quarantenne (Catalina Saavedra), che giganteggia onnipresente, seppur in un modo quasi mimetico rispetto alla sua tana, al suo regno,al suo grembiule. Perchè è lei il nodo ambivalente di sentimenti e di passioni represse che la induriscono e la sciolgono in modo alternativo, tanto contradditorio quanto inconsapevole, sullo sfondo di una vita per procura in cui si agitano pulsioni sociali e moventi inconsci, femminili, materni, sessuali. A cui gli altri si adeguano o si ribellano, come corde di strumenti.

A differenza di molte altre critiche, non faremo alcun accenno ai fatti, perché, anche se il film è nei dettagli, accanto all’ironia come alla cattiveria si affiancano momenti di sottile e quasi inquietante suspence psicologica, intonati ad un mondo apparentemente domestico e inoffensivo, ma in realtà alienante nella sua nevrotica ripetizione del fare e disfare sempre le stesse cose; di giorno in giorno, di stagione in stagione, di anno in anno. Con il frigo che volubilmente si riempie e si svuota, i disordini – sempre gli stessi – da rimediare, gli agguati mattutini della sveglia, le insidie del forno, l’ipnotico ronzare della lavatrice, la prepotenza dell’aspirapolvere, che qui è il grande complice di fatti e misfatti e che è altresì quasi l’unica colonna musicale del film, rappresa intorno alle deiezioni dei soli suoni quotidiani.

Tutto questo almeno fino all’esterno finale, in cui Rachel libera l’anchilosi dei muscoli come del respiro nella corsa, e la musica vera per la prima volta accompagna il suo trotterellare incerto, via via più rinfrancato di una vita in prestito che si restituisce finalmente a se stessa. Senza rinnegare nulla, solo rivendicando lo scioglimento dei fili di un destino ormai quasi scontato.

Qualificato dai commenti captati all’uscita dalla sala come “distensivo e carino”, è in realtà un film sapiente e ispirato, con una sceneggiatura dosatissima, un’ottima fotografia che nobilita il proiettore di casa, che inventa un vero personaggio, lo disseziona in modo anatomico, eppure caldamente famigliare nella sua naturalezza, e riesce a trasmettere, attraverso tocchi di esperienze condivise da tutti, il senso dell’unicità dell’io come dell’universalità della natura umana, ambiguamente impastata di materiali contraddittori.

Essendo un film “femminile” girato da un uomo,verrebbe la tentazione manichea di connotare di rosa e d’azzurro anche le stelle del giudizio complessivo: una per gli uomini, due per le donne.
Ma è estate e le sale cinematografiche incominciano il loro plurimo condizionamento. Quindi, e non solo per la scarsa concorrenza, vale comunque la pena di vederlo. Ambosessi.

AFFETTI E DISPETTI di Sebastian Silva, Cile Messico 2009, durata 95 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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