LE SCHEGGE
Bret Easton Ellis non è soltanto un autore molto noto: è, in qualche modo, anche il contrassegno di una postura estetica, di un immaginario inconfondibile, di un modo particolare di rappresentare la contemporaneità. La sua poetica riguarda la superficie come luogo di un vuoto fatto di marchi, di toponomastiche, di lussi esclusivi e di gerarchie sociali in cui l’eventuale profondità dell’individuo scompare, cancellata dai segni del consumismo di classe… sì che la freddezza e la spersonalizzazione dello sguardo permettono di raccontare la violenza, il sesso, la sofferenza in modo clinico, distaccato, privo di un qualsivoglia giudizio. Così che il lettore, come i protagonisti letterari, è costretto a partecipare all’atrofizzazione dell’insieme, non riuscendo a conferire nessuna vibrazione interiore a un’esperienza del reale fondata solo sull’esteriorità di ciò che viene mostrato. Anche a costo di accettare il massimo dell’orrore, reso altrettanto visibile di una firma alla moda, normalizzandolo attraverso una neutralità comunque sempre prossima allo scandalo del nominare l’innominabile.
Tuttavia, già a partire dalla sua prima opera (Meno di zero, 1985), a questo nichilismo viene continuamente affiancata dalla critica una sorta di sotterranea e malinconica perdita dell’innocenza che, in questo romanzo della maturità, ci interessa indagare insieme a un altro aspetto strettamente collegato: l’uso diretto del proprio nome.
Siamo a Los Angeles, nel 1981. Bret, il diciassettenne protagonista, frequenta un’esclusiva scuola privata al suo ultimo anno prima del college. Sembra che studi, ma non si sa cosa, mentre le ore trascorrono tra feste, abiti e oggetti firmati, piscine, farmaci, droghe, alcol, relazioni amicali e sentimentali, sport e pettegolezzi, sullo sfondo ossessivo della colonna sonora e filmica di quegli anni. Ma qualche cosa improvvisamente cambia: Robert Mallory, un nuovo arrivato affascinante ed enigmatico, suscita il suo interesse erotico ma anche i suoi sospetti… mentre la città viene sconvolta dagli efferati assassinii di un serial killer soprannominato il Pescatore. Bret, benché amico dei più fighi della gerarchia imperante, nonché incerto fidanzato della reginetta in seconda, sviluppa – in quanto gay non dichiarato/dichiarabile e scrittore in divenire (sta affrontando Less Than Zero) – un’attenzione particolare agli eventi criminali; ed i confini tra paranoia, realtà e immaginazione cominciano progressivamente a confondersi fino a una conclusione che non sveleremo, in quanto a sua volta aperta a varie possibilità sia future che anteriori… mentre il The End di coda cala su un incontro di non detti al maschile, tipo Come eravamo, film del 1974.
Riassunto così, sembra un vecchio romanzo adolescenziale alla Baldini & Castoldi riscritto per giallofili sessuomani, ma è un libro attento, denso di luoghi, di atmosfere, di persone e di giochi a specchio fra chi è chi e cosa non è cosa, scritto con una lentezza e una precisione ipnotiche che crescono con un andamento millimetricamente calcolato, tanto che l’interesse e la paura diventano come un tacito patto fra chi scrive e chi legge; e pazienza se niente è come sembra e quasi tutto non torna.
Ma quella che non torna veramente è la giovinezza, qui avvertita non tanto come una perdita, ma proiettata al futuro come una nostalgia retrospettiva. Non è possibile, infatti, smarrire un’innocenza di cui non si dispone: si perde un mondo, si perdono delle persone, dei momenti destinati a non ripresentarsi; così come si perdono i corpi esibiti e gli io mascherati, perché questo universo giovanile e fintamente libero si regge su regole ferreamente conformistiche per rimanere a galla: compiacere, accettare, restare impassibili e mantenersi sempre alla stessa altezza senza usare la sensibilità ma la farmacopea e gli sballi come regolatori degli umori e delle paure. A fronte di un mondo adulto allo sbando, eppure in possesso di regole del gioco ancora tutte da decodificare e da apprendere, misteriose come le morti violente che punteggiano una Los Angeles onnipresente anche in Chandler o in Connelly, pur se con tutt’altri scopi narrativi. E che, a quasi 40 anni di distanza dallo straordinario e meritatissimo successo di Meno di zero, vede lo scrittore mettersi in scena in prima persona, con il proprio nome e cognome, secondo un patto autobiografico come arma di suspense. Presentando il libro come un memoir vissuto, l’autore manipola il lettore attraverso il se stesso sessantenne rispetto al proprio io diciassettenne, creando il preludio alle sventure imminenti, perché chi viene dopo sa sempre molto di più di chi viene prima. E l’elenco ostinato di tutti i memorabilia dell’epoca non illustra più il vuoto del consumismo ma scolpisce la scenografia di un passato perduto per sempre, cui ancorarsi per non morire di nuovo. Le frasi scollegate, sintetiche, esitanti, divaganti, stonate, talvolta ripetute come mantra, infittiscono i sospetti, aumentano il mistero, intrappolando sia il protagonista che il lettore. Inoltre, la scrittura in divenire di un primo libro celebre genera un’occasione meta-letteraria unica, come se l’intera carriera di un autore inconfondibile fondasse la sua origine proprio negli eventi descritti. In altre parole, per restare in tema, lo stesso miracolo della Nutella, qualora si decidesse di svelarlo. E che, come la Nutella, non solo rimane unico ma favorisce l’iterazione. Buon proseguimento, Bret. Al prossimo incontro.
Il libro
LE SCHEGGE, di Bret Easton Ellis, Einaudi Editore 2023, 752 pagine
L’autore
Bret Easton Ellis (Los Angeles, 1964) è uno scrittore chiave del postmodernismo americano, oltre che voce iconica della Generazione X. Salito alla ribalta a soli 21 anni con Meno di zero, ha firmato nel 1991 il suo capolavoro American Psycho, feroce e grottesca satira del consumismo yuppie incarnata dal serial killer Patrick Bateman. La sua produzione include anche Le regole dell’attrazione e Glamorama.
La citazione
“Molti anni fa mi resi conto che un libro, un romanzo, è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci si innamora di qualcuno: il sogno diventa irresistibile, non c’è niente che tu possa fare, e infine cedi e soccombi anche se il tuo istinto ti dice di battertela a gambe, perché potrebbe trattarsi, dopotutto, di un gioco pericoloso…”
“Ero in uniforme, in costume di scena, fingevo di essere fidanzato, stavo per frequentare un anno di lezioni per cui non avevo nessun interesse, e mi sarei dovuto camuffare: ero un attore e niente di tutto quello era reale.”
“Come avevamo fatto ad arrivare al punto in cui ciò che volevamo dirci fluttuava nelle pause che dominavano la conversazione?”