Film

SOMEWHERE

Giovane attore americano insulso – benché celebre nella finzione – sale e scende dalla sua Ferrari facendo il debito broooom; sale e scende da molte donne di cui ha una labile memoria, e, dopo molti sussulti sempre uguali, scopre di non sapere come comportarsi con la figlia adolescente, praticamente un’estranea, che gli piomba addosso durante una vacanza. E che (forse) lo vuole conquistare o (forse) inconsciamente redimere dal nulla in cui naviga a vista. E qui la recensione potrebbe esaustivamente finire; il film, invece, dura un’ora e 38 minuti.

L’eroe scende dalla sua Ferrari e, come un Tolstoj sciocco, si incammina per una strada che non si sa dove possa condurre. Ma la scintilla di una nuova consapevolezza è comunque scattata. E, come si dice confidenzialmente dalla manicure, il personaggio è “cresciuto”. Anche se, essendo unghia, unghia rimarrà.

Perché Sofia Coppola si è permessa di inscenare con la massima lentezza possibile una tautologia, descrivendo il vuoto con il vuoto, infedele alla pienezza festosa e fastosa di Maria Antonietta, nonché alla rarefetta malinconia di Lost in translation? Per far durare di più una caramella senza gusto? Qualunque sia la possibile risposta, l’unica opera meritoria che possiamo intraprendere è quella, pena un abbiocco irritato, di sconsigliarne la visione

A meno che non si amino, nell’ordine:

– i piani sequenza estenuanti su sederi di macchine e di donne anonime;

– le adolescenti figlie di genitori distratti, belle e dotatissime in plurime discipline (ma da chi avranno preso?) che riescono ad instillare un barlume di consapevolezza affettiva negli stolidi genitori;

– le storie non storie in quanto non raccontate, in cui l’aridità dell’invenzione si spinge fino a riprendere l’attribuzione di un italico Telegatto all’insignificante star (con tanto di Frassica e Ventura, in omaggio/marchetta alla cittadinanza del Festival del cinema cui partecipa in concorso);

– ancora le storie che non cominciano né finiscono, definite pomposamente tranches de vie, le cui possibilità (pur non essendosi mai appalesate) rimangono aperte ad ogni soluzione.

Riepilogando: manca la sceneggiatura, latita la regia che scambia la lentezza per profondità pensosa, mentre la scenografia alterna qualche panorama agli ambienti chiusi di hotel più o meno di lusso. Si salvano, forse, i due attori, che superano miracolosamente lo sconcerto dei rispettivi ruoli: la ragazzina, Elle Fanning – sorella della più celebre Dakota – perchè evidentemente gode di un talento di famiglia; e il protagonista Stephen Dorff, che nel suo perenne assopimento vegetale da insalata verde a foglia larga riesce perfettamente a mimetizzarsi con la futilità dell’insieme. Nel cast di contorno spicca peraltro l’invasiva presenza anche di un polso ingessato molto espressivo, che è il pretesto alla pausa che la star si è concessa da non si sa quali impegni.

Ora, è vero che i tempi sono terribili e banali, ma per rappresentare le deficienze dei singoli e dei sistemi/ambienti cui appartengono bisognerebbe essere molto più convincenti di così.

SOMEWHERE di Sofia Coppola, Usa 2010, durata 98 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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