I LAZAR
Rispetto alle intenzioni dell’artista, l’arte conserva sempre una componente di casualità. Chi opera spesso non si riconosce nel prodotto finito, che sembra prendere vie proprie, nel bene come nel male. Chi guarda o legge, invece, come in questo caso, non abita una sensazione di totale imprevedibilità o sorpresa, ma frequenta piuttosto il déjà vu e il déjà lu. Si tratta di sensazioni lontane da quelle evocate in modo corrivo e improprio dagli slogan pubblicitari e dalle fascette editoriali, che citano il romanzo gotico fiorito in Inghilterra nella seconda metà del Settecento — una tradizione che sfruttava elementi romantici, fantastici e terrificanti in aperta contrapposizione al razionalismo illuminista e all’equilibrio del neoclassicismo.Chi, d’altronde, non si è imbattuto almeno di striscio nel Dracula di Stoker o nel Frankenstein di Shelley? Eppure, quelle narrazioni procedevano lentamente, per accumulo di stilemi, muovendosi dall’esterno all’interno: mutuavano cioè le impressioni di claustrofobia, terrore e oscurità dagli ambienti e dalle creature circostanti per trasferirle, solo in un secondo momento, all’umano.
In questo romanzo, al contrario, non solo il ventitreenne Biedermann si muove a un passo molto veloce, ma accantona Radcliffe, Walpole e Lewis in favore di Hoffmann e dei suoi Racconti, mettendo direttamente in mano a uno dei personaggi proprio il primo di questi, ossia L’uomo di sabbia. Ci troviamo dunque non tanto nel gotico, quanto nel romanticismo nero, una corrente che ribalta le minacce dal fuori al dentro: il cupo e il mostruoso riguardano direttamente gli umani, ovvero il loro inconscio, la loro follia e le loro ossessioni. I luoghi offrono sempre un parziale aiuto, s’intende, ma il soprannaturale qui si fa interamente psicologico.A questo punto scattano altre memorie e influenze, prelevate direttamente da Arthur Schnitzler e da Joseph Roth, autori che hanno descritto non solo il crollo dell’impero asburgico, ma anche la sua profonda nostalgia. E se in Schnitzler l’inconscio di matrice freudiana parla di sesso e di morte, in Roth approda al rifiuto della modernità distruttiva della psicanalisi. Da un lato, quindi, assistiamo al connubio tra pulsione vitale e autoannientamento; dall’altro, alla tragedia della storia o di una punizione che, se non divina, si rivela ancestrale.Il nostro giovane autore si muove sulla base di queste reminiscenze e delle loro suggestioni alte, ma sembra ritagliarne i profili essenziali con brevi forbici, mutandoli in ombre proiettate sul muro delle sue similitudini, a loro volta contaminate da innesti di realismo magico. Si avverte una sorta di riarrangiamento musicale della stessa canzone, interrotto dall’intrusione ricorrente di immagini pop — come “gli occhi azzurri color del mare” — e da incursioni che guardano più a Shirley Jackson che a Gabriel García Márquez.
Le atmosfere fondono gli antichi fasti mitteleuropei con il fiabesco duro dei fratelli Grimm, illustrando una parabola familiare contemplata dai quadri degli antenati appesi ai muri. Questi ritratti, a differenza dei loro discendenti, sanno tutto senza poter intervenire; testimoniano, immobili e muti, le incomprensioni di una stirpe che non riesce a comunicare. Nella prima parte del libro va in scena un castello ungherese sulle rive del Danubio. In seguito, con l’avvento del regime comunista, l’ambientazione muta radicalmente, sostituendo il lusso decadente della magione avita con la promiscuità miserabile di chi lavora la terra e si ammassa, sfinito, in un’unica stanza.
Tre sono le generazioni che si susseguono, dal barone Sandor al suo ultimo erede Lajos, la cui anomalia fisica allude a un tradimento che scatena la vergogna del padre e la follia dello zio. Tra segreti, passioni proibite, violenze private e colpe indicibili, i Lázár proseguono le loro esistenze secondo una sorta di maledizione ereditaria. Questa colpa li conduce all’annullamento e, insieme, a un desiderio di riscatto segnato dalla nostalgia di quando, ignari, si sono combattuti inutilmente e isolatamente, senza comunicare e senza poter più tornare indietro se non attraverso la memoria.
Nonostante abbracci tre generazioni e oltre mezzo secolo di storia, il romanzo si contiene encomiabilmente, procedendo per quadri visivi e grandi ellissi. Lo fa secondo un’esuberanza che non arretra davanti alla crudezza degli impulsi umani e a un citazionismo di matrice colta. Quest’ultimo rasenta spesso l’autocompiacimento e persino un’ingenuità formale, mostrando un gusto per l’ibridazione sintetica che talvolta coglie nel segno e talaltra deborda maldestramente. Ci si chiede allora: l’originalità personale risiede nell’insieme o, piuttosto, nei singoli dettagli, al di là del magistero esplicito della concisione?Ne consegue un’unica domanda di fondo: se le fonti a cui si è accennato — negando drasticamente il Thomas Mann dei Buddenbrook — non venissero colte, isolando il romanzo dal volontario pastiche delle sue radici storiche, quali ragioni sussisterebbero per apprezzare questo baldanzoso e personalissimo finis Austriae? Cosa resterebbe, venendo meno l’interesse per la contaminazione e l’ibridazione della materia e dei materiali?
La risposta potrebbe azzardare una divisione per fasce d’età. I lettori più giovani sarebbero forse portati a riconoscervi la sensazione di una disconnessione emotiva imposta dal confuso acquario odierno — fluido e inafferrabile —, specchio di un’alienazione che pervade il presente e condiziona, se non nega, il futuro. Al contempo, si ritroverebbero in un’estetica visiva e frammentata, dove contano i grafismi, i colori e le atmosfere. I lettori più anziani, invece, vi riconoscerebbero il disincanto della maturità e la rassegnazione nei confronti della Storia e delle storie, in cui gli esseri umani sprecano il loro poco tempo senza alcuna grandezza, immiseriti nei loro errori sempre uguali.Ma
tutti, in fondo, potrebbero ugualmente ritrovarsi nelle parole assegnate dal libro a Gavrilo Princip, l’assassino di Sarajevo, a guerra conclusa: “I nostri spiriti attraversano furtivi Vienna e fanno tremare i signori”. Come a dire che dopo il buio verrà la luce del riscatto, anche se, dopotutto, “nulla spaventa lo scrittore più della felicità”.
Il libro
I LAZAR di Nelio Biedermann , Guanda , settembre 2026, 304 pagine
L’autore
Nelio Biedermann è nato nel 2003 in Svizzera ed è cresciuto a Thalwil, sul lago di Zurigo.La famiglia paterna discende dalla nobiltà ungherese e i suoi nonni si sono rifugiati in Svizzera negli anni 50 a causa dell’esilio conseguente alla rivoluzione ungherese.Pare che i racconti ascoltati in famiglia abbiano ispirato il suo romanzo d’esordio, sebbene la trama sia di invenzione.Attualmente studia Germanistica e Scienze cinematografiche all’università di Zurigo.Nel 2025 I Lazar è diventato un caso letterario in Germania rimanendo stabile nelle classifiche di vendita per 29 settimane; è stato finalista allo Schweizer Buchpreis 2025 ed ha vinto il Premio dei librai indipendenti.
La citazione
Era mattina, e poi arrivava la sera, perchè tra il viavai e la luce del sole ci si dimenticava di prestare attenzione al suo passare.E così scorrevano le ore…i giorni… le settimane
Ignorare, rimuovere, era uno dei suoi più grossi talenti:a differenza della madre e del fratello che venivano turbati dal mondo in maniera insopportabile, infatti, lei riusciva a ritirarsi in se stessa come una tartaruga, dentro di sè, in un posto in cui nulla poteva raggiungerla
Nulla spaventa più lo scrittore della felicità, ed è comprensibile, perchè scrivere è preservare, registrare, fare ordine, mentre la felicità evita il linguaggio, si sottrae alle parole,si nasconde nella fugacità e si disgrega nel momento stesso in cui si tenta di spiegarla