Film

LA TALPA

Dal Federal Bureau of Investigation di Clint Eastwood (J.Edgar) al Secret Intelligence Service di John Le Carrè, qui ripreso nel più celebre titolo della sua Trilogia di Karla (La talpa, 1974) dal regista Tomas Alfredson. Tempo di spie dunque, ma di quelle impiegatizie, più burocrati da tavolino che filibustieri fascinosi alla James Bond. Tre soli punti in comune, fra i due film: la contemporaneità dell’uscita nelle sale, la focalizzazione sull’organizzazione interna di una struttura in relazione ad una precisa epoca storica, la tonalità della regia, asetticamente livida in entrambi i casi, ma pragmaticamente orientata al ritratto di un uomo nel primo, quando invece nel secondo il timbro è funzionale – in modo anche prezioso ed insistito – ad una trama tanto obliqua e mediata quanto soporifera.

Punto debole di un sontuoso dispiego di energie interpretative e fotografiche, i fatti sono facilmente riassumibili: George Smiley, agente segreto, viene congedato insieme al suo capo, il mitico Controllo. Entrambi sospettano che la controparte russa, incarnata dall’altrettanto leggendario e fantomatico Karla, capo del KGB, abbia insinuato una talpa doppiogiochista ai vertici dell’organismo inglese, afflitto da un palese complesso di inferiorità rispetto all’FBI americano. Controllo, prima di morire, aveva affidato una specifica missione in tal senso ad un suo sottoposto, che fallisce, passando di fatto il testimone dell’indagine a Smiley. Da cui una serie di giravolte narrative, finalizzate alla scoperta del traditore.

Funambolismi arzigogolati perché la quasi assenza di azione costringe il regista a “riempire” narrativamente e fotograficamente tutta una serie di discorsi diretti e indiretti che vagano nel tempo e nello spazio geografico, in una ridda di flashback – variamente ricalcati – sui personaggi in gioco, appesantiti ulteriormente dall’uso del commento fuori campo. Si capisce poco e si procede a tentoni, con quelle piccole botte di assopimento che intervengono a sedare l’attenzione: quando il marchingegno non vale lo sforzo.

Non che ci si discosti dall’originale di Le Carrè in modo evidente, anzi. Ma nel caso del libro di quasi quarant’anni fa l’eleganza della scrittura accompagnava una trama che era nel contempo un saggio di prima mano sui retroscena di quei servizi segreti di cui Ian Fleming aveva proposto l’estroflessione rocambolesca. Nel contempo, il testo sopportava molto più agevolmente dell’immagine il ricorso alla parola che a sua volta raccontava i discorsi riferiti da altri, in un intreccio fitto di testimonianze, di sospetti e di citazioni più che di indizi e di reazioni… Non solo proponendo un contro eroe pallido, dimesso, umiliato dalle avventure erotiche della moglie, ma anche fornendo tutta una serie di indicazioni autentiche, in grado di costituire una sorta di dettagliato “prontuario della spia” storicamente collocata ed intesa. Qualcosa che il film non può fare, dovendo quindi puntare tutto sulla forza interpretativa del protagonista Gary Oldman, nonché sul modo formale di rappresentare ciò che viceversa rappresentabile non è.

Quindi grande cura nelle location, spasmodica attenzione agli interni sia burocratici che abitativi, buio verdastro sparso a piene mani, smodato uso di inquadrature che fanno da cornice alle scene nel senso letterale del termine, poiché quasi tutto il film è girato ricorrendo all’espediente di riferire visivamente il detto e il non detto attraverso lo schermo delle finestre. Vere, gloriose protagoniste, insieme alle porte inspiegabilmente forzabili, di una pellicola formalmente maniacale, a tratti addirittura preziosa – come nel finale, che sembra terminare con un ritratto di matrice Vuitton, dopo citazioni pittoriche multiple.

Intendiamoci: ancora una volta un titolo cinematografico tutt’altro che disprezzabile, sebbene talvolta involontariamente umoristico (se solo si pensa al fittume di cripticità enigmatiche che si vogliono mettere in gioco, mentre tutti entrano ed escono dagli appartamenti degli uni e degli altri con una disinvoltura degna dell’ispettore Clouseau…). Ricco di spunti visivi, fotografato benissimo, La talpa ha anche l’ambizione di fornire, per accenni, uno spaccato sociologico di ambienti troppo a lungo fantasticati nell’ignoranza collettiva – si veda la scena più volte ripetuta della squallida festicciola tipicamente impiegatizia tra gli addetti del SIS.

Attualmente, con un adeguato budget, e fior di professionisti e mezzi tecnici disponibili, è ormai difficile, a certi livelli, non confezionare lussuosamente dei contenuti anche impropri o modesti. Ma il vero cinema, compreso quello di mero intrattenimento, è una cosa diversa da questo ansimare anziano di parole scarne pronunciate in punta di forchetta, tra tweed logori e impermeabili bianchi, fasti di suppellettili di un tempo passato, sobrietà più che montiane e frugalità rarefatte a testimoniare l’essenza – nell’immaginario di oggi – del british understatement.

Per spiegarci meglio, più con i fatti che con le parole, suggeriamo come contro-esempio il seguente film: Chiamata per il morto, di Sidney Lumet, 1966, tratto dal libro omonimo – sempre di Le Carrè – del 1961. Stesso genere, contemporaneità vissuta e non retrospettivamente documentata con sofisticato manierismo, pochi soldi, altra sceneggiatura, altra regia, moltissime idee, ben altrimenti avvincente.

LA TALPA di Tomas Alfredson, Gran Bretagna Francia germania 2011, durata 127 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo

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