UN SEMPLICE INCIDENTE
Jafar Panahi è un robusto e vigoroso quasi settantenne molto bruno e molto chiomato , noto per essere l’unico regista ad aver vinto i massimi premi rispettivamente dei festival di Venezia (Il cerchio , 2020 ) Berlino ( Taxi Teheran , 2015) e Cannes ( Un semplice incidente , 2025) . Assistente preferito di Kiarostami , il suo stile viene considerato come una sorta di neoralismo umanista , focalizzato spesso sulla condizione femminile e sulle ingiustizie sociali in quell’Iran che nel 2010 lo ha dapprima espulso dal paese e poi arrestato dodici anni dopo per propaganda contro il governo . Girato come una specie di thriller che si avvita verbosamente intorno ad una commedia presuntamente nera , il film è una sorta di road movie notturno e urbano , dove un’umanità poco connotata , se non in quanto palesemente vittima del regime , si affanna intorno ad un furgone che contiene un dilemma morale .
Riavvolgiamo il nastro : l’incidente del titolo avviene nel buio ; un capofamiglia transita in macchina , diretto a casa . Accanto , la moglie in avanzato stato di gravidanza , dietro una bambina che ama il suo pupazzetto e la musica , e che è lo spartiacque fiducioso – e sapiente – della sceneggiatura . Ad un tratto la macchina si arresta tra le fronde di una strada isolata : il padre ha investito un cane , che a sua volta ha provocato il guasto . E la ricerca di un meccanico risulterà fatale .Un sospettoso individuo assiste alla rimessa in moto del mezzo , misteriosamente interessato alla camminata dell’uomo , che avanza sicuro nonostante un arto artificiale che fa un rumore strano , gommoso e acqueo come uno stura sanitari . E crede di riconoscere in lui il suo torturatore carcerario di un tempo . Da cui il desiderio di rapirlo per vendicarsi . Senonchè , prima di ucciderlo e seppellirlo, gli viene un dubbio : sarà lui il criminale , molto connotato , eppure mai visto causa le bende sugli occhi ? Incatenato quindi il presunto mostro su un furgone scassato , il giorno dopo si preoccupa di rintracciare altre vittime che possano testimoniare sull’identità dell’uomo . Si aggrappano così al camioncino, come i palloncini fluttuanti di una festa paesana , una fotografa senza velo , una sposa tutta veli con un marito tanto benestante quanto ignaro , un benzinaio fumantino tutto azione , mentre altre figure al contorno curiosano , intralciano , sorridono , benaugurano . Intanto il rischio di essere scoperti incombe , eppure , come aspettando Godot , si dibattono ora furiosamente , ora pacatamente , ricordi , dubbi , certezze , che sembrano spruzzati artificiosamente sugli abiti dei personaggi ma , soprattutto , si illustra – male – la tesi del film . Che condanna un fanatismo religioso tale da privilegiare l’aldilà rispetto all’aldiquà, con assoluto sprezzo delle vite di quaggiù, mentre i nostri sgarrupati laici rimangono , anche ferocemente , umani . E quindi giusti , e quindi pietosi , e quindi soccorrevoli . Al punto da aiutare addirittura a partorire l’ignara moglie dell’eventuale carnefice , seminando tutti i possibili indizi contro se stessi , attraverso una sarabanda di avvenimenti il cui livello ansiogeno si fa via via inversamente proporzionale alla concitazione e alla non credibilità della trama . Facendo altresì un torto alla sacrosanta denuncia , che naviga incerta , come la paginetta di un Bignami , tra l’obbligato e l’ovvio , ad imperitura indignazione ed edificazione dei piu’.
Nonostante la comprensione per la volontà di respirare creando , i mezzi limitati , e l’ambientazione asfittica ad evitare i controlli polizieschi , che cosa non funziona , oltre alla sceneggiatura e alla recitazione approssimative ? Essenzialmente il tentativo di ibridare il tragico – didascalico con un concetto di grottesco mal riuscito , che fa rimpiangere certe galoppate di ingegno di Zavattini o di Scorsese o dei fratelli Coen o di Kaurismaki . Salvando il tocco formidabile di chiusura – nel contempo sonoro e silenzioso – su cui ovviamente tacciamo.
Allora perché parliamo di questo film ? Perchè ci sembra un “esempio esemplare” di una tentazione che viene da lontano , e che probabilmente si accentuerà in una condizione mondiale che non solo non contempla Rinascimenti , ma istiga ad applicare anche alle arti il concetto di pro o contro ideologico , a prescindere dalla loro essenza , quasi questa fosse un’appendice della cronaca . Morendo i maestri , annacquandosi le scuole e le botteghe , impigrendo la critica , i premi e i giudizi positivi vanno non tanto ai contenuti artistici intesi come resa tecnica e poetica , quanto al tocco edificante , alla testimonianza eroica , all’argomento di denuncia , all’estetica del sacrificio che abdica alla forma – e talvolta alla sostanza- in funzione del “messaggio”; adottando spesso anche l’indulgenza preventiva che giustifica i limiti troppo evidenti in favore delle biografie degli autori o delle situazioni extra contesto specifico . Se non fossimo in cotali tempi , non penseremmo nemmeno di essere fraintesi . Invece occorre dire che non siamo certo dalla parte del regime iraniano , né l’attuale né quello della dinastia Pahlavi , ma anche questa precisazione è una delle tante umiliazioni che ci infligge il presente.
UN SEMPLICE INCIDENTE di Jafar Panahi , Iran , Francia , Lussemburgo 2025 , durata 110 minuti