Film

THE END OF THE TOUR

Dopo Steve Jobs , Joy Mangano , Dalton  Trumbo ,  anche David Foster Wallace viene cinematograficamente gettato nella mischia : difficile stabilire se questa concentrazione di biopic sia una coincidenza od una moda , essendo le coincidenze involontarie , mentre le mode no . E dietro le mode potrebbe troneggiare il fenomeno imitativo di un periodo storico così privo di identità da doversi aggrappare a quelle di  effettivi personaggi – simbolo ,  oppure la stanchezza di una narrativa che rincorre la realtà perchè non sa più cosa inventare . Come nelle altre pellicole , non staremo a chiederci  quanto e in che modo  il soggetto sia stato  ricostruito o correttamente decifrato ( anche se è quello che abbiamo frequentato di più attraverso i suoi appassionanti scritti ) , bensì quali siano le scelte operate per illustrarlo  , consapevoli che niente può essere più falso del vero o più vero del falso . A questo proposito , una brevissima  considerazione su Il re pallido , romanzo postumo e incompiuto , ambientato osticamente tra i funzionari dell’agenzia tributaria statunitense , ricavato da un coacervo di note , spezzoni , promemoria e appunti così lontani e così frammischiati nel tempo , da non rappresentare certamente le intenzioni dell’autore . Eppure talmente denso di stimoli da compensare comunque un’operazione arbitraria sia sotto il profilo filologico  che deontologico , per tacere degli interessi commerciali .

Come Steve Jobs , l’opera  è divisa in tre parti : la prima coglie alla sprovvista    David Lipsky , ex giornalista di Rolling Stone , con l’incredibile notizia del suicidio dell’autore , a soli 46 anni .  E’ il 12 settembre del 2008 e Lipsky torna indietro con la memoria , ascoltando le registrazioni dei cinque giorni trascorsi con Wallace nel marzo del 1996 , durante un breve tour di promozione del gigantesco  Infinite jest . La seconda , che copre di fatto  tutto il film , riprende il rapporto fra i due , mentre la terza è succinta commemorazione . Anche in questo caso dominano le parole , e i protagonisti principali sono due , uno il reagente dell’altro ;  ma mentre Michael Fassbender è quasi una sorta di geniale distillato simbolico del vero protagonista , Jason Segel  somiglia  fisicamente al suo fino all’imbarazzo , tanto da far temere una  parodia  che viceversa non si verifica mai grazie alla calibratura millimetrica  di una grande interpretazione ; ben assecondata dal semprenerd Jesse Eisenberg , che di equilibri  ne sa anche lui qualche cosa per aver portato sullo schermo Mark Zuckerberg in The social network .

Benchè affidati sostanzialmente ai discorsi , qui i tempi sono reali e mai teatrali e tutto l’impianto ha l’andamento  spontaneo di una scelta registica intelligente , che punta alla simulazione di un docufilm quasi amatoriale , senza gli imbellimenti destinati all’ufficialità , come tutti i ricordi autentici legati ad un passato obbligato inconsapevolmente a non ripetersi . I due sconosciuti si annusano dapprima incerti , poi stabiliscono dei patti , infine si abbandonano alle passioni e alle confessioni  , resi affini dalle speranze di una giovinezza  che proprio mentre progetta e  realizza trascolora già in quell’età  adulta che non tutti sono disposti ad accettare e che uno non saprà o vorrà  reggere . Complici l’accensione e lo spegnimento di un registratore che è sinonimo tanto di scrupolo quanto di captazione  indebita , si parla di gusti e di retrogusti : dagli spettacoli televisivi e cinematografici alla notorietà come trappola dell’ego ma anche come amo per il sesso , fino all’interiorità più intima , fatta di smarrimenti e di sofferenze che tuttavia rimangono sullo sfondo per privilegiare gli ondivaghi stati d’animo del momento . Perchè la commozione autentica che la pellicola suscita è sì legata al problematico anelito dell’esistere e dello scrivere , ma senza intellettualismi , tanto da mettere  sullo stesso piano due ragazzi non qualsiasi accomunati da un sentire sia individuale che generazionale .

Chi conosce lo sfaccettato retroterra culturale ed espressivo di David Foster Wallace non rimarrà comunque deluso perchè , se retorica illustrativa deve esserci , questa è legata al particolare anonimato dell’ambientazione e delle frequentazioni : i cani che la fanno sempre fuori orario e fuori luogo , i calzini spaiati buttati in giro , il cibo spazzatura ,  le lattine svuotate e accumulate a caso , l’abbigliamento e l’arredamento informale fino alla trasandatezza , con qualche civetteria sparsa , dalla bandana antisudore al poster di Alanis Morrisette  alle groupies   intellettualizzate e rese bruttine da un gelido inverno .

Come nel film di Boyle , un’ottima sceneggiatura dal libro dello stesso Lipsky  favorisce un film compatto , armonioso , avvincente perchè privo di stasi come di cadute , sul filo di un ” come erano ” virilmente  e teneramente affettuoso , quasi un umano saluto destinato a durare . E , in tempi di semplificazioni brutali come delitti , il non piccolo miracolo di un’accessibilità che non è mai banalizzazione . Anche quando si afferma che si scrive ( e si legge ) per sentirsi meno soli ,  si genera un cortocircuito allusivo in cui le parole non solo dicono semplicemente quello che dicono , ma alludono ad un intertesto di complessità che si possono cogliere o tralasciare , senza stemperare la sensibilità di un sorprendente racconto .  Che  annovera , tra le tante suggestioni , anche quella ormai desueta di un’ innocenza umile , benchè densa di inquiete consapevolezze .

6_MEZZA

THE END OF THE TOUR di James Ponsoldt , USA 2015 , durata  106 minuti

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