Film

SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

Marte ritorna d’attualità grazie alla presenza di acqua salata e alle dichiarazioni di Stephen Hawking : “colonizzare altri pianeti è l’unica salvezza per l’umanità” .  Non sappiamo ancora se l’astro rosso    contribuirà ad ammortizzare la nostra progressiva asfissia e la mancanza  ormai cronica di lavoro ; certo sono ragioni in più per andare a vedere l’ultima fatica di Ridley Scott ,  grande regista  discontinuo . Irrequieti o stanziali , timorosi o inconsapevoli , meglio addottrinarsi in anticipo .

Un gruppo di astronauti in missione viene sabotato dallo scatenarsi di una tempesta di sabbia e deve ripartire in tutta fretta  ,  abbandonando un suo membro creduto morto . Costui invece , passata la buriana , si risveglia ferito ma vivo in quel che resta del campo base , non dissimile da un tendone piantato in un campeggio grossetano dopo un’allerta cinque .  Anche lì la natura è matrigna , lo spazio non collabora , anzi , acuisce la sfida dell’uomo in assenza di tutti i suoi  parametri vitali . L’eroe  traffica ,  fa calcoli ,  lascia testimonianze ,  pianta patate che rispondono gloriosamente come nell’orto di Michelle Obama  e si ingegna , se non in letizia come il robottino Wall-E , almeno con stoica intraprendenza a colmare il periodo che lo separa da una probabilissima fine . Si potrebbe essere nelle zone di Robinson Crusoe , a parte il conforto di Venerdì e con la fortuna in luogo  della provvidenza , oppure in quelle di Castaway , ma senza il pallone Wilson . La solitudine dell’uomo dapprima  è assediata solo dai silenti spazi del deserto giordano dove sono state effettuate le riprese  , poi le moderne connessioni si ripristinano fino ad un complesso programma di ricupero , che vedrà impegnati il primo equipaggio , la Nasa e l’Agenzia spaziale  non russa ,  ma  – guarda caso – cinese .

Contrariamente ad ogni sua precedente vocazione distopica  ( Alien e Blade runner , imparagonabili per presa emotiva e visionarietà  )  il regista sublima il salvifico concetto calvinista  di industriosità  ammantandolo di problematiche tecnologiche , secondo le indicazioni tratte dal romanzo di Andy Weir , L’uomo di Marte . Così l’ignoranza dovuta alla non lettura ci esenta da qualsiasi paragone proprio ed improprio , mentre chiunque non sia un tecnico multidisciplinare  è costretto a dare per buone tutte le informazioni scientifiche di meccanica orbitale , botanica , astrofisica   eccetera che si addensano intorno all’umana e cosmica vicenda .

Superati i mostri verdi , i conflitti interstellari e anche la tentata angoscia metafisica dell’ultimo Cuaròn – Gravity 2013 – sir Scott cerca di rendere emotivamente avvincente una specie di manuale tecnico-morfologico di istruzioni per l’uso , contaminandolo in sordina con un western paritetico  in cui l’incontro dell’uno e dei   nostri non risulta tanto diverso da un esercizio al trapezio . L’andamento è lento , minuzioso , triangolato fra Marte , la terra e la navicella spaziale di ritorno , tutti   univocamente uniti nello  sforzo per salvare il novello  soldato Ryan . Si sta tra la pubblicizzazione ostentata dei programmi spaziali , e l’inno globalistico di un mondo finalmente unito al cospetto di altri universi da sondare , ammansire , fare propri .  Semmai  si tornerà a scannarci dopo .  E i nostri bisnipoti magari rideranno di questa prudente futurologia in 3D  , così come noi sorridiamo al cospetto delle scenografie cartaginesi di Cabiria . Ci sarebbe da annoiarsi con garbo , ma l’alzata d’ingegno ,  per non dire la cifra autoriale del film consiste , paradossalmente , proprio nella sua quasi scontata aura domestica .

La colonna sonora che annovera gli Abba , David Bovie, Gloria Gaynor , Donna Summer scandisce e rende familiari sia i momenti “casalinghi” come quelli professionali del protagonista : l’ambientazione  interna  sembra ricalcare la sovraesposizione coloristica dei tinelli-cucina degli anni cinquanta , trionfalmente modernizzati dai primi robot di lavatrici e frigoriferi . I  gesti quotidiani sono faticosi ma appartengono a tutti , e gli esterni appaiono noti , quasi prelevati da un catalogo di proposte esotiche  per turisti sprezzanti del pericolo . Ci si accomoda così in un’avventura lontana e al tempo stesso consolatoriamente vicina come una possibilità data : diligente , accurata , debitamente retorica ma  senza soverchio pathos , quasi ad indicare che l’ignoto non è più tale , ma  può addirittura diventare uno sfogo migratorio . A patto di disporre di virtute e conoscenza .

4_MEZZA

SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN di Ridley Scott , Usa 2014 , durata 130 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo