Film

SANGUE DEL MIO SANGUE

A Bobbio , 3.600 abitanti in provincia di Piacenza , ci sono le zanzare e la famiglia Mai , ancestrale nucleo di riferimento del regista Bellocchio . E ci sono  da prima del seicento , insieme al fiume Trebbia e al Ponte Gobbo o Ponte del Diavolo , che lo attraversa con undici arcate diseguali . Parlando di attraversamenti , di parentalità e di insetti , viene spontaneo pensare ad un titolo  di sangue , che sembra cerebralizzare e al tempo stesso svincolare tutta la precedente filmografia dell’autore , accentuandone pregi e difetti . Se Sorelle Mai si spingeva avanti nel tempo , sommando episodi che registravano dal vero la crescita di alcuni protagonisti , impigliati in un tema quasi omerico di assedi e di ritorni , Sangue del mio sangue pratica una netta cesura tra il passato e l’attualità . Esorcizza infatti  persone , luoghi e ricordi che rimangono per accenni : l’acqua , la domesticità del cibo , i legami familiari che non si tagliano in nessun modo definitivamente , ma generano anzi immedesimazioni , distanze e rifrazioni per cui chi muore continua a vivere negli altri per reincarnazione o per procura .

La storia antica racconta di un monastero , della passione manzoniana di una monaca per il suo confessore morto suicida , del di lui fratello che compare sulla scena del misfatto per restituire alla famiglia una diversa sepoltura . Da un lato siamo nel classicismo pittorico – molto Rembrandt  –  con l’inquisizione processuale che imperversa dialetticamente e materialmente , mentre la donna , ovviamente complice del Maligno , rimane fedele solo alla passione . Travolgendo  anche l’ambiguo ricognitore , una sorta di doppio di se stesso e del congiunto , che ritornerà da cardinale per assistere alla sua liberazione , lui fulminato da un ultimo sguardo , lei un’ombra che fugge ancora giovane e bella . Dall’altro ci sono i cupi vincoli di casa e di casato delle sue ospiti – nature morte floreali , Cagnacci , Caravaggio –   ricovero materno-sororale-ancillare e inutile distrazione carnale , con tutti gli accenni domestico-liturgici che catturano le abitudini e le anime  , rese prigioniere non diversamente dalla parola di Dio strumentalizzata dagli uomini .

La storia attuale contempla l’acquisto del medesimo monastero di San Colombano – poi adibito a prigione –  da parte di un sedicente intermediario governativo in favore di un miliardario russo stereotipato che lo vuole trasformare nel solito resort di lusso . La critica alla degenerazione sociopolitica rimane sullo sfondo come quella al fanatismo religioso , perchè l’ormai invisibile conte che vi abita  riconosce nel giovane Mai un truffatore da liquidare con poche migliaia di euro  . Prigioniero volontario a differenza della monaca , si aggira di notte per il paese – Munch , Chagall –   disponendo destini e succhiando come un vampiro trasparente le notizie su quanto succede intorno . E’ l’ultimo spettro nobile di una stirpe che , prossima alla fine , si nutre di ombre dentro un mondo che inizia e termina con Bobbio , culla e bara di ricordi ormai inafferrabili , a sancire l’impossibilità sia  del rimpianto come della vita . Che continua solo per gli altri , presi dai selfie , dai festeggiamenti chiassosi , dalle possibilità di un futuro minore , senza che una tragedia degenerata in farsa possa più conferire patenti d’infamia o di dignità .

Ci sono dei parallelismi espliciti fra i personaggi , sia in termini di somiglianza sia in termini di antitesi , e molte possibili interpretazioni che rimangono inespresse , come se ogni psicanalitico accenno potesse indifferentemente portare ad un labirinto o ad un altro , lasciando lo spettatore in bilico fra immedesimazione soggettiva e interpretazione oggettiva . Giunto al crepuscolo di coloro che ancora attendono , il regista non si ripete , ma cannibalizza il suo stesso itinerario professionale ed umano ad uso di uno spettacolo suggestivo ed a tratti impeccabile . Non importa se l’oscurità domina e le domande  si affollano senza risposta , ognuno elucubrando a suo piacimento . Il film si apprezza con attenzione dall’inizio alla fine , attorniati da quegli stessi attori che fanno da famiglia effettiva o corale alle opere di Bellocchio . Nonchè da un uso classico ed al tempo stesso originale del mezzo cinematografico , che sembra volersi lasciare alle spalle tutto , tranne la volontà di raccontare . Le identità dei personaggi sono inafferrabili , la contiguità delle due trame si muove tra la denuncia , il gusto della narrazione e i fantasmi  di un autore che somma una grande competenza ad un’anima inquieta , incapace di lasciarsi andare emotivamente , divisa tra introspezioni , fardelli personali , interpretazioni sociali , volontà anarchico- accusatorie contro quelle istituzioni che rappresentano un potere cieco . A differenza del fiume della sua infanzia , fatto di pietre e d’acqua , Bellocchio non riesce a semplificare , mostrando le cose per quelle che sono lungo un alveo chiaro di pensiero . Ha paura delle banalizzazioni , dell’oleografia , del sentimentalismo e questi pudori intellettuali o genetici annebbiano spesso la sua opera , intrisa  di elementi difficili  da distinguere e da cogliere nello stratificarsi delle intenzioni . Dispone tuttavia di una forza individuale e specialistica quasi intimidatoria nelle inquadrature , nei tagli narrativi , nell’uso dei volti , delle ambientazioni interne oppure naturali che soggiogano anche i possibili detrattori . Semmai i punti deboli non sono cinematografici , ma di scrittura .Tuttavia , anche se il copione è ancora una volta relativamente convincente , il film si rende stranamente complice dall’inizio alla fine , anche in assenza di interpretazioni plausibili e di conclusioni certe . E questo è comunque un mistero bello : uscire dal cinema senza noia ,  assaporare una cifra estetica elevata senza soverchi manierismi , ascoltare magari da profani una musica incerta ,  che tuttavia raggiunge un’imprecisata regione dei sensi che non emana nè dal cuore nè dal cervello .E restare per un po’ a chiedersi perchè , malgrado alcuni déjà vu .

5

SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco  Bellocchio , Italia Francia Svizzera 2015 , durata 107 minuti . In concorso all’attuale Mostra del cinema di Venezia

LA TABELLA Sangue

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Marinella Doriguzzi Bozzo