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SABBIE IMMOBILI

Timbuktu è un film straniante , avvolto in una sua precipua difficoltà di adesione che ci pone di fronte a molte contraddizioni , partendo dall’assunto che la nobiltà di un argomento non rende automaticamente nobile anche   la sua trattazione . Per certi versi rimanda ad una sorta di rivisitazione dei film d’essai degli anni sessanta , in cui la rappresentazione doveva pagare una sorta di pegno sia alla spettacolarità sia all’intrattenimento : serietà di intenti , pensosità alte , estetismi qualificati nutriti di ambizioni fondate come di velleitarismi incongrui , intenzionalità ricattatorie che inducevano lo spettatore a sentirsi del tutto inadeguato , a maggior ragione se la reazione dominante , e mai confessabile , era la noia .

Qui siamo nel Mali  , in uno scenario ai bordi del mondo , che ci obbliga subito a cercare di ricordare le  sue complicate vicende  belliche alla luce  del  concetto di jihad , storicamente riferito prima alla lotta interiore sostenuta dai fedeli per accedere ai misteri divini , e poi divenuto sinonimo di attivismo belligerante . Nei labirinti di una città di fango seccato che sembra azzerare la vecchia mitologia dell’ Eldorado africano , si aggirano militari invasori che emanano continuamente proibizioni futili e annoiate nei confronti dei civili loro correligionari . La babele delle lingue , che trascorre dal francese all’arabo all’inglese , rende complessa la ricezione delle punitive istruttorie sommarie , con esiti invariabilmente feroci eppure pervasi  da una sorta di distratto o sospeso fatalismo . La reazione degli abitanti e , soprattutto , del religioso di turno , sottolineano comunque in modo chiaro l’intenzione del regista , che in questo caso recupera il film con messaggio : c’è un Islam pio ed un Islam empio , ci sono i buoni e ci sono i cattivi , la naturalità è meglio di qualsiasi religione .

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Fulcro della vicenda , che si sgrana a rosario in tanti altri piccoli episodi , la famiglia di un pastore che vive in una tenda fra le dune ai margini dell’abitato . Poche mucche governate da un sottoposto quasi bambino , un marito immoto , una moglie altrettanto ferma , una figlia dodicenne che è la luce dei loro occhi . Un giorno il magro bue distrugge le reti da pesca di un compaesano e viene abbattuto con un perfetto colpo di  lancia alla carotide . Il proprietario reagisce , arriva alle mani con il pescatore , parte accidentalmente una pistolettata che lo uccide..

Mentre il racconto corre come la simbolica – e retoricamente banale – gazzella da National Geographic che apre e chiude il film , lo spettatore è indotto a occupare il tempo ponendosi domande futili : cosa mangeranno le mucche tra la sabbia che tutto avvolge , cosa faranno tutto il giorno gli umani sdraiati sotto una tenda , perchè alcuni militari sono a viso coperto e altri no , come si compenetrano  vite così ancestralmente remote con la quasi umoristica modernità dei cellulari e delle motociclette ..Segno che c’è probabilmente una certa difficoltà a partecipare emotivamente alla vicenda , anche se ormai ipernutriti di film non occidentali .

Abderrahmane Sissako , cinquantaquattrenne regista mauritano formatosi all’Istituto cinematografico moscovita , viene considerato  un maestro . Non abbiamo visto gli altri  film , ma qui  il suo stile risulta certamente poco familiare nella trattazione drammaturgica del bene e del male , dell’acquiescenza e della ribellione , della fierezza e del pericolo , mentre viceversa sembra perfino troppo vicino sotto il profilo fotografico dell’immagine curata , che approfitta del paesaggio secondo canoni patinati così tradizionali da risultare quasi scontati . Il suo evidente manifesto ideologico cerca di illustrare una situazione sospesa tra la contemporaneità di Lionel Messi , la modernità di una guerra di primitiva ferocia e un passato tanto remoto o immoto da essere ricondotto agli idoli tribali . Lo spezzettamento attualissimo di una parabola realistica si bilancia con fatica tra la quotidianità umile e le metafore dell’implicito con tratti quasi metafisici . Mentre la macchina da presa oscilla in continuazione tra il dentro e fuori le mura ( ossia la costrizione e la libertà , la sincronia e l’atemporalità , la corruzione e l’innocenza ) si accavallano le descrizioni e le invenzioni di un copione irrisolto : la bellissima partita di calcio giocata da mimi senza pallone ; la concupiscente misoginia jihadista che si sfoga a colpi di mitraglia contro dune apparentabili a L’origine del mondo di un Courbet stilizzato ; l’enigmatico trascorrere di un’ anomala figura femminile – pazza , maga , sciamana ? – con la sua gallina in guisa di cagnolino , a spingere forse le radici africane ben oltre l’Islam , in un inutile avvicendarsi di credenze , dove gli dei vengono di volta in volta  sostituiti , e sempre nella sopraffazione e nell’ingiustizia  . Insomma , i registri si sovrappongono senza fondersi , le semplificazioni eccessive si ammantano di interrogativi irrisolti , l’emozione passa senza fermarsi e il giudizio oscilla . Finchè l’occhio cade  sui titoli di coda , rivelando la denominazione originale del film : Le chagrin des oiseaux  ( la tristezza degli uccelli ) . D’accordo sull’allusività anche poetica, ma avendo visto solo mucche , capre , cammelli e polli , il sospetto sul film d’essai anni sessanta si irrobustisce , nel bene come nel male .

5

TIMBUKTU di Abderrahmane Sissako , Francia Mauritania 2014 , durata 97 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo