Film

RICORDANDO IRENE

Un altro film ricavato da un altro libro celebre . E allora tanto vale cominciare dall’inizio . Nel 1941 lo scrittore Jean Bruller pubblica con lo pseudonimo di Vercors –   suggestiva zona del Delfinato –  Il silenzio del  mare : uno zio anziano e una giovane nipote che vivono sulla costa sono costretti ad ospitare un ufficiale tedesco e gli oppongono un mutismo ostinato che viceversa l’altro accoglie senza scomporsi , raccontando ogni sera ad alta voce  le ragioni del suo arruolamento , le sue passioni di musicista , l’aspettativa di un futuro di fratellanza sovranazionale . I due ascoltano e tacciono , ma lentamente la sciagura dell’essere nemici si scioglie e si compenetra fino al commovente epilogo , in cui lei  risponde appena percettibilmente all’addio di lui . Nel 1947 il regista Jean Pierre Melville dirige l’omonimo film , riportando lo stesso clamoroso successo del libro . Nel 1942 Irène Némirovsky termina il secondo movimento di Suite francese , progettato come un poema sinfonico in cinque parti  ; ha appena il  tempo di scrivere un’ultima lettera al marito e alle due figlie  e   viene deportata ad Auschwitz . Due mesi dopo , a soli trentanove anni , muore una delle più importanti e precoci autrici  della prima metà del 900 . Il romanzo vede la luce nel 2004 e diventa un successo internazionale , aprendo la strada a quasi  tutta la sua restante produzione , che raccomandiamo in blocco , con particolare enfasi su David Golder , perfetto eppure scritto a soli consapevolissimi venticinque anni .

Qui siamo nel secondo racconto  , quello intitolato Dolce , che riprende lo stesso tema di Vercors , e la coincidenza ci intriga : tecnicamente Irène poteva averlo letto , decidendo di contestualizzare e rendere esplicite tutte le ellissi di un monologo in cui le vittime e i carnefici si confondono nella comprensione  della comune condizione di sopraffatti  . Oppure no , e questo ci restituisce il sentire osmotico di generazioni destinate ad  una secca macelleria di vita e di morte , mentre  noi guardiamo ogni giorno sugli schermi televisivi le contemporanee  guerre degli altri senza vera immedesimazione , perchè partecipare anche solo emotivamente sarebbe ormai insostenibile . I nostri padri o nonni  invece c’erano dentro davvero e quanto il film  racconta riguarda sì la cittadina di Bussy invasa dai tedeschi dopo l’armistizio chiesto da Pétain , ma anche moltissimi altri innominati scenari di guerra . Quanto Vercors tetralmente simbolizza , Némirovsky cinematograficamente esplicita , sicchè la colpevole tentazione d’amore tra l’ufficiale tedesco – anche lui compositore e pianista – e la giovane sposa bianca di un  rampollo  al fronte serve per gettare luce su un’intera condizione storica , crocevia di  atti di coraggio come di viltà da entrambe le parti . Parti che  a loro volta si massacrano lungo l’asse  delle sopraffazioni interne , mentre la dinamica del dolore sconvolge i caratteri e prepara quella resistenza che porterà alla Liberazione .

I meriti del regista Saul Dibb sono molti : innanzitutto quello di avere assecondato con matematicità musicale un copione già magnificamente pronto , in cui le vicende si innescano e si fondono lasciando che la drammaturgia svolga il suo ruolo esplicito , mentre lo spettatore ha il tempo di immedesimarsi e di completare il non detto o l’appena accennato . Le immagini traducono le parole senza tradirle e il commento della voce fuori campo ci raccorda anche con la tragedia personale dell’autrice senza che lo svolgimento venga inficiato da pretestuose sovrapposizioni letterarie , come viceversa accade nel recente Vizio di forma . I movimenti di un’intera comunità e dei caratteri principali sono sottolineati senza sbavature , e una certa rigidezza un po’ meccanicistica  ha tuttavia il pregio di serrare le maglie dello spettacolo  senza orpelli superflui . La pellicola assume così l’incedere esemplare di uno spartito armonizzando i vari movimenti in modo funzionale alla narrazione , mentre la fotografia si adopera sia per levigare come per inasprire un’ambientazione soprattutto di interni , priva di nostalgiche bellurie o compiaciuti indugi . Certo , non ci sono rielaborazioni originali , ma se si pensa a The search  – un altro titolo bellico ancora sugli schermi –  si comprende come questa guerra  lontana emozioni in modo più intenso , essendo filmicamente più essenziale e quindi narrativamente più intrigante . Il regista non perde il filo , mantiene equilibratamente in bilico il pericolosissimo e spesso scontato trinomio amore morte  dovere , e riesce nell’arduo compito di piazzare le emozioni  negli snodi nevralgici senza sfruttare troppo platealmente i cascami della retorica . Ne sortisce un’opera filologicamente intelligente e spettacolarmente attenta in cui il classicismo della ragione e delle ragioni viene sconfitto da un afflato sentimentale   che affonda le sue radici romantiche nelle tragedie del reale .

Quando si porta sullo schermo un grande libro , o si hanno le capacità di elaborare un diverso valore aggiunto , oppure si segue non pedissequamente la fonte , trasferendola dalla parola all’immagine senza cadere nella tentazione di sovrapporre la propria firma a quella altrui . Dibb ci riesce con rispettosa onestà grazie anche ad un’appropriata colonna sonora originale  e a degli attori che si immedesimano umilmente , dimenticandosi dei loro cognomi . Risultato non di poco conto in tempi di parafrasi piatte come di supponenti e spesso vecchie elaborazioni spacciate per nuove , confidando nella non memoria delle generazioni giovani . Il film può valere in particolare per loro , puntando sulla sua capacità trasmissiva : i soggetti di guerra sono tantissimi , ma questo ha il pregio di essere vissuto dall’interno , e in qualche modo si sente . Quindi dovrebbe indurre ad una riflessione sui tempi di pace che non sappiamo godere appieno , ipotizzando  futuri senza progetto che ripetono soltanto in modo più lusinghiero il presente , senza dover aspettare che siano le disgrazie collettive a intervenire , obbligandoci più o meno eroicamente a capire di dover cambiare .

5_MEZZA

SUITE FRANCESE di Saul Dibb , Gran Bretagna , Francia , Canada  2015 , durata 107 minuti

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Marinella Doriguzzi Bozzo